Calo demografico preoccupante…
La popolazione d’Europa invecchia e fra 30 anni ci sarà solo un giovane ogni due pensionati. Nel 2024, nell’Unione Europea, a fronte di poco più di 5milioni di decessi si sono registrati poco meno di 4 milioni di nascite, insufficienti per il ricambio generazionale. Il calo demografico si prospetta come vicenda destinata a continuare e alcuni analisti ritengono sia il segno di una perdita di fiducia in un futuro nel quale si crede sempre meno. Questa Europa con pochi figli pone domande preoccupanti.
Con meno nascite, l’aumento della popolazione anziana comporterebbe maggiori spese per pensioni, per sanità, per assistenza sociale. Ma questi sarebbe solo alcuni dei tanti altri nodi da sciogliere, non tutti gordiani in verità ma non tutti semplici lacciuoli, che impongono trasformazioni di contrasto profonde.
Si potrebbe decidere, ad esempio, di aumentare la produttività, ridotta per minori forze lavoro, con l’intelligenza artificiale e chiedere alla immigrazione di riequilibrare il calo demografico, ma occorrerebbero, in questo cotesto, politiche efficaci di integrazione, di formazione e di inclusione, per ingabbiare le inevitabili tensioni di convivenze sociali, con i relativi risvolti politici in presenza di governi non coesi. Le cose, infatti, non si modificherebbero con i proclami decisionali, pur se condivisi, ma con le scelte concrete di tutti i giorni, attuate nella consapevolezza del cambiamento delle aspettative di vita e delle difficoltà percepite nel metter su famiglia e progettare futuro.
I figli sono i testimoni che passano da una generazione all’altra la storia di un passato di memorie e di aspettative; sono i tedofori che tengono accese le fiamme delle innovazioni d’una comunità.
Senza figli non c’è futuro. Lo ha detto nel 2005 Papa Ratzinger Benedetto XVI all’inizio del proprio pontificato; lo ha ribadito, poi, nel corso del suo magistero e ha lasciato questa nota a Papa Francesco, che ne ha fatto uno dei temi centrali della propria catechesi, denunciando altresì la denatalità come emergenza sociale e definendo il numero dei figli come la cartina di tornasole della speranza di un popolo.
Senza figli non c’è futuro è frase che induce a una rassegnata evidenza, non in linea con Genesi, primo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana nel quale si legge: Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. Questo comandamento divino sollecita cambiamenti che, preso atto del problema, impongono una soluzione. Occorrerebbe almeno insinuare una speranza, che dia certezza al futuro perché futuro non è solo fare figli ma è anche pensare al loro avvenire. Non serve, però, una speranza da vivere a braccia conserte nell’attesa di un qualche aiuto. Serve invece una speranza fattiva, generativa di investimenti in ricerca, in tecnologia, in automazione, in processi produttivi che assicurino benessere, migliorino la qualità della vita, limitino disuguaglianze e precarietà e consentano una sostenibilità sociale agevole. Una speranza fattiva che, costruendo ogni giorno un pezzo del proprio domani ridarà fiducia al futuro in crisi e cancellerà anche la presunzione che senza figli non c’è futuro.
Questa frase fa rumore, ma avrà un tono diverso se invertiamo l’ordine dei fattori. Senza figli non c’è futuro? Ricostruiamolo allora questo futuro, perché dipende da noi e farà più rumore ricordare, perché si provveda, che SENZA FUTURO NON CI SONO FIGLI.
Si vales, vàleo
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Purtroppo è vero!!!