Borgo Dora, 26 aprile 1852: il boato della Regia Fabbrica delle Polveri e il coraggio di Paolo Sacchi, l’uomo che impedì una catastrofe ancora più grave.
Chi attraversa oggi piazza Borgo Dora incontra un luogo aperto all’accoglienza, al dialogo e alla solidarietà. Qui ha sede il Sermig fondato da Ernesto Olivero. Qui sorge l’Arsenale della Pace.
Nello stesso luogo, Torino ha vissuto uno dei momenti più spaventosi della propria storia. Lunedì 26 aprile 1852 mancava circa un quarto d’ora a mezzogiorno quando un boato scosse la città. Non era un tuono. Non era un terremoto. Era esplosa la polveriera di Borgo Dora, conosciuta anche come polveriera del Rione del Pallone (Balon). Al primo fragore seguirono quasi immediatamente altri scoppi. Le case tremarono, i vetri andarono in frantumi, una nube di fumo si levò sopra il quartiere. La gente abbandonò le abitazioni e si riversò nelle strade senza sapere che cosa fosse accaduto. La violenza dell’onda d’urto fu avvertita anche in zone lontane dallo stabilimento. Tra le macerie giacevano morti e feriti. Il numero esatto delle vittime non è riportato in modo uniforme dalle fonti storiche consultate, che indicano cifre comprese fra venti e ventisei. Un dato, però, non cambia: il bilancio era già terribile.
E pure il peggio poteva ancora accadere. L’esplosione aveva devastato edifici e macchinari. Travi, detriti e materiali incendiati continuavano a bruciare. Le fiamme avanzavano all’interno dello stabilimento. Poco distante si trovava il magazzino principale. Secondo la documentazione del Catalogo generale dei Beni Culturali, quel deposito conteneva circa 40.000 chilogrammi di polvere da sparo. Se il fuoco lo avesse raggiunto, l’esplosione già avvenuta sarebbe stata soltanto il principio della catastrofe. Mentre operai e abitanti cercavano di allontanarsi, un uomo comprese che non c’era tempo per attendere.
Si chiamava Paolo Filippo Sacchi. Nato a Voghera nel 1807, era sergente furiere d’artiglieria e prestava servizio nella polveriera. Conosceva lo stabilimento e sapeva che cosa fosse custodito dietro quelle pareti. Sapeva anche che entrare significava esporsi a una morte quasi certa. Nonostante questo, prese la direzione opposta a quella della folla. Andò verso il fuoco.
Una ricostruzione storica torinese racconta che Sacchi prese una grande coperta, la immerse nell’acqua ed entrò nel magazzino, distendendola sui barili di polvere più esposti; invece di lasciarsi sopraffare dal terrore, penetrò nel deposito ed estrasse le materie che avevano già preso fuoco. È difficile immaginare pienamente quella scena. Le pareti lesionate. Il calore. Il fumo che impediva di respirare. I materiali incendiati. Migliaia di chilogrammi di polvere da sparo a poca distanza. Bastava una brace. Bastava che il fuoco avanzasse ancora. Sacchi proseguì ugualmente, materiale dopo materiale, riuscì a isolare il pericolo e a impedire che le fiamme raggiungessero il grande deposito.
Il magazzino principale non esplose.
Borgo Dora era già devastato, ma Torino aveva evitato una sciagura di proporzioni ancora maggiori. La stessa motivazione della Medaglia d’oro riconobbe che il suo intervento aveva contribuito a salvare la capitale da ulteriori disastri. Il gesto di Sacchi suscitò enorme impressione. L’artigliere venne accostato a Pietro Micca, il soldato che nel 1706 aveva sacrificato la vita nei sotterranei della Cittadella per fermare l’avanzata francese. Questa volta, però, l’eroe sopravvisse.
Il 4 maggio 1852, appena otto giorni dopo l’esplosione, il Consiglio comunale deliberò di concedergli il diritto di cittadinanza torinese, di dedicargli una strada e di assegnargli una pensione vitalizia. Paolo Sacchi apre così idealmente l’Albo d’oro dei cittadini onorari di Torino. Il 14 giugno dello stesso anno gli fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare. Venne inoltre nominato sottotenente d’onore del Regno di Sardegna.
La memoria del suo gesto entrò anche nella devozione popolare. Nel Santuario della Consolata è conservato un ex voto, offerto dallo stesso Sacchi, del 1852; dove è raffigurato con la divisa blu e gialla mentre esce da una porta reggendo una coperta che brucia. Nell’iscrizione attribuisce alla Vergine l’ispirazione e il coraggio che lo avevano sostenuto durante l’impresa.
Torino gli dedicò una delle sue arterie più conosciute: via Paolo Sacchi, la lunga strada porticata che fiancheggia il lato ovest della stazione di Porta Nuova. Ogni giorno migliaia di persone ne percorrono i marciapiedi, attendono un tram o raggiungono la stazione. Quasi tutti conoscono il nome della via. Molti meno sanno chi fosse Paolo Sacchi. Dietro quella targa stradale si nasconde la storia di un uomo che entrò in una polveriera in fiamme mentre un intero quartiere cercava di mettersi in salvo.
Sacchi morì a Torino nel 1884. Nel 1886 la municipalità fece collocare sul fronte dell’Arsenale di Borgo Dora una lapide in bronzo, ancora oggi visibile. L’iscrizione riassume il suo gesto in poche parole: «Esponendo con sereno coraggio la vita, SALVAVA TORINO». Non è soltanto un elogio. È la sintesi di ciò che avvenne quella mattina.
Dopo la distruzione del 1852, il complesso venne ricostruito. I lavori iniziarono negli anni Sessanta dell’Ottocento e, dal 1867, gli edifici ospitarono lavorazioni dell’Arsenale militare, inizialmente destinate soprattutto alla fabbricazione di affusti e carriaggi per l’artiglieria. La guerra tornò a lasciare il proprio segno durante il secondo conflitto mondiale. I bombardamenti del 1942 e del 1943 danneggiarono gravemente officine, magazzini e altri locali del complesso. Le attività militari cessarono e una parte degli edifici rimase abbandonata.
Sembrava la conclusione di una storia cominciata con la polvere da sparo. Invece, il 2 agosto 1983, i giovani del Sermig entrarono nell’ex Arsenale militare. Attraverso il lavoro gratuito di migliaia di persone, gli spazi degradati furono progressivamente trasformati in un centro di accoglienza, formazione, solidarietà e incontro.
L’antico stabilimento militare divenne l’Arsenale della Pace. Forse è questo il particolare più sorprendente dell’intera vicenda. Nel 1852 Paolo Sacchi entrò fra le fiamme per impedire che la polvere distruggesse una parte di Torino. Più di un secolo dopo, altre persone entrarono fra quelle mura per trasformare un luogo di guerra in uno spazio dedicato alla pace. Oggi la lapide è ancora lì. Via Paolo Sacchi continua ad attraversare la città. Il Sermig continua la propria opera.
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Grazie Sergio, mi fai conoscere ciò che della mia città non conosco. Quante volte mi sono chiesta chi fosse la persona alla quale è intitolata una strada!
Grazie Annalisa, le tue parole mi fanno davvero piacere. Torino è piena di strade, targhe e luoghi davanti ai quali passiamo ogni giorno senza conoscere le storie che custodiscono. Raccontarle significa anche guardare la nostra città con occhi nuovi.