Un soprannome che diventa sentenza, tra amori chiacchierati, ghigliottine e statue scandalose
A Torino i soprannomi non sono mai casuali. Nascono da un giudizio, spesso tagliente, e resistono più delle intitolazioni ufficiali. È il caso di Piazza Carlo Emanuele II, che da secoli i torinesi chiamano semplicemente Piazza Carlina. Un nome apparentemente innocuo, che in realtà racchiude una storia complessa, fatta di potere, pettegolezzo e interpretazioni distorte dal tempo.
La piazza è dedicata a Carlo Emanuele II di Savoia, ma l’appellativo popolare Carlina non nacque – e non nasce – da una presunta effeminatezza del Duca. Questa lettura è tardiva e fuorviante. L’allusione originaria era invece di natura politica: un giudizio sul suo modo di governare, percepito come debole, esitante, subordinato.
Alla morte del fratello Francesco Giacinto, nel 1638, Carlo Emanuele II sale al trono a soli quattro anni. Il potere viene esercitato dalla madre, Cristina di Francia, donna energica, figlia e sorella di re francesi, che conduce una politica filofrancese e fatica a rinunciare alla reggenza anche quando il figlio raggiunge l’età prevista per governare. Il giovane Duca non impone una rottura netta, lascia che la situazione si trascini. Ed è qui che nasce il giudizio popolare: in una società fortemente maschilista, la mancanza di decisione viene letta come una qualità “femminile”, secondo i codici dell’epoca. Carlina non è dunque un riferimento al genere, ma un soprannome di scherno legato alla debolezza del comando.
A smentire radicalmente ogni interpretazione che voglia il Duca come figura ambigua o poco virile interviene però la sua vita privata, ben nota ai contemporanei. Carlo Emanuele II mostrò per tutta la vita una fortissima attrazione per l’altro sesso, tutt’altro che nascosta o contenuta.
Tra le relazioni più chiacchierate vi fu quella con Gabriella de Marolles, appartenente a una famiglia presente tra Torino e la Venaria. Da Gabriella il Duca ebbe due figli. Accanto a lei compare anche una sorella, che condivise con evidente complicità la relazione con il sovrano. La vicenda, proprio per questa singolare dinamica, divenne rapidamente oggetto di commento cittadino.
Di una terza sorella non possediamo notizie storiche attendibili.
Una quarta sorella si trovava invece in convento; ed è facile immaginare che, da quella posizione appartata, pregasse per le altre due.
Questi intrecci, tutt’altro che discreti, delineano un Duca dominato dal desiderio, impulsivo, spesso incapace di mantenere il decoro formale richiesto al suo rango. Non era la trasgressione in sé a scandalizzare – tollerata nell’aristocrazia – ma il fatto che tali relazioni fossero di dominio pubblico.
Ancora più clamorosa fu la relazione con la Marchesa di Cavour, tanto evidente da diventare materia di una canzone popolare in piemontese, fiorita negli stessi anni. Il canto, trasmesso oralmente, venne recuperato nell’Ottocento da Costantino Nigra e successivamente ispirò una novella di Guido Gozzano. Quando una vicenda entra nel repertorio popolare, significa che la città l’ha ormai fatta propria. Mi riprometto di parlare di questa canzone popolare in lingua piemontese, in un prossimo articolo.
La piazza, intanto, continuava a caricarsi di nuovi significati. Durante la dominazione napoleonica, proprio in Piazza Carlina venne installata la ghigliottina. Il luogo del pettegolezzo e dello scherno divenne spazio della morte pubblica, con una tecnica esecutiva che di certo risparmiava buona parte di sofferenze fisiche, nel momento del compimento, al condannato.
Durante questo periodo storico mal sopportato, il popolo rispose con l’ironia amara che gli è propria, coniando la celebre filastrocca:
Liberté, égalité, fraternité
lor a van an caròssa
e noiàutri andoma a pe.
Che tradotto letteralmente significa: “Libertà, uguaglianza, fratellanza, loro vanno in carrozza e noi andiamo a piedi”
Parole che condensano in pochi versi il divario tra ideali proclamati e realtà vissuta.
Al centro della piazza si erge infine il monumento a Camillo Benso conte di Cavour, realizzato da Giovanni Duprè e inaugurato nel 1873. Anche questo monumento fu accolto da aspre critiche. A scandalizzare non fu soltanto la resa stilistica, ma soprattutto la presenza di figure nude, in particolare l’allegoria dell’Italia, rappresentata come donna svestita ai piedi dello statista. Non semplice pruderie ottocentesca: molti lessero in quell’immagine un’Italia umiliata, spogliata, più sottomessa che celebrata.
Così Piazza Carlina si rivela, ancora una volta, un luogo dove Torino esercita la propria memoria critica. Un soprannome nato da un giudizio politico, una vita privata trasformata in racconto collettivo, una ghigliottina rivoluzionaria, una statua discussa.
E forse è proprio questo il filo che tiene insieme tutto: a Torino la storia non viene soltanto vissuta, ma commentata. E Carlina, più che un nome, resta una sentenza.
Link al mio Filmato sul Proverbio Piemontese: Liberté….
https://www.sergiosalomone.eu/

Quanti preziosimi in una rticolo, caro Sergio. Attendiamo la seconda parte, ricca di elementi poco conosciuti e tramandati
Grazie Francesco per i commenti sempre cosi ricchi di apprezzamento. La seconda parte é in preparazione ma vista l’aspettativa, accelero il suo compimento. Un caro saluto