La lucida analisi di Gabriele Guzzi
Che l’Unione Europea goda di pessima salute è ormai evidente a tutti: impotenza diplomatica, inadeguatezza militare, debolezza culturale, incapacità di fronteggiare crisi geopolitiche, pesantezza burocratica, servilismo verso le ideologie imperanti e altro ancora.
A tutto questo eurocrati ed eurofili rispondono con le solite banalità: rifondare, riformare, cambiare, progettare e inseguire il disegno di un’Europa “diversa”, qualunque cosa questo voglia dire. Tanti “sferzano” l’Unione, a partire da Draghi per finire a Mattarella, non si sa in base a quali competenze e su quali prospettive, e rimanendo sempre in quella vaghezza che è caratteristica di ogni narrazione futurista e riformista.
In questa orchestra stonata di sognatori e propagandisti, si insinua però qualche analisi più lucida e più realistica della realtà comunitaria, lucidità e realismo che sconfinano in una radicale disillusione sino ad ipotizzare e augurarsi la futura dissoluzione della gigantesca sovrastruttura europea e il ritorno a una pluralità di stati liberi e autonomi.
Con Eurosuicidio (Fazi editore, 2025) Gabriele Guzzi ci introduce intelligentemente a questa analisi e a questa ipotesi futuribile. L’autore appartiene ad una categoria di economisti un po’ particolare nel senso che è molto attrezzata dal punto di vista tecnico ma è anche ben formata sul lato umanistico: Guzzi scrive di economia ma anche di filosofia e talvolta di spiritualità (si è laureato con una tesi sul rapporto tra Heidegger e Marx nella “genealogia metafisica della teoria del valore”); così come un altro studioso, Armando Savini, recentemente emerso nell’ambiente intellettuale italiano che si occupa sia di economia e geopolitica sia di tradizioni mistiche del passato.
Guzzi affronta la drammatica realtà europea sia sotto un rigoroso aspetto tecnico, ripercorrendo le tappe dello scioglimento dell’autonomia italiana prima nella Comunità e poi nell’Unione europea, sia sotto l’aspetto storico-economico sia sotto un aspetto decisamente insolito: quello della trasformazione della mentalità e delle aspettative di un popolo verso una narrazione e una politica europeista viste come una nuova religione sostitutiva delle precedenti religiosità catto-democristiana e social-comunista.
Il clima intellettuale in cui viene a maturare l’adesione dell’Italia prima all’UE e poi all’euro, secondo Guzzi, avviene fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso a seguito anche della crisi ideologica della nazione: i due grandi riferimenti degli italiani – il cattolicesimo sociale e le utopie socialiste – vanno in crisi a seguito della laicizzazione globalista e del crollo del socialismo reale in Europa; da lì nasce l’esigenza di nuove visioni del mondo.
Questa esigenza sarà soddisfatta dal mito di un’Europa unita, progressista, tollerante, solidale, politicamente coesa ed economicamente efficiente che assume una dimensione quasi religiosa per i popoli europei e per quello italiano in particolare. “In modi diversi, quindi,” scrive Guzzi “sia il filone democratico-cristiano che quello socialcomunista avevano perso il riferimento alla propria dimensione ideale. Quale fu allora il ruolo dell’integrazione europea? In questo smottamento, in questa crisi, essa apparve come la grande narrazione sostitutiva. L’Ue e l’euro furono vissuti, interpretati e comunicati come un immenso surrogato politico-ideologico”,
L’euro, in particolare, divenne un riferimento quasi teologico. Prosegue ancora Guzzi: “L’euro è un feticcio, si dice spesso, e a ragione. Ma questo accade perché, da un punto di vista antropologico, l’euro svolge esattamente questo ruolo, ovvero è diventato una forma idolatrica. Al posto delle grandi narrazioni, delle religioni più o meno secolarizzate, l’euro è diventato un’idolatria politica, un feticcio al centro del villaggio, un modo per attribuire a una valuta qualità miracolose su un piano di effettività storica”.
Ma questa evoluzione sul piano della psicologia collettiva ha ovviamente delle precise basi storico-economiche; e qui Guzzi espone un racconto dettagliato di come, negli anni sopraddetti, si arrivò alla costruzione europea sotto il profilo monetario.
L’adesione al Trattato di Maastricht nel 1992 ebbe come conseguenza l’impossibilità per l’Italia, che si cullava allora in quella che Guzzi definisce “stagnazione indolente”, di utilizzare i due classici strumenti di politica economica – la manovra sul tasso di cambio e quella sul tasso d’interesse – che da sempre appartenevano all’arsenale delle armi per combattere recessione e disoccupazione, sia sul fronte estero sia su quello interno.
