Crescenti povertà e radicalizzazione dello scontro politico.
Nell’articolo “Ritorno al passato? Il declino dei ceti medi e la crescita degli estremismi politici”, apparso su questo quotidiano un paio di settimane fa, avevamo insistito sul rapporto che, ad avviso di un consolidato filone politologico, esiste tra incremento delle povertà, declino dei ceti medi e crescita degli estremismi politici.
A supporto della tesi, in quell’occasione, avevamo soffermato l’attenzione sull’esito delle elezioni tenutesi in alcuni Land tedeschi durante il mese di settembre, che hanno visto una significativa crescita dell’estrema destra – rappresentata dal partito “Alternative für Deutschland” – e, sul versante opposto, della sinistra radicale “Die Linke”.
Si è trattato di una lettura che, nei giorni seguenti, ha trovato conferma nelle massicce e, in taluni casi violente, proteste che hanno coinvolto Francia e Spagna.
Con maggiore precisione, nella penisola iberica, a seguito dello sfratto della ottantasettenne Maricarmen Abascal, sono esplose decine di manifestazioni – la principale delle quali a Madrid, con fulcro in piazza Puerta del Sol – contro il caro affitti e il diritto all’abitazione. A risposta, il Primo ministro Pedro Sánchez, ha proposto due decreti che intendevano tutelare le persone più vulnerabili durante le procedure di sfratto e, parallelamente, frenare l’acquisto di alloggi da parte di grandi società speculative e il conseguente rialzo dei canoni locatizi. Nondimeno, il 2 ottobre, la Camera dei deputati, con una maggioranza formata dal Partito Popolare, da Vox e dalla forza indipendentista catalana di centro destro-destra “Junts per Catalunya”, ha respinto – facendoli decadere – i decreti.
La reazione è stata immediata. Solo nella capitale, a detta del sindacato degli inquilini, oltre mezzo milione di persone hanno sfidato la pioggia torrenziale per urlare la loro rabbia. Scene analoghe si sono viste ad Alicante, Valencia, Palma de Maiorca, Bilbao, Barcellona, Malaga, nelle Canarie e in tante altre località spagnole.
Contestualmente in Francia – in parte quale conseguenza della proposta di una finanziaria “lacrime e sangue” volta a frenare la crescita del debito pubblico (che ha raggiunto la considerevole percentuale del 119% rispetto al PIL) – migliaia di studenti sono scesi in strada, lamentando la carenza di risorse destinate alla scuola, il sovraffollamento nelle classi, l’esistenza di istituti fatiscenti e la mancanza di personale.
Forse ancor di più che in Spagna, in Francia il dissenso ha assunto toni violenti, con incendi, feriti, danni agli edifici, aggressioni al personale scolastico e di polizia. Ai ciò si è affiancato lo sciopero dei dipendenti pubblici, in particolare dei vigili del fuoco, dimostrando così che le contestazioni nutrano un carattere affatto circoscritto.
Germania, Francia, Spagna stanno dunque attraversando momenti di tensione. Ma fuor di dubbio, il malessere economico e sociale in Europa è maggiormente diffuso, al pari di quanto dimostra il voto a beneficio di forze politiche dalle proposte radicali.
Stando ai partiti di estrema destra, in Austria recenti sondaggi danno il “Partito della Libertà d’Austria” circa al 40%, mentre in Portogallo “Chega” (letteralmente “Basta!”) alle elezioni di un anno fa ha raggiunto quasi il 25%. Ed ancora, nei Paesi Bassi, il “Partito per la Libertà”, nelle consultazioni anch’esse tenutesi nel 2025, è diventato la seconda formazione del paese. E l’elenco potrebbe allungarsi, ricomprendendo il Reform UK guidato da Nigel Farange in Inghilterra che si aggira intorno al 22-23%, il partito dei “Veri Finlandesi” che all’ultima tornata elettorale ha raggiunto il 20%, passando per l’Italia o l’Ungheria di Viktor Orbán e, addirittura, per nazioni dalle tradizioni storicamente aperte e tolleranti, quali la Norvegia e la Svezia.
Allo stesso tempo, anche “l’estremizzazione di sinistra” si è rafforzata. I partiti comunisti – mortificati dalla caduta del muro di Berlino e dal tracollo dei regimi socialisti nei paesi dell’est Europa – stanno tuttavia rialzando la testa, come “Die Linke” in Germania dimostra. Tra gli esempi, forse quello più indicativo, è rappresentato da “La France insoumise” (letteralmente “La Francia indomita”), guidata da Jean-Luc Mélenchon, confluita alle legislative del 2024 nel “Nuovo Fronte Popolare” (che, tra gli altri, ricomprende il Partito Comunista Francese), blocco che ha superato la ragguardevole soglia del 28%, eleggendo ben 168 deputati. Pure in Italia il movimento “Alleanza Verdi e Sinistra”, che alle politiche del 2022 aveva raccolto un modesto 3,5%, oggi è dato a circa il 6,5%, con un consenso pressoché raddoppiato.
Naturalmente, i prossimi anni diranno se questo flusso di voti verso gli “estremi” del panorama politico tenderà o no a rafforzarsi. Infatti, l’ipotesi di una riduzione dei consensi non è nuova, come è accaduto in Grecia con SYRIZA che, dopo aver eletto Alexīs Tsipras a primo ministro nel 2015, ha però perso le elezioni successive, passando al meno rilevante ruolo d’opposizione.
Quel che è chiaro, invece, è che tali mutamenti d’opinione non avverranno a caso, ma saranno il frutto di deliberate scelte politiche – dell’Unione Europea, da un lato, e dei vari governi nazionali, dall’altro – e verranno in primo luogo influenzati dalla volontà o meno di difendere il tenore di vita che, con sudore e sacrificio, le comunità europee hanno conquistato a partire dal termine del Secondo conflitto mondiale.
Un “tenore di vita” che, evidentemente, una parte della popolazione (e le manifestazioni in Spagna e Francia sono lì a dimostrarlo) crede di aver in misura rilevante perso.
