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Ecco la “sostituzione tecnica”: l’intelligenza-artificiale uccide la verità, la realtà e l’umanità
Quid est veritas? (Giov., 18, 38)
Gesù, l’unico che sapesse rispondere alla provocatoria domanda di Pilato, tacque.
Noi miseri mortali brancoliamo nel buio pesto, ma almeno aspiravamo ad essa, per quanto irraggiungibile.
Oggi non più.
L’ia l’ha cancellata.
Quando, scrollando stolidamente lo schermetto del cellulare, sfogliamo le notiziole acchiappa-clic che ci propinano in base alla profilazione a noi affibbiata, continuamente ci sorge il dubbio: report genuino o adulterata bufala? (“La seconda che hai detto”, sentezierebbe il “guru” Guzzanti.) Ed è la reiterata e reiterata falsità – la fake – di goebbelsiana memoria, paradossalmente incredibile, a trionfare. Le panzane pianificate strategicamente. Non solo il testo, anche le immagini che lo illustrano risultano sovente partorite dalla mentitrice “mente elettronica” del software conversazionale, che le assembla copiando da terabyte di informazioni pertinenti per analogia, pescate – ossia rubate, con buona pace dei diritti d’autore – nell’immenso marasma webete di internet: che razza di “fedeltà ai fatti”, onestà professionale e rigore giornalistico sarebbe?!
La canonica interrogativa “regola delle cinque w” (what, when, where, who, why?) è defunta. La celebre battuta di Humphrey Bogart in Deadline-USA (1952) di Richard Brooks andrebbe cambiata in “that was the press, baby!” (“questa era la stampa, bimba!”).
Ogni volta che chiedo alla suadente vocina del chat-bot (GPT, Gemini e compagnia cantante) di fornirmi indicazioni, trovarmi un ristorante o risolvermi un problema, o – peggio – di “inventare” un fotomontaggio o filmato strampalato, magari di un platinato presidente americano che, vestito da papa, balla il tango con Belzebù, addestro e nutro il mostro. L’intelligenza-artificiale (de)generativa, tramite il deep learning, si istruisce e corregge – gratis – grazie alle nostre originali ideazioni e conoscenze, personali caratteristiche, opinioni e preferenze, forze e debolezze e presto ci renderà inutili. A cominciare da colui che sta stilando questo editoriale domenicale (sempre che non sia prodotto sinteticamente…).
Ecco la “sostituzione tecnica”.
Non si parla più di mansioni pesanti e ripetitive, semplici “operai” o “impiegati di concetto”, amministrativi e burocrati; è in gioco, a rischio, ciò che ci rappresenta precipuamente in virtù di esseri-umani e che pretendiamo ci distingua dagli animali e dalle macchine (appunto): la creatività.
I giga-miliardari (o triliardari), tipo l’Alielon Musk e Bill Gates, che spesso ipocritamente allarmano in merito l’opinione pubblica del popolino bovino vaccinato, ci persuaderanno che i posti-di-lavoro persi adesso saranno in futuro rimpiazzati da nuove specializzazioni avanzate, mentre stanno insegnando ai supercomputer a progettarsi e programmarsi da sé, rendendo accessori gli stessi ingegneri.
Non domani, dopodomani forse, inevitabilmente, noi “in carne-ed-ossa” – infestanti inquinanti sognanti sostanze sensibili e crudeli – non serviremo che da schiavetti poveretti o ricconi fannulloni, tenuti in vita dai cervelloni cibernetici, con equilibrato contingentamento demografico, a mo’ di esemplari della biodiversità terrestre, a guisa delle foche-monache o dei simpatici panda. Saremo neuroni in ammollo nel liquido amniotico del grembo misterioso di Matrix, immersi in un’onirica esistenza fittizia, eterea, illusoria, che però pensiamo sia concreta, solida, sincera. Il reciproco dell’incubo d’un sonno desto. Sovviene il drammatico principe Sigismondo (1635) di Calderón, o il mitico lunare Endimione dormiente (melodiosamente musicato da Johann Christian Bach nel 1772). E la “realtà” – tra “virgolette”– svanisce.
Ce lo saremo meritato!
Premesso che il sottoscritto considera già abbondantemente distopica (e dispotica) quella contemporanea (pur scevra dell’impatto iconico e della rozza brutalità del Big Brother nella fantasiosa e tremenda Oceania preconizzata profeticamente da Orwell, nel 1948, in Nineteen Eighty-Four), proseguiamo poi a passo spedito – o dell’oca – nella asociale società “rizomatica” algoritmica della sorveglianza e del controllo (teorizzata da Burroughs, 1959, Foucault, 1975, Deleuze, 1990, Hardt e Negri, 2000), laddove niente e nessuno sfugge al panopticon che tutto e tutti osserva, guarda e riguarda, contempla, condiziona e orienta, disciplina e, nel caso, punisce (la Cina del Celeste Imperatore Xi docet). Impercettibilmente possiede spiriti e corpi: una “gentile” tirannia somatico-noetica.
A praticarla sono gli indispensabili devoti device da cui non siam capaci di stac/carci manco per un momento, dagli stupidi smartphone ai tablet, dagli antifurto a gestione remota all’invasiva domotica, con la solerte assistente Alexa dalle lunghe orecchie, che odono, obbediscono, registrano e relazionano al padrone (nella Silicon Valley)… Le telecamere stradali e urbane a riconoscimento facciale – e, proprio dal 7 luglio scorso, i sensori obbligatori sui veicoli di nuova immatricolazione nell’Ue dell’Ursula – ci spiano dentro l’abitacolo della vettura per carpire movimenti sospetti e distrazioni dalla guida; navigatore satellitare e black box ci tracciano e ascoltano: bella libertà e privacy!
Si giustifica colla consueta scusa della comodità, incolumità e sicurezza.
Presunti colpevoli delinquenti, per ottenere la carta d’identità, ci costringeranno magari a rilasciare, con le impronte digitali, la mappa dell’iride e un campione di dna. Il sosia-clone è pronto!
Sarò paranoico?
Non bastasse, gli enormi data-center (in combutta con le blockchain delle cripto-valute, che costituiscono il demoniaco denaro prediletto dai truffatori on-line, dagli hacker e dalle mega-piovre mafiose criminali globali), bevono acqua e divorano energia in dosi massicce, spingendo a riesumare il cattivo vetusto carbone per soddisfarli, con i connessi disastri ambientali sul mondo che soffoca e brucia per un surriscaldamento climatico ormai implacabile.
Insomma, tali prodigiose diavolerie, strumenti straordinari per la ricerca medico-scientifica (gravemente influenzata dagli appetiti commerciali del titanico mercato farmaceutico multinazionale), estremamente sfidanti, sembrano insieme salvifiche, potentissime e pericolosissime. Un po’ troppo?
È come ammazzare col bazooka le zanzare…
Ci saremo condannati da soli: non un assassinio antropico, bensì un suicidio. Infine.


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