La morte non fa distinzioni: davanti alla sua falce re e contadini, papi e vagabondi sono uguali
Che cosa accomuna Pinzolo (TN), Sesto (BZ), e Clusone (BG)? Il ricorso a un tema iconografico che è diventato il segno emblematico della caducità della vita: la danza macabra.
«Io sont la Morte/ che porto corona/ sonte signora/ de ognia persona…».
Non necessita di alcun commento l’incipit dell’ampio cartiglio che accompagna lo sviluppo della danza macabra che Simone Baschenis de Averara dipinse nel 1539 sulla facciata meridionale della chiesa di San Vigilio di Pinzolo.
Aprono il corteo alcuni scheletri musicanti, il primo dei quali è appunto coronato dal simbolo che fa la Morte regina dell’umana fragilità. Poi via via quella tragica processione si snoda con una serie di coppie che danzano il tragico balletto della finitudine: a guidare, in ogni coppia, è uno scheletro, mentre ognuno degli altri danzatori raffigura un personaggio socialmente definito. Segno che la morte non fa distinzioni: davanti alla sua falce re e contadini, papi e vagabondi sono uguali.
Questo è di fatto il tema dominate della danza macabra che, con modalità diverse, costituisce un leitmotiv della cultura, già nel mondo pagano.
E che non abbia mai perduto la sua straordinaria popolarità, lo dimostra la suggestiva interpretazione di Rudolf Stolz che, nel 1924, a Sesto (BZ) ha affresco con questo tema la cappella che si trova all’ingresso del locale cimitero.
Ma è a Clusone, che la danza macabra trova la sua apoteosi. Qui, a ridosso della basilica di Santa Maria Assunta, sorge il quattrocentesco Oratorio dei Disciplinati (edificato tra il 1348 e il 1350), che presenta parte della facciata affrescata con il tema della danza macabra (1485); un’opera di grande fascino considerata una tra le più importanti del genere.
L’affresco può essere diviso in due parti: in quella superiore vi è un Trionfo della Morte, mentre in quella inferiore si trova la Processione dei Morti. Nella prima è posto un grande sarcofago che contiene il cadavere di un imperatore e di un papa, attorno ai quali strisciano rettili, assieme a rospi e scorpioni. Sopra a tutto e a tutti, domina uno scheletro elegantemente bardato con un mantello signorile che reca due stendardi.
Su quello di destra vi è la scritta «Gionto la morte piena de equaleza sole voy ve volio e non vostra richeza e digna sonto da portar corona per che signoresi ogni persona», mentre in quello di sinistra si legge: «Giunto per nome chamata morte ferisco a chi tocharà la sorte non è omo chosi forte che da nme non po scampare».
Ai lati di questi due stendardi vi sono altri cartigli. Quello di sinistra è ben leggibile e reca la scritta: «Omnia omo more/ e questo mondo lassa/ chi ofende adio amara mente passa», mente quello di destra è rovinato e non è possibile ricostruire il senso della frase.
Ai lati della Morte Trionfante vi sono altri due scheletri: quello di sinistra con un arco scocca tre frecce che vanno a colpire altrettanti cacciatori riccamente addobbati, uno dei quali cade riverso sul suo cavallo, uno guarda attonito lo strano arciere e l’ultimo cerca di fuggire.
Lo scheletro di destra spara con un archibugio a una folla che gli si avvicina. Ai lati del sepolcro vi sono un vescovo che offre alla Morte un vaso pieno di monete d’oro e un re che osserva con attenzione una gemma che gli viene porta da un mercante giudeo. Tutti questi personaggi sono interessati più alle cose terrene che alla sorte della loro anima, e cercano, all’ultimo momento, di corrompere la Morte. tale atteggiamento si evince nella figura di un papa che le porge una coppa piena di denaro, di un re che le offre un anello, di un feudatario che le dà la sua corona. Ma la Morte non si lascia corrompere, infatti ai suoi piedi vi sono molti cadaveri di signori e principi.
Sopra alla danza vi è una fascia nella quale è scritto: «Oti che serve adio del bon core/ non havire pagura a questo ballo venire/ ma alegramente vene e non temire/ poy chi nase elli convene morire».
Nella parte inferiore dell’affresco, purtroppo mutilo nella sua parte destra, si vede una serie di scheletri che tengono per mano alcune persone: giudici, un magistrato, un filosofo, uno studente, un alchimista, un artigiano, un frate, una giovane donna che si specchia. È stato ipotizzato che nella parte mancante del dipinto fossero raffigurati personaggi del potere temporale e spirituale.
Il tema della danza macabra risulta particolarmente sentito nella cultura figurativa popolare e affonda le sue radici nelle tradizioni precristiane.
L’esempio più antico che potrebbe essere messo in relazione alla danza macabra è reperibile nelle decorazioni di alcuni bicchieri in argento ritrovati nella villa di Boscoreale a Pompei, sul quale sono raffigurati alcuni scheletri che suonano strumenti musicali.
A sorreggere il modello iconografico, ma anche letterario, della morte come rivincita della disuguaglianze sociali, ebbero di certo un ruolo non secondario le epidemie di peste che seminarono distruzione, sterminando intere comunità e gettando brutalmente in faccia ai singoli individui la caducità dell’umana esistenza.
Vi è chi sostiene che l’origine del soggetto sarebbe da ricercare nella cultura orientale, in seno alla tradizione buddista, in cui la rappresentazione dei morti che dialogano con i vivi si richiama all’episodio di Siddharta che, incontrando un cadavere, rinuncia ai piaceri della vita.
Altri ipotizzano una connessione dell’aggettivo con il nome di san Macario eremita, la cui immagine compare per esempio nell’affresco pisano del Trionfo della Morte. La tesi maggiormente condivisa propone un collegamento al Secondo Libro dei Maccabei (12, 44-45): infatti in alcune fonti la danza macabra è anche indicata come «maccabaeorum chorea», ciò in relazione al fatto che, durante il Medioevo, nel corso della festività dei defunti, nelle prediche era spesso utilizzato il versetto dal citato libro dei Maccabei: «se egli non avesse sperato che i caduti risorgeranno, sarebbe stato superfluo e sciocco pregare per i defunti».
Il tema della danza macabra entrò comunque a far parte della cultura figurativa popolare: scheletri e uomini delle più disparate condizioni sociali, spesso nettamente caratterizzate dall’abbigliamento, sono accomunati in un’unica struttura narrativa colma di rimandi simbolici.
Ai piedi degli scheletri, ricchi e poveri, papi e imperatori: espressione oggettiva della caducità dei valori terreni e della distruttibilità dei beni di questo mondo.