Dopo la scelta dell’euro, il riaggiustamento venne invece perseguito lasciando che i salari calassero al fine di rendere i beni italiani di nuovo competitivi. Il “prezzo” su cui si intervenne non fu più quello della valuta ma quello del lavoro. Non potendo più svalutare esternamente, attraverso il prezzo di quella merce particolare che denomina tutte le altre merci, ossia la valuta, si dovette svalutare internamente, attraverso il prezzo di quella merce particolare che è inclusa nel processo produttivo di tutte le altre merci, ossia la forza-lavoro. In parole più crude, per uscire dalla crisi l’Italia dovette lasciare crescere la disoccupazione, diminuendo il potere contrattuale dei lavoratori e abbassando le richieste salariali per rendere i propri beni di nuovo competitivi sui mercati internazionali, con i costi sociali facilmente intuibili.
L’Italia è stata la più brava della classe nel recepire le istanze di politica economica europea in questi trent’anni di declino. È stato anzi proprio l’adeguamento acritico a queste impostazioni ad aver contribuito in misura consistente alla stagnazione economica, politica e culturale degli ultimi decenni. Luciano Canfora ha affermato, infatti, che “l’europeismo, brandito con retorica e fastidiosa insistenza, non è che la figurazione romantica di una realtà intrinsecamente e prosaicamente iperliberista”.
L’esempio del governo Monti fu parossistico: mentre si imponevano misure draconiane di austerità, aumentando tasse ed età pensionabile nel bel mezzo di una crisi globale, distruggendo domanda interna, PIL e occupazione, il rapporto debito/PIL cresceva di oltre 12 punti. L’Italia ha cioè messo in pratica l’austerità non solo rinunciando a una quota rilevante di crescita ma anche perdendo terreno utile per rendere più sostenibile il proprio debito.
E a questo proposito va notato come la causa dell’aumento esponenziale del nostro debito pubblico non va attribuita a un’Italia “spendacciona”, dalla spesa pubblica incontrollata, infatuata da un keynesismo ideologico e da una ubriacatura socialista, ma piuttosto nel rafforzamento del vincolo europeo (uno dei tanti “vincoli esterni” auspicati dalla tecnocrazia nazionale) e nella politica monetaria che l’Italia subì in quegli anni da parte di una classe politica inconsapevole delle conseguenze materiali del processo politico-economico che andava costruendo.
Se ci aggiungiamo anche il fatto che le privatizzazioni hanno indebolito il soggetto che in Italia faceva maggiormente ricerca e sviluppo, ovvero lo Stato attraverso le sue partecipazioni, non è difficile comprendere come il nostro paese sia stato soffocato in un assetto che ha devastato la prosperità economica e depresso la dinamica della produttività.
In un saggio del 1943 Michał Kalecki, aveva ampiamente profetizzato tutto ciò: secondo l’economista, sebbene la piena occupazione sia un obiettivo tecnicamente raggiungibile, le classi dominanti vi si oppongono in quanto essa mina la stabilità dell’ordine sociale. La piena occupazione, infatti, aumenta il potere contrattuale dei lavoratori mentre la disoccupazione mantiene i salari bassi e rafforza l’autorità dei possessori di ricchezza. La disoccupazione è perciò un perfetto “strumento disciplinare”.
Possiamo chiederci se quelle scelte non rispondevano ad una precisa esigenza dei grandi poteri economico-finanziari dell’Europa?
La classe politica italiana non aderì all’Ue per una ragione esclusivamente economica. La motivazione geopolitica svolse una funzione ben più importante. Troppa era la paura di rimanere isolati. «Qui si fa l’Europa o si muore» era il motto; ma alla fine, si è riusciti a realizzare, secondo Guzzi, una terza opzione: “si è fatta mezza Europa, e l’Italia non se la passa affatto bene”.
Il 1992 può essere visto come l’inizio di ciò che il nostro autore definisce “una fase costituzionale in contumacia”, ovvero in assenza di assemblee costituenti, referendum e di un dibattito pubblico vero e proprio. Al popolo si presentò l’idea che tutto questo fosse sinonimo di modernità e che in fondo non ci fossero alternative: nessun dibattito pubblico, nessuna attenzione da parte dei media, nessun dubbio nella narrazione prevalente.
E il futuro?
“Come rompere la gabbia?” si chiede Guzzi e prospetta la fine del sistema europeo che potrebbe avvenire non tanto per l’uscita unilaterale del nostro paese dall’Unione, sul modello della Brexit, ma piuttosto per il suo cedimento strutturale a causa delle sue molte contraddizioni e inefficienze, cedimento che potrebbe essere determinato soprattutto dalle due grandi potenze europee, Francia e Germania, che ad un certo punto riterranno non più conveniente o addirittura insostenibile la loro appartenenza all’UE, come già traspare da molteplici indizi . L’Autore prospetta anche un piano tecnico da adottare preventivamente dal nostro paese per fronteggiare quel futuro collasso e le sue drammatiche conseguenze economiche, politiche e istituzionali.
La sua conclusione è inquietante: “Molti di noi non hanno visto nascere il trattato di Maastricht. Se porteremo a compimento questa opera, lo vedremo morire. E da questa fine potrà iniziare tutta un’altra storia”.
Alla salute dei tanti euro lirici ed euro-entusiasti…

Civico20news
Elio Ambrogio
Editorialista
