Quando prevale la legge del più forte
Ci sono parole che, pronunciate davanti a una montagna di macerie, diventano esse stesse una forma di violenza. Una di queste è “danno collaterale”. È una formula fredda, burocratica, quasi anestetica, serve a trasformare uomini, donne e bambini in una voce di bilancio, a sostituire i nomi con una statistica e il dolore con una giustificazione militare.
È proprio dalle testimonianze raccolte sul campo che arrivano alcune delle informazioni più drammatiche su quanto accaduto ad Ansar. A riferirle è il giornalista Ali Ibrik, che opera nel sud del Libano e segue direttamente gli eventi e le conseguenze degli attacchi sul territorio. La sua testimonianza restituisce alla tragedia quei volti e quei nomi che spesso scompaiono dietro il linguaggio impersonale dei comunicati militari. Attraverso queste testimonianze, la parola “danno collaterale” mostra tutta la sua disumanità, dietro una definizione tecnica ci sono persone, famiglie e bambini la cui vita è stata spezzata sotto le macerie.
Ad Ansar, nel sud del Libano, il 15 agosto 2026, quella formula è tornata a essere pronunciata dopo che un attacco israeliano ha colpito un’abitazione.
Il bilancio complessivo degli attacchi israeliani nella regione è salito ad almeno 11 morti, tra cui tre bambini, e 19 feriti, sette vittime ad Ansar e altre quattro nel vicino villaggio di Deir al-Zahrani. È stato il giorno più sanguinoso dall’accordo di cessazione delle ostilità raggiunto a giugno, e davanti a quei numeri la prima domanda non può essere soltanto chi fosse il bersaglio. La prima domanda deve essere chi è morto? Perché dietro quelle undici vittime non ci sono “effetti collaterali”, ci sono persone, ci sono famiglie, ci sono bambini, ci sono vite che non possono essere cancellate da un comunicato militare.
Israele sostiene di avere colpito infrastrutture di Hezbollah ed un comandante, presentando l’operazione come una risposta a un attacco che aveva ferito tre soldati israeliani. L’esercito israeliano sostiene inoltre che il comandante si trovasse all’interno dell’edificio e che i civili uccisi fossero suoi familiari. Ma proprio per questo deve essere sottoposta a verifica, non accettata automaticamente come verità definitiva, perché anche ammettendo l’esistenza di un obiettivo militare, resta una questione enorme e ineludibile, quale valore viene attribuito alla vita dei civili quando si decide di colpire un edificio abitato?
Il diritto internazionale umanitario non concede agli eserciti una licenza di uccidere civili semplicemente perché all’interno o nelle vicinanze di un’abitazione potrebbe trovarsi un combattente. L’esistenza di un obiettivo militare non cancella il principio di distinzione, non elimina l’obbligo di adottare tutte le precauzioni possibili e non rende automaticamente accettabile qualsiasi numero di vittime civili. Ed è proprio qui che il linguaggio del “danno collaterale” rischia di diventare moralmente insopportabile perché una madre morta sotto le macerie, un bambino morto nel proprio letto, una famiglia cancellata, non sono effetti collaterali. Sono esseri umani.
E se davvero, come sostiene Israele, il bersaglio fosse stato un comandante di Hezbollah, allora dovrà essere spiegato con assoluta trasparenza perché l’operazione abbia prodotto un numero così elevato di vittime civili e quali misure siano state adottate per evitarle. Non basta dire: “non erano il bersaglio”. La domanda è se la loro morte fosse prevedibile, evitabile e proporzionata rispetto all’obiettivo militare perseguito. È questa la differenza tra una guerra sottoposta a regole e una guerra nella quale tutto viene successivamente giustificato con la parola “sicurezza”.
