Ragione e azzardo nel grande gioco mondiale di Trump
Confessiamolo apertamente: di questa tempestosa faccenda dei dazi abbiamo capito poco, e quindi lasciamo a tutti gli altri l’onere di discuterne, anche se, dubitiamo, pure gli esperti non ne stanno capendo molto.
Al di là di questa serena ammissione di ignoranza, nutriamo però qualche sospetto e coltiviamo qualche intuizione non proprio da buttare: vediamo qualcuno di questi frammenti di realtà, e proviamo a condividerli.
I “DAZI DI TRUMP”.
Poniamoci subito una domanda: se questi dazi, anziché Trump, li avesse minacciati qualcun altro -diciamo l’Unione Europea, la Cina, il Sudafrica, l’India o qualcun altro ancora- se ne sarebbe parlato così tanto? E con tanta veemenza e indignazione?
Probabilmente no. È vero che gli Sati Uniti sono la grande superpotenza economica del pianeta e che quindi tutto ciò che accade a loro, o da loro è causato, non può che avere potenti effetti sismici su tutto il sistema economico mondiale; ma è altrettanto vero che i dazi americani sono “dazi di Trump”, cioè dazi pensati, voluti e imposti da un personaggio odiato dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica progressista occidentale, cioè semplicemente dall’opinione pubblica occidentale tout court.
Il mondo ha sempre conosciuto i dazi, imposti o subiti, da secoli. I popoli e i governi si sono sempre combattuti, oltre che con gli eserciti, anche con i dazi, e non è il caso di elencare quante guerre sono state precedute e seguite da quello strumento economico: ricordiamo le guerre anglo-olandesi del XVII secolo o la stessa guerra di indipendenza americana che ebbe, fra le altre cause, anche la questione daziaria (ricordate il Sugar act) e il boicottaggio delle merci inglesi, boicottaggio mercantile che, per certi versi, può però intendersi come la versione anomala e più estrema del dazio stesso.
Dazi e contro-dazi hanno sempre costellato gli scambi internazionali e, se anche possono essere visti come un fenomeno riprovevole, sono sempre stati utilizzati senza particolari pudori da tutti gli stati, Unione Europea e Stati Uniti pre-trumpiani compresi, anche in tempi recenti e recentissimi.
Ma questi dazi -al di là della loro sbandierata e, infine, molto più modesta dimensione- sono dazi “cattivi” come dicevamo perché minacciati dal “cattivo” per eccellenza, e cioè The Donald; se fossero stati attuati, diciamo, da un Obama probabilmente sarebbero stati criticati anch’essi ma non con i toni apocalittici di oggi. Il problema, in altri termini, non è tanto il dazio in sé ma chi lo pone; e forse neppure tanto chi lo pone ma chi lo interpreta e lo commenta.
SURPLUS COMMERCIALE, DAZI, TASSO DI CAMBIO.
Nella cultura popolare il surplus della bilancia commerciale è sempre visto come una benedizione per qualunque paese. Significa forte domanda estera, qualità dei prodotti nazionali, ricchezza che affluisce in patria, orgoglio sovranista (scusate il termine squalificato). Viceversa, una bilancia commerciale in passivo significa precarietà economica, denaro che prende la via dell’estero, dipendenza da altri paesi economicamente più forti, amor patrio compromesso.
Non troppe persone si rendono conto che le esportazioni di un paese sono, necessariamente, le importazioni di un altro, e che l’equilibrio commerciale globale diventa sempre più precario se pochi paesi esportano troppo a danno degli altri.
Durante la conferenza di Bretton Woods nel 1944, John Maynard Keynes, perfettamente consapevole di questa verità, propose addirittura una penalizzazione a carico dei paesi con un surplus commerciale eccessivo, colpevoli in qualche modo di destabilizzare il sistema degli scambi internazionali. Ora, un paese molto difficilmente ridurrà di buon grado il proprio surplus commerciale (anche se la cosa non è impossibile) e pertanto lo deve fare qualcun altro con lo strumento del dazio o, in alternativa, con una manovra sul tasso di cambio della propria moneta, strumento molto antipatico e in parte desueto ma, soprattutto, non selettivo e duttile come il dazio.
Dunque, per correggere (e non per punire) il “vizio mercantilista” di alcuni paesi come la Germania e la Cina, e per una normale esigenza di autotutela economica, il dazio rimane purtroppo lo strumento elettivo, anche se criticato da tutti coloro che, come anche un nostro Altissimo esponente politico, conservano un’angelica fiducia nelle virtù cooperative, autocorrettrici ed evolutive della globalizzazione.
E quindi bisogna subire le impennate dei dazi preannunciate dalla superpotenza americana? O, peggio, bisogna contrastarle con una contro-raffica di dazi usando un qualche “bazooka” economico, come auspicato dalla signora Von der Leyen, ormai preda, da qualche tempo, di un fremente linguaggio bellico?
La risposta viene spontanea dalle riflessioni che seguono.
TRUMP, POKER, CONTRATTAZIONE.
Le molte cose negative che vengono dette su Trump provengono da una scarsa conoscenza di due fattori: la personalità dell’uomo e la personalità degli Stati Uniti.
Trump è un ruvido uomo d’affari e un lucido giocatore d’azzardo, e gli Stati Uniti amano i self made men che sanno giocare d’azzardo. Qualcuno ha attribuito il repentino cambio di rotta del Presidente -che è passato da una minaccia di dazi spropositati ad una proposta di moratoria trimestrale- a tremuli ripensamenti, confusione mentale, paure disparate, influenze di consiglieri più prudenti.
Ben pochi hanno pensato a un’ipotesi più semplice: Trump, come in una partita di poker, ha semplicemente bluffato e rilanciato o, come negli affari, ha chiesto uno sproposito per poi ottenere molto di meno, ma comunque sconvolgendo gli avversari per far emergere le loro intenzioni, e anche per scoprire quali fra di loro possono essere portati dalla sua parte. Negare che l’uomo sia incapace di una simile strategia vuol dire sottovalutarlo pericolosamente.
E allora? Non resta che accettare il gioco imposto dagli USA e, come ha ben sottolineato la Meloni, che di Trump forse conosce qualcosa di più dei suoi critici, avviare una trattativa che possa disinnescare il conflitto e, magari, portare ad un nuovo ordine mondiale negli scambi commerciali. La teoria dei giochi, che spesso viene utilizzata nelle competizioni strategiche, prevede tre possibili soluzioni alle crisi: lose-lose in cui entrambi i contendenti perdono, win-lose in cui uno perde e l’altro vince, win-win in cui entrambi vincono.
Ovviamente l’ultima possibilità è quella auspicabile, magari attraverso una nuova Bretton Woods o un una nuova e, temiamo, faticosissima serie di rounds promossa dal WTO (World Trade Organization). L’importante è cogliere la moratoria concessa furbescamente da Trump dopo aver minacciato sfracelli planetari e ripartire con un nuovo assetto del commercio mondiale e, forse, anche delle relazioni politiche internazionali.
Tanto, chi doveva guadagnare una montagna di miliardi dagli scossoni delle borse di questi ultimi giorni probabilmente l’ha già fatto tramite vendite allo scoperto, commercio di futures, giochi di options altre operazioni finanziarie, come sempre succede quando i mercati si muovono così rapidamente; soprattutto quelli che -magari molto vicini agli ambienti della Casa Bianca- hanno avuto occasione di fare un accorto, lucroso e riservatissimo insider trading, ben conoscendo e sfruttando il famoso detto di Mao: “grande è il disordine sotto il cielo, e per questo la situazione è molto favorevole”.
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