La Polizia Penitenziaria sempre meno considerata, sempre più vituperata.

La Polizia Penitenziaria è l’ossessione di “Radicali Italiani” soggetto politico di cui l’Italia potrebbe tranquillamente fare a meno vista l’inconsistenza delle idee e del pensiero.
Il 6 febbraio scorso il Segretario di “Radicali Italiani”, Filippo Blengino, diceva: “La conclusione del processo per torture nei confronti di alcuni agenti del carcere di Torino dimostra che nessuno è al di sopra della legge, neppure chi indossa una divisa. I gravi fatti di violenze e torture a cui troppo spesso assistiamo sono stati per anni insabbiati o liquidati come casi isolati”.
Parole che sanno più di amenità che di concretezza.
Incredibile che i “figli” di Giacinto Pannella, detto Marco, possano arrivare a dire una cosa indecente come “nessuno è al di sopra della legge, neppure chi indossa una divisa”.
Vogliamo ricordare quando le attiviste radicali praticavano aborti contro le norme? Vogliamo menzionare i viaggi della morte organizzati per portare soggetti malati a morire al di fuori dell’Italia? Vogliamo parlare delle battaglie a favore del consumo di droghe?
Che la morale a chi indossa una divisa arrivi dai “Radicali” fa veramente ribrezzo.
Per provare a celare l’insofferenza che i “figli” di Pannella hanno nei confronti di chi serve la Patria, arriva poi la frase “liscia pelo” a quanti indossano la gloriosa divisa della Polizia Penitenziaria: “continuiamo a difendere con forza il reato di tortura, contro chi vorrebbe svuotarlo o cancellarlo, anche e soprattutto per tutelare i detenuti e la stragrande maggioranza degli operatori della Polizia penitenziaria che ogni giorno svolgono il proprio servizio nel pieno rispetto della legge”.

Sulla sentenza piacerebbe sentire un commento da parte del Sottosegretario alla Giustizia, on. Andrea Delmastro Delle Vedove, che sul comportamento indecente dei detenuti nelle carceri italiane si è più volte espresso.
Incredibile che da “Radicali Italiani” si sentano in diritto di fare la lezione di morale a chi ha giurato fedeltà alla Repubblica e lavora in uno dei contesti più degradati del Paese, ossia il carcere.
Blengino, sostenuto da tale Giulia Casalino, si sente in grado di asserire che “In una democrazia non può esserci alcuno spazio per chi utilizza forza e violenza nell’esercizio delle proprie funzioni. Ma non bastano prevenzione e monitoraggio: il carcere italiano è oggi una fabbrica di crimini, violenze e atti vessatori”.
Abbiamo parlato, più e più volte, delle aggressioni che i detenuti – specialmente i nordafricani – perpetrano ai danni del personale della Polizia Penitenziaria.
Su questi casi c’è una tolleranza incredibile ma se – e ribadiamo “se” – a “sbagliare” è un uomo in divisa si apre un processo alle intenzioni degno della peggior dittatura bolscevica.
Da Via Bargoni, a Roma, parlando del sistema carcerario, si dice: “Se non verrà cambiato nella sua struttura radicale, continuerà a essere un luogo in cui suicidi, autolesionismo, risse, aggressioni al personale e torture resteranno all’ordine del giorno”.
Sono decenni che i “Radicali Italiani” si sentono in diritto di insegnare allo Stato come si fa lo stato, alla Polizia Penitenziaria come si gestisce l’ordine pubblico in carcere, alla Corte Costituzionale come si difende la Costituzione, e così via.
Sono talmente saggi, sapienti, conoscitori del corretto vivere che non sono riusciti neppure ad essere eletti nel Consiglio Comunale di Cuneo, pur inseriti nella lista del “Partito Democratico” che ha espresso il Sindaco tuttora in carica.
Dispiace ed addolora leggere tante amenità tutte assieme perché in Italia si deve tornare ad avere rispetto, stima e considerazione del Corpo di Polizia Penitenziaria che – checché ne dicano i “Radicali” e gli attivisti di “Possibile” – è eccellenza del Comparto Sicurezza del nostro Paese.

I radicali odierni sono ormai divenuti l’ossessione d’Italia con le loro denunce stantie e la perversione del continuo piagnucolo peloso e accusatorio.
Caro Rovera,
tanto mi divide dai Radicali, ma non l’attenzione costante al decisivo tema di civiltà che sono le carceri. Questo, da sempre è un merito di una forza politica che ha saputo incidere assai (non sempre in modo encomiabile, per carità) nella e sulla storia politica italiana.
Di carceri, caro collega, si occupano solo i radicali e i cattolici (quelli non giustizialisti e securitari). A volte insieme, penso alla battaglia per l’amnistia condivisa tra Marco Pannella e il mio indimenticabile direttore Luigi Amicone. E ovviamente ignorati da quelli che… chiudeteli dentro e buttate via la chiave!
La realtà del carcere, del quale mi sono occupato come giornalista e come direttore editoriale, è complessa. Il dettato costituzionale sulla funzione riabilitativa della pena, con poche eccezioni e nonostante il grande impegno degli operatori, è largamente disatteso.
Nessun criminalizza la Polizia Penitenziaria nel suo complesso ( tantomeno i Radicali). Gli agenti della PP vivono esattamente gli stessi problemi delle persone ristrette in carcere (persone e non criminali, persone che hanno commesso dei crimini o che di essi sono imputati… e si dovrebbe aprire una grande parentesi sulle distorsioni della carcerazione preventiva). Proprio perché non lo si fa, anzi si riconosce quanta umanità ci sia nell’agire di molti di loro, non si può tacere di fatti/atti come quelli di Torino (e di Cuneo, più recentemente saliti alla ribalta delle cronache). Le difese indiscriminate e collettive, in ultimo ideologiche non meno di quanto si accusa di essere gli altri, non sono un buon servizio.