Abbiamo più volte rilevato, su queste pagine, come le armi polemiche usate dalla sinistra contro il governo Meloni siano armi spuntate, o a salve, armi che si fondano su luoghi comuni adatti al proprio elettorato, un elettorato intellettualmente di bocca buona pronto a recepire ogni critica all’esecutivo pur di compiacere la propria antipatia verso chi è al potere. E questo particolarmente in ambito economico.
Anche qui abbiamo sottolineato spesso come i governi, in un’economia fortemente globalizzata, hanno pochi strumenti di intervento, soprattutto se le loro politiche economiche sono ostaggio di organizzazioni sovranazionali come l’Unione europea, oppure amministrano, come l’Italia, paesi da sempre strutturalmente fragili.
Due fra i luoghi comuni noiosamente avanzati dall’opposizione sono: l’aumento della pressione fiscale e la scarsa crescita economica.
L’argomento principe del Campo largo è che col governo Meloni la pressione fiscale è aumentata sino a raggiungere il 43,5%. Non staremo ad usare argomenti storici (nel 2022, quando il governo si è insediato, era un po’ sotto al 42%) o geografici (in altri paesi, come la Francia, è superiore), ma proviamo a spiegare il significato reale della situazione.
Come tutti sanno, la pressione fiscale è semplicemente il rapporto fra le entrate fiscali e parafiscali dello stato e il prodotto interno lordo. Siccome il denominatore, cioè il PIL, è purtroppo cresciuto poco in quest’ultimo periodo (sempre sotto l’1% dal 2023) si può ragionevolmente presumere che l’aumento di pressione fiscale sia da attribuire essenzialmente alla crescita delle entrate tributarie. E perché questo?
Le opposizioni puntano sulla risposta più populista: perché Meloni ha alzato le tasse. Ma questo non è vero, e basta guardare con un minimo di onestà, ad esempio, alle manovre sull’IRPEF, il prelievo che più colpisce direttamente individui e famiglie. Si ignora totalmente -o si fa finta di non vederlo- il fatto che il consistente aumento dell’occupazione ha creato un’altrettanto consistente platea di nuovi contribuenti sia sotto l’aspetto strettamente tributario sia sotto quello della contribuzione previdenziale, facendo così aumentare il numeratore della frazione e quindi il valore della pressione fiscale.
A ciò va aggiunto -ma anche qui la sinistra è affetta da cecità consapevole- il numero dei rinnovi contrattuali del comparto statale che hanno aumentato i redditi delle relative famiglie con conseguente maggior prelievo fiscale; e poi anche i buoni risultati della lotta all’evasione fiscale e contributiva (+36,2 miliardi di euro rispetto all’anno precedente). Si tratta cioè di una crescita della pressione fiscale ma non di creazione o aumento di nuove tasse. È un concetto chiaro agli studenti appena un po’ volonterosi che frequentano l’ultimo anno degli istituti superiori dove si tiene un corso di Scienza delle finanze, ma evidentemente non per il piddino medio poco volenteroso, e ancor meno per suoi rappresentanti politici che vanno in TV.
Il secondo fantoccio polemico, come avrebbe detto Luigi Einaudi, è la scarsa crescita economica. Scarsità imputabile a Giorgia Meloni e al suo governo, ça va sans dire, cosa che per l’opposizione è assolutamente ovvia secondo un rozzo principio sincronico: c’è un governo di destra, la crescita è debole; dunque, la seconda è causata dal primo. Ignorano, i campolarghisti, che i sistemi economici sono oggi fortemente interconnessi dalla globalizzazione: il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un uragano nel Texas, secondo la nota immagine di Edward Lorenz. E dunque vale la pena di andare un po’ più a fondo, deludendo i simpatici frequentatori delle Feste dell’Unità.
A questo proposito è istruttivo un articolo di Federico Fubini comparso sul Corriere della Sera di lunedì 5 ottobre che porta un titolo decisamente ottimista:” Perché l’Italia ora cresce?”
Il senso delle argomentazioni di Fubini è molto semplice: checché se ne dica, Germania e Italia hanno raddoppiato la loro crescita economica nel 2026 rispetto a ciò che ci si aspettava sei mesi fa. I principali istituti economici tedeschi hanno corretto la stima dallo 0,6% previsto in primavera all’1,3% previsto oggi; e il Documento programmatico varato dal governo italiano fissa inaspettatamente la crescita 2026 all’1% rispetto all’ 0,6% di aprile.
Questo dovrebbe bastare per silenziare i catastrofisti almeno per un po’, ma resta l’interrogativo sul perché è avvenuto un simile scostamento positivo.
La risposta di Fubini è originale e interessante. I protagonisti della crescita italo-tedesca sono i grandi hyperscalers statunitensi, cioè i colossi dell’elaborazione dati incentrati sull’intelligenza artificiale. Queste imprese hanno bisogno, oltre che di colossali forniture di energia elettrica per l’elaborazione delle informazioni, anche di notevoli impianti materiali per utilizzare e gestire l’attività digitale, vale a dire edifici, strumentazioni, cavi, pannelli, componenti meccaniche, cablaggi, sistemi di raffreddamento, contenitori, connettori e così via; cioè tutta una serie di componenti di cui l’industria manifatturiera di Germania e Italia sono eccellenti e raffinati produttori.
E tutto ciò richiede consistenti investimenti: “siamo di fronte” scrive Fubini, “a un’ondata di liquidità per investimenti simile a quella sperimentata nella storia del capitalismo per le ferrovie o per l’elettrificazione delle fabbriche”.
Per la Germania le vendite di questi prodotti verso gli Stati Uniti si sono moltiplicate dal 2022 al 2025 da duemila a settemila tonnellate l’anno, crescendo del 67% solo l’anno scorso. Anche l’Italia ha avuto la sua parte di forniture: Leonardo, Prysmian, Retelli, Ducati energia, Ansaldo energia, Gewiss, Carel industries, Aermec, e altre; tutte aziende che vedono crescere il loro fatturato non in modo occasionale ma strutturalmente proiettato nel futuro.
Questo complesso di aziende, e molte altre, sono le protagoniste della crescita che si è affacciata sul nostro palcoscenico economico grazie all’esplosione oltre oceano di un settore come quello dell’intelligenza artificiale. Di fronte ad esempi come questo, e a molti altri, continuare a ripetere che crescita e recessione siano sempre e solo imputabili alle azioni o alle inazioni dei governi appare veramente infantile, e giustificato solo dalla propaganda elettorale.
L’economia cresce e decresce nella congiuntura globalizzata mossa da forze difficilmente controllabili sia sotto il profilo economico sia sotto quello geopolitico.
Ritenere che si possa governare tutto ciò equivale, più o meno, a pensare di controllare il clima con qualche numerino di emissioni nocive. Ma questo è un altro discorso.
