Ma sentivo che in quelle storie c’era qualcosa di più grande delle battaglie, degli eroi, dei mostri…..
Fin da quando ero bambino, ai tempi della scuola, i racconti dell’Iliade e dell’Odissea mi avevano lasciato un segno. Non capivo tutto, naturalmente.
Ma sentivo che in quelle storie c’era qualcosa di più grande delle battaglie, degli eroi, dei mostri.
C’era un modo di guardare l’uomo.
Col tempo, quella curiosità non si è spenta.
Così, da lettore adulto, ho immaginato di poter porre alcune domande direttamente a Omero.
Non al personaggio storico — che forse non è mai esistito — ma alla voce che ha dato forma a quei poemi.
E lui, in questa mia immaginazione, ha risposto.
Omero, hai davvero scritto tu l’Iliade e l’Odissea?
Omero sorride, come chi ha sentito quella domanda per tremila anni.
«Non importa se sono stato uno o molti. Importa ciò che i poemi custodiscono.»
Mi spiega che nell’antichità circolavano molti testi attribuiti a lui, ma che la critica moderna riconosce come autentici solo l’Iliade e l’Odissea.
«Non sono nati dalla penna di un singolo uomo. Sono il frutto di una lunga tradizione orale.
Io — o chi porta il mio nome — ho dato loro una forma definitiva.»
Allora l’Iliade non è solo la storia della guerra di Troia?
Omero scuote il capo.
«La guerra è un pretesto. L’Iliade è un poema sulla ferita dell’uomo.»
Mi spiega che non racconta la guerra come un cronista, ma come un testimone dell’animo umano:
- la follia collettiva che divora i giovani
- l’onore fragile che si spezza
- la rabbia che acceca
- la paura della morte che rende tutti vulnerabili
«Achille non è un eroe da imitare. Cosa resta quando la gloria svanisce?»
L’Iliade, dice, è un poema sulla mortalità.
Sulla consapevolezza che l’uomo è fragile e che la guerra è il luogo dove questa fragilità esplode.
E l’Odissea? Perché è così diversa?
Omero sorride come chi ricorda un figlio amato.
«L’Odissea è il poema del ritorno. Non della forza, ma dell’intelligenza.
Non della vittoria, ma della trasformazione.»
Ulisse non è il più forte: è il più umano.
Cambia, si traveste, sbaglia, impara.
È l’uomo che sopravvive perché ascolta.
I compagni che si perdono non sono un dettaglio narrativo:
«Sono il simbolo dell’uomo che non sa governare i propri impulsi.
Chi cede alla paura, alla fame, al desiderio, si perde.»
Itaca non è una meta geografica: è un luogo interiore, una maturazione.
«Il ritorno non è tornare indietro. È tornare diversi.»
Perché Ulisse parla ancora a noi, oggi?
Omero si fa serio. A questo sei tu che ti devi rispondere, ma forse:
«Perché Ulisse è un archetipo. È l’uomo che non si accontenta della superficie.»
Voi vivete in un’epoca che chiede efficienza, stabilità, identità chiare.
Ulisse invece insegna che:
- l’inquietudine è una forza
- la trasformazione è necessaria
- la molteplicità dei ruoli è una ricchezza
- il viaggio è un cammino interiore
Le sue prove non sono mostri, ma metafore:
- Sirene: le illusioni che seducono
- Circe: i piaceri che anestetizzano
- Polifemo: l’ego cieco
- Scilla e Cariddi: le scelte impossibili
«Sono le stesse sfide che affrontate oggi, hanno altri nomi.»
Allora, Omero, cosa rappresentano davvero i tuoi poemi?
Omero guarda lontano, come se ascoltasse un coro antico.
«L’Iliade è il canto della guerra che abita l’uomo. L’Odissea è il canto del viaggio che lo trasforma.»
«Non ho scritto per raccontare il mondo. Ho scritto per aiutare gli uomini a riconoscersi.»
E in quel momento capisco che, da bambino, non ero affascinato dalle battaglie o dai mostri.
Ero affascinato da qualcosa che non sapevo ancora nominare: la possibilità che una storia antica potesse parlare a me, oggi.
Caro, Omero mi stai presentando l’uomo Ulisse come una figura positiva ponte tra il tuo mondo e il mio. Ma mi chiedo come mai Il sommo poeta Dante nella sua Commedia lo presenta come un eroe negativo trasferendolo all’inferno?
Risposta di Omero
«Figlio del tuo tempo, tu mi chiedi perché Dante ha posto Ulisse all’Inferno.
E io ti rispondo: perché Dante non racconta il mio Ulisse. Racconta il suo.»
Due Ulissi, non uno?
«Il mio Ulisse è l’uomo che cerca, che ascolta, che impara.
È l’uomo che torna, perché sa che ogni viaggio è un ritorno a sé stesso.»
Dante invece vive in un mondo completamente diverso:
- un Medioevo cristiano
- una visione morale del viaggio umano
- un’idea di salvezza che passa dall’obbedienza ai limiti posti da Dio
Per Dante, Ulisse non è il viandante che matura.
È l’uomo che oltrepassa il limite.
«Dante non giudica il mio eroe. Giudica l’uomo che sfida il divino senza misura.»
Dante colloca Ulisse tra i consiglieri fraudolenti, ma la sua colpa profonda è un’altra:
l’orgoglio eccessivo, la tracotanza dell’intelletto che non accetta confini.
Nel suo racconto Ulisse dice:
«…divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore.»
È un desiderio nobile, quasi omerico.
Ma poi aggiunge: «…seguendo virtute e canoscenza.»
E qui Dante lo giudica:
Ulisse non torna a Itaca, non accetta il limite umano, non riconosce la legge divina.
Vuole andare oltre le Colonne d’Ercole, oltre il confine posto da Dio.
Per Dante, questo è peccato.
«Il mio Ulisse cerca la misura. Il suo la infrange.»
Conclusione
Omero: mi dici che tutto nasce da uno sguardo diverso sull’essere umano.
«Nel mio mondo, l’uomo è grande quando osa. Nel mondo di Dante, l’uomo è grande non solo quando obbedisce, ma cerca il divino.
Per i Greci: la conoscenza è un cammino, l’intelligenza è una virtù, il viaggio è una prova, l’identità è un processo.
Per Dante:
la conoscenza ha un limite, l’intelligenza può diventare superbia, il viaggio deve condurre a Dio. l’identità è data, non cercata
Per questo Omero e Dante non parlano dello stesso Ulisse:
non perché uno dei due sbagli, ma perché guardano l’uomo da due orizzonti opposti.
Chi ha ragione?
«Nessuno dei due. O forse entrambi.»
Ulisse non appartiene a un solo autore né a un solo tempo.
È un archetipo, e ogni epoca lo usa per dire qualcosa di sé:
per noi Greci, è l’uomo che cerca
per Dante: l’uomo che oltrepassa il limite
per voi: l’uomo che cambia, che si reinventa, che non si accontenta
Ulisse è uno specchio.
Ogni civiltà vi riconosce ciò che teme e ciò che desidera.
Il ponte tra i due mondi
Alla fine, Omero conclude con una semplicità che illumina:
«Tu mi chiedi perché Dante condanna ciò che io esalto.
Perché lui parla della salvezza dell’anima.
Io parlo del cammino dell’uomo.»
Poi aggiunge, quasi con affetto:
«Non cercare un solo Ulisse. Cercali tutti.
In ognuno troverai un pezzo di te.»
