Ovvero l’uso a fini politici dello sport tra passato e presente.
La telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino, presidente della FIFA, che ha condotto alla revoca della squalifica comminata al giocatore statunitense Folarin Balogun, nel pieno di una competizione di primaria importanza qual è il mondiale di calcio, ha lasciato interdette molte persone.
Infatti, l’atto del presidente degli USA è stato percepito come un’indebita e quanto mai grave menomazione dell’indipendenza delle organizzazioni sportive e del principio d’imparzialità che deve vigere in ambito di gare sportive. Emblematiche in tal senso sono state le parole dell’ex presidente della FIFA, Sepp Blatter, il quale ha affermato che «i cartellini rossi non si annullano con telefonate politiche» e che il calcio non dovrebbe diventare mercé del potere politico.
La mossa di Trump – che nei fatti è stata infruttuosa perché, nonostante Balogun sia sceso in campo, gli Stati Uniti hanno comunque perso la partita – s’inserisce in un lungo percorso che, a partire dalle prime decadi del Novecento, vede lo sport quale strumento spesso utilizzato per finalità politiche.
Come è noto ai più, a inaugurare massicciamente la tradizione fu Benito Mussolini che intuì che la pratica sportiva potesse giovare sia alla propaganda fascista (rafforzandone l’immagine di forza e di prestigio) sia a una paventata preparazione degli italiani ai conflitti bellici.
Dunque, il fascismo dedicò particolare attenzione al settore sportivo, inserendo ore di ginnastica nelle scuole, costruendo palestre, piscine e stadi (i più famosi dei quali furono quelli di Bologna e Torino; quest’ultimo con una capacità – per l’epoca ragguardevole – di 65.000 posti), promuovendo eventi e creando l’Opera Nazionale Balilla (che inquadrava i giovani in balilla – sino ai 14 anni –, in avanguardisti – dai 14 ai 18 –, dopodiché in gruppi universitari fascisti).
Rappresentativa fu quindi la vittoria ai mondiali di calcio del 1934 (la cui finale si tenne a Roma in quello che risultava chiamato “Stadio del Partito Nazionale Fascista”) e che Mussolini veicolò alla stregua di un’asserita superiorità del popolo e del regime italiano.
Non diversamente fece Hitler alle Olimpiadi del ’36 nell’intento di promuovere la Germania nazionalsocialista.
Terminata la Seconda Guerra Mondiale, la competizione fra blocco occidentale e comunista si combatté anche sul piano sportivo. Qui – forse – l’icona più rappresentativa può essere individuata nel programma di doping di stato promosso dall’ex Germania dell’est (la DDR) dove, sin dall’adolescenza, migliaia di giovani furono sottoposti all’assunzione di ormoni e dopanti (tra cui la “Oral-Turinabol”, ossia uno steroide anabolizzante adoperato per migliorare le prestazioni grazie alla capacità di promuovere la crescita muscolare).
Ma chi dovesse ritenere che siano esclusivamente le dittature a sfruttare lo sport per finalità politiche incorrerebbe in errore. Solo per limitarsi all’Italia, studi storiografici hanno dimostrato come la Democrazia cristiana, il Partito socialista e il Partito comunista abbiano fatto assiduo ricorso allo sport per propagandare le proprie idee e tentare d’accrescere il consenso elettorale (la DC fondò il Centro nazionale sportivo Libertas, il PSI l’Unione Italiana Sport per tutti, il PCI l’Unione Italiana Sport Popolare).
Del resto – credo – vi sia poco da meravigliarsi, pensando che la stessa Chiesa cattolica, a partire all’incirca dagli ultimi sessant’anni, abbia costruito campi da calcio e altri impianti sportivi negli oratori nel verosimile obiettivo d’avvicinare un mondo giovanile che, altrimenti, non sarebbe stata in grado di raggiungere.
Inoltre – come dimostra il caso Trump – l’interesse della politica nei riguardi dello sport non è venuto meno neppure dopo la fine della “guerra fredda” e del conseguente tramonto sia delle ideologie sia dei partiti di massa a cui quelle teorie erano ancorati.
Se è vero che, dalla caduta del muro di Berlino, lo sport, da risorsa d’indottrinamento politico legata a un particolare regime o partito, è diventato in primo luogo un affare economico (dal Rapporto elaborato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, con riferimento al 2025, lo sport italiano vale l’1,5% del PIL, con oltre 32 miliardi di fatturato e 420.000 occupati nel settore), talvolta le competizioni sportive continuano a celare più o meno velate finalità politiche, frequentemente intese a esaltare asserite virtù patrie, nonché a veicolare un proselitismo nazionale a buon mercato.
A cogliere (già nel lontano 1945) il punto fu George Orwell in un articolo apparso sulla rivista inglese “Tribune”, nel quale l’autore di Animal Farm e di 1984 si soffermava sul nesso tra l’ascesa del nazionalismo e lo sport, a suo dire, in larga misura riconducibile al vezzo delle masse moderne di volersi indentificare «con grandi unità di potere» e a percepire le relazioni sociali in chiave di «prestigio competitivo».
Sebbene la tesi di Orwell di uno sport a livello agonistico ipercompetitivo che suscita gli «istinti combattivi» e le «passioni più selvagge» (rispetto alle quali gli spettatori non vanno esenti, cercando gli stessi «d’influenzare il gioco esultando la propria parte e “sferragliando” i giocatori avversari con fischi e insulti») abbia margini per essere declinata in termini meno pessimistici, l’esempio di Trump che si arroga il diritto di sostituirsi alla giustizia sportiva non depone certo a favore di un percorso che, in ultima analisi, dovrebbe sviluppare la capacità (oltreché di far migliorare le persone, anche accettando la sconfitta e i propri limiti) di generare fratellanza.
Che poi – a pensarci bene – è il bello di quelle «notti magiche inseguendo un gol» (come cantava Bennato e la Nannini) che tanto sono riuscite a farci sognare, «sotto i cieli» di notti d’estate.
