Torino, una bottega e tre secoli che non vogliono stare al loro posto
Non ricordo di aver attraversato una porta. Ed è proprio questo il particolare che continua a tornarmi in mente, a disturbarmi. Ricordo perfettamente ciò che c’era prima: un vecchio banco da lavoro, alcuni strumenti, documenti sparsi. Ricordo perfino di aver passato una mano sul piano del banco, quasi automaticamente. È un gesto che faccio da sempre. Chi lavora sui mobili antichi finisce per toccare il legno anche quando non sarebbe necessario. Forse perché certe superfici si comprendono meglio con i polpastrelli che con gli occhi.
Poi sentii odore di colla a caldo. Un odore, meglio, un profumo che conosco bene.
Alzai la testa. La luce elettrica non c’era più. Davanti a me tremolavano due candele. C’era un banco, ma non era quello che avevo appena toccato. C’erano seghetti, lime, scalpelli, ferri che avrei potuto riconoscere e altri che avrei voluto prendere immediatamente in mano. Alle pareti erano appoggiati pezzi di legno. Sul banco, invece, qualcosa attirò la mia attenzione: sottilissime porzioni di essenze diverse, madreperla, avorio, materiali pronti a comporre una superficie che ancora non esisteva.
Mi avvicinai. Istintivamente presi fra le dita un piccolo frammento. «Delicatamente dal bordo!», disse una voce alle mie spalle. Mi voltai di scatto. Un uomo mi stava osservando. «Come avete detto?», domandai. L’uomo indicò ciò che tenevo in mano. «Lo avete preso dal bordo», precisò. «Senza mettere le dita sulla superficie.» Posai immediatamente il frammento. «È un’abitudine», risposi. «Di chi?», chiese l’uomo. «Di chi non vuole lasciare segni dove non dovrebbe», spiegai.
L’uomo guardò le mie mani. Poi guardò me. «Voi lavorate», affermò. Non era una domanda… «Sì», risposi. «Il legno?», domandò lui. Esitai. «Anche», dissi.
L’uomo tornò verso il banco. Soltanto allora vidi meglio ciò che stava facendo. Mi avvicinai e mi chinai leggermente. Non tanto per osservare il davanti del mobile, quanto per cercare, quasi senza accorgermene, ciò che potevo vedere della costruzione. L’uomo si fermò nuovamente. «Prima prendete i pezzi dal bordo», osservò. «Adesso cercate di guardare sotto il mobile.» Mi rialzai. «Un’altra abitudine», ammisi. «Ne avete parecchie», commentò lui. Cominciavo a trovare quella situazione inquietante. Un leggero tremore, accompagnato da brividi, si diffuse dal braccio destro a tutto il corpo.
Guardai nuovamente il mobile. Poi i materiali. In fine, l’uomo. Un sospetto assurdo prese lentamente forma. «Posso domandarvi il vostro nome?», chiesi. L’uomo sembrò infastidito da una domanda che evidentemente riteneva inutile. «Pietro Piffetti», rispose. Non dissi nulla.
Piffetti, invece, continuò a osservarmi. «Vi sentite male?», mi domandò. «No, maestro. Ora va meglio», risposi. «Allora perché mi guardate in quel modo?», insistette Piffetti. Cercai una risposta ragionevole. Non la trovai. «Perché siete morto nel 1777».
Piffetti posò lo strumento che aveva in mano. Molto lentamente. «Questa», osservò il maestro, «è una maniera piuttosto singolare di presentarsi.» Aveva ragione. «Perdonatemi», dissi.
Piffetti mi scrutò ancora. «E voi da quale anno sareste arrivato per annunciare la mia morte?», domandò. Ormai tanto valeva proseguire. «Dal 2026», risposi.
