È una cosa molto sgradevole, ma prima o poi dovremo dircela e trarne le conseguenze: l’immigrazione, superate certe dimensioni, diventa sempre un problema, ma quella selvaggia è sempre un pericolo sin dall’inizio.
In un mondo ideale sarebbe molto bello che ogni uomo, ogni donna potesse nascere, crescere, realizzarsi e morire nel proprio paese, salvo che decidesse liberamente -e non per necessità- di trasferirsi altrove per dare il suo contributo di intelligenza e di operosità ad un’altra nazione.
Purtroppo, sappiamo che non è così, e non è mai stato così. Il passato ci racconta che orde di migranti, spinti dalla fame pura e semplice e da quella di terra, hanno invaso altri paesi e spesso ne hanno scacciato e distrutto le relative popolazioni.
La storia dell’Occidente, come ben raccontato da un recente e spietato libro di Manlio Dinucci, uno dei maggiori geografi italiani (L’altra faccia della storia, Byoblu edizioni 2025), negli ultimi cinque secoli ha violentato e rapinato il resto del mondo attraverso tre strumenti: la forza militare, il potere economico, l’emigrazione predatoria. Interi popoli, da sempre legittimamente insediati sulle loro terre, sono stati spazzati via fisicamente e culturalmente e derubati di ogni loro bene materiale e immateriale.
Non ci facciamo qui particolari illusioni: il più forte scaccia il più debole. Ogni moralismo in proposito ha poco senso, se non quello di compiacere il narcisismo etico di chi lo coltiva e che, se ostentato dal nostro Occidente inventore e tutore dei diritti umani, appare ancora più contraddittorio e inconsistente.
Ecco perché oggi il fenomeno immigratorio nelle nostre nazioni appare così problematico: innanzitutto perché investe una nostra presunta superiorità morale che non regge di fronte alla storia, e poi perché quel fenomeno appare potenzialmente devastante nelle nostre società che pur non avendo, come detto, alibi morali, oggi devono comunque difendere la loro struttura sociale, politica, economica e -ultima ma non meno importante- giuridica dall’impatto di un crescente inserimento di culture e sotto-culture aliene.
E non si offenda nessuno per questo termine “aliene”, che significa semplicemente “diverse” o “estranee”. Se qualcuno vuole dimostrare che le persone appena giunte dall’Africa sub-sahariana o dall’Oriente o dall’universo islamico sono immediatamente compatibili con i nostri valori e la nostra visione del mondo, può certamente farlo ma non pretenda la nostra condivisione.
Al di sotto di questa complessa problematica culturale, ce n’è un’altra più semplice: quella della legalità.
Che cos’è la legalità? Noi pensiamo che sia il minimo comun denominatore della convivenza civile, ciò che semplicemente permette ad una società di esistere evitando, o almeno contenendo, quel bellum omnium contra omnes che per Hobbes era la condizione della barbarie e della pre-civiltà.
E qui viene la considerazione più difficile, quella più indigesta alla narrazione conformista contemporanea: quanto ha contribuito l’immigrazione -in particolare quella irregolare- al degrado della coesione sociale e della legalità nell’Italia di oggi?
Possiamo contrapporci l’un l’altro con dati, statistiche, analisi, e soprattutto visioni sociopolitiche, ma resta il dato incontrovertibile, duro, perfettamente verificabile e percepibile di una partecipazione molto forte degli immigrati irregolari al sistema dell’illegalità nazionale.
Su un certo numero di reati, quanti sono dovuti a immigrati irregolari?
Secondo i dati del Ministero della Giustizia, gli stranieri detenuti rappresentano all’incirca il 30% della popolazione carceraria; una minoranza certo, ma decisamente consistente e significativa. E se una certa immigrazione non vi fosse stata, o fosse stata efficacemente contrastata, non avremmo avuto comunque una importante riduzione dell’illegalità complessiva?
Possiamo dire che si tratti solo di “percezione”, o di “ossessione securitaria” di fasce incolte, rozze e disinformate della nostra collettività nazionale, come sostengono i fautori delle porte aperte?
Di qui l’emersione di un altro concetto significativo nel dibattito pubblico più recente: quello di remigrazione.
Si tratta del principio secondo cui lo straniero che commette reati in una nazione possa -e magari debba- essere reinviato nel paese d’origine. Che cosa ci sia di scandaloso in una simile impostazione della politica di sicurezza di uno stato non è dato sapere, o almeno appare incomprensibile lo sdegno suscitato dal raduno che si è tenuto su questo tema a Gallarate sabato 17 marzo, se si eccettua il fatto che è stato organizzato da forze europee di destra, sovraniste, identitarie, cosa che di per sé non risulta ancora essere un reato o quantomeno un fatto illecito, se non per un certo fanatismo di sinistra.
Che poi non si voglia condividere questa visione è del tutto comprensibile se si proviene da una cultura progressista, immigrazionista, solidarista o comunque estaticamente votata all’accoglienza senza se e senza ma.
Non è assolutamente permesso però contestarla con pietre e bastoni, come è stato fatto. Il rifiuto violento della remigrazione, ma anche quello più moderato del concetto in sé, rappresentano non solo una pregiudiziale ideologica molto radicata nella propaganda comunicativa ma anche il semplice rifiuto di un approccio razionale del problema.
Qualcuno dovrà spiegarci la ragione per cui è meglio rinchiudere un delinquente in carcere a spese della collettività piuttosto che allontanarlo dal territorio nazionale, procedura applicabile non solo a chi ha commesso reati significativi ma anche a chi dimostra di non condividere o disprezzare violentemente i valori fondanti della nostra società e della nostra civiltà. D’altra parte, il concetto di “indesiderato” è pienamente accettato e applicato nella prassi delle relazioni internazionali, con la normale conseguenza dell’espulsione. E nei secoli passati l’esilio non era forse una pena molto meno cruenta di tante altre applicabili, secondo le leggi di allora, a chi turbava in qualche modo l’ordine pubblico consolidato?
Nessuno che abbia una qualche residua lucidità può negare che la remigrazione, attuata naturalmente con le garanzie di legge e per ben definite categorie di illeciti, sia uno strumento rapido, economico, ragionevole, e fondamentalmente umano, di autotutela sociale; ma anche una efficace misura di disinflazione carceraria in grado di contrastare quella sovrappopolazione degli istituti di pena che -quella sì- rappresenta una vera lesione alla civiltà complessiva della nostra nazione; una nazione già portata più volte al cospetto degli organismi giudiziari internazionali preposti alla tutela dei diritti umani.
Resta da vedere se la remigrazione dovrà essere una procedura giudiziaria o anche solo -con alcune dovute garanzie- amministrativa, cioè più rapida, snella, immediata. È una questione altamente tecnica e delicata, che richiede altri approfondimenti.
Quello che oggi importa è lo sdoganamento ideologico del principio per cui uno stato può e deve difendersi dagli eccessi di una immigrazione che rifiuta regole e limitazioni e, soprattutto, pretende per sé libertà, diritti, e qualche volta privilegi, che molto spesso sono negati agli stessi cittadini.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
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