I nostri lettori ricorderanno che da tempo la sinistra va dicendo che l’Italia sta per annegare nel Mediterraneo sotto lo sguardo sgomento di un’Europa che invece trionfa in campo economico. Un’Italia sempre più povera, sempre più simile ad un’immensa favela sudamericana piena di mendicanti e di madri disperate per l’impossibilità di nutrire i loro bambini: la famosa Italia del “frigo vuoto” evocata da Elly Schlein e dai suoi amici in tante occasioni.
È vero che l’opposizione ha il diritto di drammatizzare il mondo amministrato dalla maggioranza -fa parte del gioco- anche figurando apocalissi tanto spaventose quanto irreali; ma riteniamo che ci sia un limite a questo esercizio di fantasia, soprattutto di fronte ai dati reali provenienti da quegli organismi che istituzionalmente sono preposti ad elaborarli e proporli all’opinione pubblica.
Qualcuno in passato ha detto con un buon senso dell’umorismo, ma anche della realtà, “prendete un certo numero di dati, rinchiudeteli in un computer, torturateli abbastanza a lungo, e finiranno per dirvi quel che desiderate”. Probabilmente è vero, ma solo se chi elabora i dati è uno che ha già deciso che cosa dimostrare per compiacere qualche centro di potere: l’IPCC per le questioni climatiche, l’OMS e l’ISS per quelle sanitarie, i centri studio di partito, sindacali o imprenditoriali per quelle economiche.
Ma quando le rilevazioni provengono a livello internazionale dal Fondo monetario internazionale (FMI), dalla Banca Mondiale, dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE); oppure, a livello nazionale, dall’Ufficio studi della Banca d’Italia, dall’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) o, infine, dall’ Istituto nazionale di statistica (ISTAT), essi vanno presi con una certa serietà e, se non proprio accettati e condivisi, almeno rispettati dai vari contendenti sulla scena politica.
Purtroppo, quando ci si confronta mediaticamente, ognuno butta nella caciara dati suggestivi senza mai citarne la fonte; dati, se non proprio inventati, quantomeno raccogliticci, ripetuti ad nauseam, senza padre né madre; e di cui nessuno chiede mai conto, forse per paura che qualcun altro chieda conto della natura e dell’origine dei propri dati, spesso ugualmente farlocchi.
Ecco perché l’ultima rilevazione trimestrale dell’ISTAT sull’economia italiana va raccolta e proposta al pubblico dibattito con il dovuto rispetto: non solo perché proviene da uno di quegli organismi di cui si riconosce la competenza e l’imparzialità, ma anche e soprattutto perché sbugiarda una narrazione di parte tutta fondata sulla suggestione apocalittica, o quanto meno terroristica, di un’Italia sull’orlo del tracollo economico. Ovviamente a causa e per colpa del governo di centrodestra, ça va sans dire.
Ma che cosa emerge dalla relazione ISTAT?
Secondo la stima preliminare dell’Istituto, nel secondo trimestre del 2026 il PIL italiano è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua. Un dato che ha spinto l’istituto di statistica a rivedere al rialzo la crescita acquisita per l’intero anno, portandola dallo 0,6% allo 0,8%, o forse addirittura all’1%. A sostenere l’espansione sono soprattutto i servizi, mentre industria e agricoltura restano in difficoltà, in un contesto segnato ancora dall’incertezza internazionale, dai costi energetici elevati e da una domanda estera debole.
“Non è un boom” dice l’economista Antonio Tognoli su Affari Italiani, “ma nemmeno un segnale di declino. È una tenuta dignitosa in acque agitate”.
Una “tenuta dignitosa in acque agitate”, appunto. Niente di spettacolare, certo, ma più che abbastanza per demolire il catastrofismo di sinistra.
Possiamo parlare di ripresa? Forse sì, forse no, ma in ogni caso si tratta di una forte resilienza del sistema economico italiano di fronte a una crisi che ha investito tutto l’occidente e non solo il nostro paese. E ancora, questa resilienza è un merito del governo di centro destra che ci amministra? Anche qui, forse sì forse no. Ma certamente altri governi, di altro segno politico, non avrebbero fatto meglio, anche perché dalle balbettanti dichiarazioni dell’opposizione non si capisce proprio che cosa avrebbero fatto. Nessuno oggi sa quali politiche economiche avrebbe posto in essere un ipotetico governo Schlein, o Conte, o Bonelli o altri ancora.
Anche perché, come abbiamo sottolineato in precedenti articoli tempo fa, le politiche economiche nazionali sono penosamente inefficaci di fronte ai grandi sovvertimenti internazionali, anche e soprattutto in ambito UE perché ormai gli stati europei -e quindi anche l’Italia- sono privi degli strumenti autonomi di un tempo: politiche monetarie, politiche valutarie, politiche di bilancio. Che cosa può fare l’Italia senza una valuta propria, senza una banca centrale propria, senza un bilancio non soggetto alle imposizioni dell’UE?
Quei pochi dati evidenziati dall’ISTAT sono un vero monumento ad una azione di governo che, costretta all’impotenza da scelte cieche del passato, ha comunque ottenuto risultati apprezzabili pur nella loro modestia. Una navigazione più che dignitosa nella tempesta. Non amiamo i ragionamenti controfattuali, ma che cosa avrebbe invece prodotto un’Italia libera di scegliere e utilizzare i mezzi necessari per combattere la crisi?
Gli altri ci dicano, al di fuori delle fumosità polemiche -concretamente e tecnicamente- che cosa avrebbero fatto a parità di condizioni.
Forse qualche manifestazione di piazza in più?
O Askatasuna al Ministero dell’Economia?

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