Piffetti mi fissò. Mi aspettavo una risata, oppure che mi cacciasse dalla bottega. Fece invece qualcosa di molto più intelligente. Guardò i miei vestiti. Le scarpe. L’orologio. Poi tornò a guardare le mani. «E nel 2026 che mestiere fate?», chiese Piffetti. «Il restauratore», risposi. «Restaurate che cosa?», domandò ancora. «Mobili. Oggetti lignei. Cose che vengono dal vostro tempo e anche da molto prima».
Piffetti si sedette. «Dunque, nel vostro 2026, esistono ancora mobili costruiti oggi?», domandò. «Naturalmente», risposi. «E perché devono essere restaurati?», chiese il maestro. Sorrisi. «Perché tre secoli sono lunghi, maestro.»
Piffetti indicò il mobile che aveva davanti. «Supponiamo che questo arrivi fino a voi», disse. «Che cosa gli fareste?» Mi avvicinai. «Dipenderebbe da ciò che gli è accaduto», risposi. Piffetti mi guardò perplesso. «Non lo rimettereste a nuovo?». «No», risposi. «Perché?», insistette.
Quella domanda mi era stata rivolta molte volte, ma mai da un ebanista del Settecento. «Perché dopo di voi», spiegai, «anche il tempo comincia a lavorare sul mobile.» Piffetti corrugò la fronte. «Il tempo lavora male», sentenziò. «Molto spesso», ammisi. «Allora bisogna correggerlo», concluse il maestro. «Non sempre», replicai.
Piffetti mi guardò con evidente diffidenza.
«Nel mio mestiere», continuai, «devo cercare di capire dove finisce il vostro lavoro e dove cominciano gli interventi di chi è venuto dopo, rispettando anche i segni del tempo. A esempio una riparazione di cento anni fa può essere ormai parte della storia del mobile.» Il maestro rimase pensieroso. «E come fate a capirlo?», domandò Piffetti. «Guardiamo», risposi. Piffetti indicò il fronte del mobile. «Quello lo fanno tutti», osservò. «Noi guardiamo soprattutto dove gli altri non guardano». «Sotto?», domandò Piffetti. «Sotto», confermai. «Dietro?», continuò il maestro. «Dietro», risposi. «Dentro?», insistette Piffetti. «Soprattutto dentro». Piffetti sorrise. «Perché?», mi chiese. «Perché il davanti può mentire». Il sorriso scomparve. «Un mobile non mente», obiettò Piffetti. «Ne siete sicuro?», gli domandai. «Un uomo può mentire», precisò il maestro. «Appunto», replicai. «E qualche uomo ha insegnato ai mobili a farlo.»
Quella frase lo incuriosì davvero. Piffetti appoggiò entrambe le mani sul banco. «Spiegatevi!», ordinò. «Nel mio tempo esistono mobili costruiti apposta per sembrare molto più antichi di quanto siano», dissi. «Copie», concluse Piffetti. «Una copia non è necessariamente un falso», precisai. «Qual è la differenza?», domandò il maestro. «L’intenzione» dissi fieramente.
Piffetti rimase in silenzio.
«Posso costruire oggi un mobile ispirato al vostro lavoro», continuai, «e dichiarare che è stato costruito oggi. Sarebbe una riproduzione, magari un eccellente lavoro. Il falso comincia quando voglio convincere qualcuno che quel mobile è uscito dalla vostra bottega.» Piffetti mi guardò incredulo. «Dalla mia?», domandò. «Per esempio», risposi. «E come farebbero?», chiese il maestro.
Era la domanda che aspettavo.
«Invecchiando ciò che è nuovo». «Usando, quando possibile, legni vecchi. Alterando le superfici. Creando usure. Modificando ferramenta. Cercando di riprodurre in pochi giorni le tracce che dovrebbero essere state lasciate da due o tre secoli.» Piffetti si alzò. «Volete dire», domandò incredulo, «che qualcuno costruisce un mobile nuovo e poi lo rovina per farlo sembrare vecchio?» «Detta molto semplicemente, sì». «E c’è qualcuno tanto sciocco da comprarlo?», domandò il maestro. «Qualche volta», spiegai, «sono stati ingannati anche gli esperti.»
