Il Tempio di Babele, una satira filosofica sull’architettura dell’ego…
Un racconto latomistico di Carmine Andeloro
La strada era una linea d’asfalto sbiadita, avvolta da una nebbia fitta che odorava di cera d’api, incenso e tabacco vecchio. All’orizzonte, dove la logica stradale avrebbe dovuto cedere il passo alla boscaglia, si stagliava l’insegna intermittente del Grand Hotel Latomia. Le lettere al neon proiettavano sprazzi di luce purpurea sulle due maestose colonne del porticato, che non sostenevano alcun soffitto, ma fungevano da bizzarro catalizzatore per gli stanchi viandanti dello spirito.
Varcando la soglia, il tempo smetteva di scorrere in modo lineare. Al ricevimento, un portiere in livrea scarlatta, con uno spadino cerimoniale infilato nella cintura dei pantaloni, sorrideva senza mostrare i denti. Vi stavamo aspettando, disse con voce flautata, porgendo una chiave d’ottone pesante, la stanza trentatré è libera, ma se preferisce l’esotismo abbiamo la novanta, la novantacinque, o una suite imperiale per chi è convinto di discendere in linea retta dai sacerdoti di Menfi. oppure l’ala dei Grandi Commendatori, dove i paladini che indossano il Kilt a riquadri colorati passano le giornate a lucidare spade e a stirare cappe nere, convinti che basti ricamare un’aquila a due teste sul proprio bagaglio per raddrizzare il caos dell’universo.
I corridoi erano un labirinto di moquette cremisi e specchi barocchi, progettati appositamente per permettere agli ospiti di specchiarsi a figura intera. Dietro ogni porta si consumava una scissione, un brusio incessante di colpi di maglietto che scandivano dispute interminabili su Costituzioni e Regolamenti Generali.
Nella sala del bar, illuminata da una luce soffusa che rendeva ogni profilo enigmatico, andava in scena la grande farsa delle precedenze e della regolarità. Un gentiluomo con un grembiule di seta ricamata rifiutava sdegnato di passare il sale a un uomo in giacca e cravatta, accusandolo di essere spurio e privo di patente legittima, mentre una donna, fiera nel suo collare azzurro, sorseggiava un cocktail osservando l’assurdità della scena con un sorriso tagliente.
Si respirava un’aria densa di velleità, un profumo ipnotico che convinceva ogni singolo ospite di essere l’unico vero depositario della luce geometrica dell’universo. C’era chi passava le ore a ridisegnare i confini delle proprie obbedienze sulle tovagliette di carta del ristorante, fondando nuovi ordini sovrani per il solo gusto di potersi firmare con tre puntini a triangolo e farsi chiamare Potentissimo.
Al tavolo accanto, un gruppo di anziani dignitari cercava disperatamente di decifrare il menu del giorno, convinti che dietro la dicitura del brodo di cappone si celasse un arcano geroglifico tramandato dai costruttori delle piramidi.
La musica di sottofondo, un arpeggio circolare che sembrava eseguito da un organetto a canne d’argento, ripeteva lo stesso accordo senza mai arrivare a una risoluzione. Era la colonna sonora del loop perfetto. In quell’albergo si poteva fare il check out in qualsiasi momento, si potevano sbattere le porte, proclamare anatemi e gridare alla purificazione, ma nessuno riusciva mai ad andarsene davvero.
Gli ospiti correvano lungo i corridoi con le braccia cariche di faldoni, verbali di espulsione, decreti di riconoscimento transatlantici, convinti che la salvezza dipendesse dalla firma di un trattato bilaterale con la stanza accanto.
Verso la mezzanotte, il salone delle feste si riempì per il banchetto d’ordinanza. Al centro della tavola troneggiava una portata invisibile, la verità assoluta, che tutti i commensali tentavano di colpire e sezionare con i loro coltelli d’argento. Colpivano con foga, con accanimento accademico, ma i loro fendenti incontravano solo l’aria, perché lo splendore che cercavano era completamente soffocato dal peso dei loro stessi metalli, dalle medaglie decorative che tintinnavano sui petti gonfi d’orgoglio, dai nastri colorati che impedivano i movimenti delle braccia.
Fu in quel momento che un brivido di lucidità interruppe la recita. Un ospite rimasto fino ad allora in silenzio, un uomo che aveva osservato il valzer delle vanità senza pronunciare una sola parola di autoesaltazione, comprese la vera natura della trappola.
L’hotel non era un luogo di pietra, ma una prigione mentale alimentata dal bisogno umano di sentirsi superiori al proprio simile, un teatro di ombre dove ognuno voleva fare il maestro senza aver mai accettato la fatica del silenzio.
Per uscire da quella spirale di specchi non servivano nuove parole d’ordine, né rituali emendati o bolle papali d’investitura.
Con un movimento fluido e definitivo, l’uomo si sganciò il collare dorato, slacciò il grembiule decorato di loghi altisonanti e lasciò cadere ogni barlume di metallo sul pavimento di marmo. Il rumore secco del bronzo e dell’oro che impattavano il suolo risuonò nella sala, troncando di netto il chiacchiericcio dei dotti.
Senza guardare le colonne di guardia, senza cercare il consenso del portiere e senza chiedere il permesso di uscire, l’uomo camminò verso la porta girevole d’ingresso. Aveva le mani vuote, le tasche leggere e il cuore sgombro da titoli nobiliari.
Nell’istante esatto in cui rinunciò a possedere e definire la luce, la porta si spalancò da sola, proiettandolo fuori dall’albergo, nell’aria fresca della notte, sulla strada della realtà vera, dove l’unica pietra da squadrare era il proprio cammino nel mondo.
Carmine Andeloro
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Ricco, profondo e coinvolgente
Non per tutti ma utile a tutti
una lettura attenta, magari ripetuta , può consentire qualche riflessione utile alla costruzione del tempio interiore
Bravissimo
Che titolo potente ❤️ “Il tempio di Babele” già dice tanto.
“Il tempio di Babele” di Carmine Andeloro è una satira filosofica che colpisce dritto.
Con l’architettura come metafora, l’autore smonta l’egoismo mattone dopo mattone e ci mostra quanto sia facile costruire torri altissime… e vuote.
È un racconto latomistico che ti costringe alla riflessione interiore: chi sto costruendo? Per chi?
Non è una lettura comoda, è una lettura necessaria. Ironica, profonda, spirituale. Ti lascia il silenzio dopo l’ultima pagina. E questo è il segno dei libri veri.
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