La tregua che non protegge nessuno
L’attacco di Ansar assume poi un significato ancora più grave perché arriva mentre dovrebbe essere in vigore una fase di riduzione delle ostilità. Gli attacchi del 15 agosto sono stati infatti descritti dalle agenzie internazionali come i più letali dal cessate il fuoco di giugno. Il quadro diplomatico prevedeva una progressiva stabilizzazione del sud del Libano, il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle forze israeliane dalla parte di territorio libanese ancora controllata da Israele. Eppure, il sud continua a essere colpito. Questa è la contraddizione che la comunità internazionale non può continuare a ignorare. Una tregua che non impedisce ai missili di entrare nelle case dei civili è una tregua estremamente fragile, una diplomazia che si limita a registrare i morti dopo ogni bombardamento rischia di trasformarsi in una spettatrice passiva della tragedia.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha condannato gli attacchi, sostenendo che colpire civili e destabilizzare il sud del Paese minaccia gli sforzi diplomatici in corso. Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato l’operazione come un ostacolo al percorso negoziale. Ma le condanne, da sole, non restituiscono i morti alle loro famiglie.
La parola “scudo umano” non può diventare un lasciapassare
C’è poi un’altra espressione che dovrebbe essere utilizzata con estrema cautela: “scudi umani”. Se un’organizzazione armata utilizza deliberatamente civili per proteggere proprie strutture o propri combattenti, si tratta di una condotta gravissima. Ma quella circostanza deve essere dimostrata, non può essere utilizzata come una formula automatica capace di trasformare ogni vittima civile in una responsabilità altrui, altrimenti il meccanismo diventa perverso, ogni volta che un bombardamento uccide civili, si sostiene che quei civili erano inevitabilmente “vicini” a un obiettivo militare e, quindi, che la responsabilità morale ricade su chi combatte dall’altra parte. È una logica che rischia di rendere i civili eternamente sacrificabili, e questo non può essere accettato.
Ansar non è una nota a piè di pagina
La tragedia di Ansar deve essere raccontata senza trasformarla in una gara tra propagande. Non serve negare che Hezbollah abbia responsabilità, non serve cancellare gli attacchi contro Israele e non serve fingere che nel sud del Libano non esistano strutture e combattenti di Hezbollah. Ma proprio perché si pretende di difendere la sicurezza e il diritto alla vita, bisogna applicare lo stesso metro alla vita di ogni civile. Un bambino libanese non vale meno di un bambino israeliano, una famiglia libanese non vale meno di una famiglia israeliana, un civile ucciso da un missile non diventa meno innocente perché il missile è stato lanciato da uno Stato riconosciuto internazionalmente e non da un’organizzazione armata. Questa dovrebbe essere la soglia minima della nostra civiltà.
Il problema non è soltanto chi ha premuto il pulsante
La vera questione politica è ancora più grande. Ogni volta che un bombardamento distrugge una casa abitata e uccide civili, la responsabilità non può essere archiviata con un comunicato di poche righe. Ed è proprio per questo che il caso di Ansar deve essere indagato, documentato e sottoposto a un esame indipendente, perché se esiste un obiettivo militare, questo deve essere dimostrato, e se invece quelle vite potevano essere salvate, qualcuno dovrà assumersene la responsabilità.
Nessun comunicato può seppellire la verità
C’è una domanda che la comunità internazionale continua a rinviare, quanto sangue civile siamo ancora disposti ad accettare in nome della sicurezza? La risposta non può essere “quello necessario”. Perché “necessario” non è una parola magica. E quando a morire sono bambini, famiglie e persone che non partecipavano alle ostilità, il compito della politica, del giornalismo e della comunità internazionale non è trovare una formula per rendere la tragedia più digeribile, è impedire che accada ancora.
Ad Ansar sono morte almeno sette persone in una sola abitazione. Altre quattro sono morte a Deir al-Zahrani. Undici vite. Undici nomi che non possono essere ridotti a “danni collaterali”. E se davvero esiste un diritto alla sicurezza, quel diritto deve valere per tutti, altrimenti non è sicurezza.
È soltanto la legge del più forte.
Piero De Ruvo