Piffetti mi scrutò.
«E voi restauratori no?», chiese. La risposta mi uscì spontanea. «Il restauratore che sostiene di non poter essere ingannato da un falso», risposi, «è probabilmente il candidato ideale per esserlo.» Piffetti rise. «Finalmente una professione nella quale ammettete di non sapere tutto». «È indispensabile», risposi.
Piffetti si appoggiò al banco. «Avete conosciuto molti falsari?», domandò. «Alcuni, sì», risposi. «Ma uno lo conosco piuttosto bene.» «Come si chiama?», chiese Piffetti. «André Mailfert». «Francese?», domandò il maestro. «Sì», confermai. «Ebanista?», chiese ancora Piffetti. «Industriale, uomo di bottega, imprenditore, falsario, scrittore, pittore…». «Definirlo non è semplicissimo.»
Il Maestro prese nuovamente posto. «Raccontate», disse.
Mi resi conto dell’assurdità della situazione: ero nella Torino del Settecento e stavo per raccontare a Pietro Piffetti la storia di un uomo che sarebbe nato molto tempo dopo la sua morte. «All’inizio del Novecento», spiegai, «Mailfert organizzò in Francia, a Orleans, una produzione di mobili realizzati per avere l’aspetto di autentici mobili antichi. Nei suoi laboratori lavorarono numerosi artigiani.» Piffetti non sembrava scandalizzato. Era interessato! «Erano bravi?», domandò. «È proprio questo il problema», risposi. Piffetti sorrise. «Dunque erano bravi». «Per fare un falso capace di ingannare», spiegai, «bisogna conoscere molto bene ciò che si vuole imitare.» «Naturalmente», commentò Piffetti. «Mailfert lo aveva capito perfettamente», aggiunsi.
Il maestro mi osservò.
«E voi come conoscete tutte queste cose?», mi domandò. Quella domanda cambiò improvvisamente il tono della conversazione. «Mailfert raccontò molto di ciò che aveva fatto in un libro», risposi. «Il falsario scrisse un libro?», chiese incredulo Piffetti. «Sì». «Per spiegare i propri inganni?», domandò il maestro. «Anche», risposi. Piffetti scosse la testa. «I secoli futuri devono essere davvero strani».
«Non avete ancora sentito il meglio», risposi. «C’è di peggio?», domandò il maestro. «Io quel libro l’ho tradotto», dissi. Per qualche secondo Piffetti non parlò. «Avete tradotto il libro di un falsario?», domandò infine. «Dal francese», spiegai. «E ne ho curato l’edizione italiana. Si intitola Nel Paese degli Antiquari.»
Piffetti mi osservò in un modo completamente nuovo. «Dunque voi restaurate mobili antichi», «e quando avete tempo traducete le confessioni di chi li falsifica.» «Detta così suona male», replicai. «Detta così suona interessante», corresse Piffetti.
Non potei dargli torto.
«Mailfert fece qualcosa di ancora più curioso», continuai. «Sentiamo», disse. «Inventò una scuola di ebanisteria che non era mai esistita.» Piffetti aggrottò la fronte. «Come si può inventare una scuola che non è mai esistita?». «La chiamò École de la Loire», spiegai. «E chi ne sarebbe stato il maestro?», chiese Piffetti. «Jean-François Hardy».
Il maestro parve cercare quel nome nella memoria. «Non lo conosco», disse. «Non preoccupatevi». «Non lo conosce nessuno.» «Perché?», domandò. «Perché Mailfert inventò anche lui». Piffetti mi fissò. «Inventò l’ebanista?», chiese. «Sì», confermai. «Un uomo intero?», insistette Piffetti. «Biografia compresa», risposi. Piffetti rimase immobile per qualche secondo. Poi scoppiò a ridere. «Questo Mailfert comincia a diventarmi simpatico», dichiarò. «Non dovrebbe», obiettai. «Ho detto che mi diverte», precisò. «Non che gli affiderei la bottega.»
«Fece preparare perfino elementi capaci di dare credibilità alla storia», continuai. «E per un certo tempo quella falsa scuola fu presa sul serio.» Piffetti smise di ridere. «Dunque il mobile falso non bastava», osservò. «No», risposi. «Bisognava falsificare anche la storia», concluse il maestro. Questa volta fui io a restare in silenzio. Piffetti aveva individuato il punto fondamentale con una sola frase. «Esattamente», ammisi.
Il maestro prese un piccolo pezzo di legno. «Allora», disse Piffetti, «nel vostro tempo non falsificate più soltanto gli oggetti.». Piffetti rimise il frammento sul banco. «Falsificate il tempo.» Non avevo mai pensato a Mailfert in quei termini.
Piffetti rimase pensieroso.
«Da noi almeno un maestro deve rispondere del proprio lavoro», disse. «Attraverso il proprio nome», osservai. Piffetti annuì. «Attraverso il proprio nome e attraverso ciò che le sue mani sono capaci di dimostrare».
Eravamo arrivati dove, forse, quella strana conversazione ci aveva condotti fin dall’inizio. «L’Università dei Minusieri di Torino», dissi. Piffetti annuì.
L’Università non era un’università come la intendiamo oggi. Era il mondo organizzato dei mestieri del legno: regole, maestri, apprendisti, competenze, prove, responsabilità. E Pietro Piffetti ne era stato un esponente illustre.
«Per essere riconosciuti maestri», dissi, «bisognava dimostrare di conoscere davvero il mestiere.» «Vi stupisce anche questo?», domandò Piffetti. «Oggi un po’ sì». «Perché?», chiese. «Perché avevate qualcosa che noi abbiamo dimenticato: il capo d’opera.» Piffetti fece un gesto come per dire che non comprendeva la mia meraviglia. «Se un uomo vuole essere chiamato maestro», spiegò, «deve dimostrare ciò che sa fare.» «Con le mani», aggiunsi. «Con che altro?», replicò Piffetti.
Guardai le mie. Forse era per questo che, appena mi aveva visto, aveva osservato prima le mani e soltanto dopo il resto.
«Maestro», domandai, «sapete che la storia della vostra Università arriverà fino al mio tempo?» Piffetti rimase fermo. «La nostra Università?». «Quella dei Minusieri», confermai. «Nel vostro anno?», domandò incredulo. «Nel 2026». «Dopo tre secoli?», insistette Piffetti. «La corporazione che conoscete voi non esisterà più nelle stesse forme», spiegai. «Ma il nome, la memoria e ciò che ha rappresentato continuano.»
Piffetti abbassò lentamente lo sguardo sul banco. Poi tornò a guardarmi. «Nel vostro tempo esamina ancora chi vuole diventare maestro?», domandò. «No», risposi. «Fa eseguire il capo d’opera?». «No», risposi ancora. «Stabilisce chi può aprire una bottega?». «Non più», spiegai.
Piffetti sembrò sinceramente perplesso.
«E allora a che serve?». Non era la domanda che avevo previsto. Era molto migliore. «A conservare», risposi. «I mobili?», chiese Piffetti. «Anche», risposi. «Gli strumenti?», continuò. «Anche», confermai. «I documenti?», insistette. «Certamente!». Piffetti scosse la testa. «È poco», disse. «Poco?», domandai.
Il maestro indicò uno scalpello sul banco. «Prendetelo», mi disse. Lo presi. Senza pensarci controllai il tagliente. Poi girai l’utensile fra le dita, osservandone il consumo, la forma del manico, il modo in cui era stato affilato. Quando rialzai gli occhi, Piffetti sorrideva. «Che cosa c’è?», domandai. «Vi avevo detto di prendere lo scalpello». «L’ho preso», replicai. «No», disse Piffetti. Il maestro indicò le mie mani. «Avete cercato di capire come è stato usato.»
Rimasi in silenzio.
«Ecco ciò che dovreste conservare», continuò Piffetti. Prese lo scalpello dalle mie mani. «Non soltanto questo», disse indicando l’attrezzo. Poi si portò un dito alla tempia. «Soprattutto questo.»
Aveva ragione. Un museo può conservare mille strumenti e non conservare un solo mestiere. Può custodire un banco, una pialla, una sega, un capo d’opera. Ma se nessuno è più capace di leggere le tracce lasciate da chi li ha usati, quegli oggetti diventano lentamente muti. «Forse», dissi, «è proprio questo che l’Università dei Minusieri sta cercando di continuare a fare.» «Ricordare?», domandò Piffetti. «Trasmettere», risposi.
Il maestro annuì. «Meglio», disse.
Poi Piffetti indicò il mobile. «E insegnare a distinguere questo dai mobili del vostro francese», aggiunse. «Mailfert», precisai. «Quello», rispose il maestro. «Non è sempre facile», dissi. «Per questo servono quelli come voi», osservò Piffetti. «I restauratori?», domandai. Piffetti sorrise: «Quelli che guardano sotto.»
Un colpo secco risuonò improvvisamente nella bottega. Mi voltai, ma non vidi nessuno. Le fiamme delle candele vacillarono.
«Maestro», dissi rapidamente, «prima di andare devo farvi un’ultima domanda.» Piffetti sembrava già più lontano, sebbene fosse ancora davanti a me. «Fatela!». «Se vi portassi un mobile attribuito a voi», domandai, «come potrei sapere se è autentico?» Piffetti sorrise. «Guardatelo». «Non basta», replicai. «Allora guardate sotto», disse il maestro. «Non basta ancora», insistetti. «Guardate dentro», suggerì Piffetti. «E se Mailfert fosse stato molto bravo?», domandai. Piffetti rise fragorosamente: «Allora chiedetelo a lui».
Un secondo colpo. Le candele si spensero. «È morto anche lui!», gridai nel buio. Sentii ancora la Sua voce. «Frequentate davvero troppa gente morta», rispose il maestro. «Abbiate cura di voi.»
Poi arrivò il terzo colpo. Aprii gli occhi. La luce elettrica era tornata. Davanti a me c’era il vecchio banco. Quello vero. O almeno così speravo. Rimasi immobile per qualche secondo. Poi feci ciò che faccio quasi sempre davanti a un mobile che non conosco. Guardai sotto e sorrisi da solo.
Sul piano del banco c’era un piccolo truciolo. Lo presi fra le dita. Dal bordo, naturalmente. Avrei potuto cercare di riconoscere il legno. Avrei potuto osservare il taglio, capire quale utensile lo avesse prodotto, domandarmi da quanto tempo fosse lì. Per una volta decisi di non farlo. Dopotutto avevo appena trascorso una serata con Pietro Piffetti parlando di restauratori, falsi mobili antichi, André Mailfert e di una storia torinese iniziata secoli prima. Una storia che aveva conosciuto corporazioni, maestri, soppressioni, trasformazioni e nuove forme associative, ma che non aveva smesso di interrogarsi sul valore del mestiere e sulla sua memoria.
Il Maestro era scomparso. Mailfert apparteneva ormai alla storia. Il truciolo, forse, non significava nulla. L’Antica Università dei Minusieri di Torino, invece, è tutt’ora qui.
Vi invito a visionare il mio filmato: Pietro Piffetti
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Bello! Molto piaciuto! Bravò Sergio
Grazie Giancarlo
Non ho parole … semplicemente fantastico!! Chapeau alla tua fantasia!
Grazie Annalisa.