Le quattro scelte di Alcide De Gasperi
Un piccolo leader dell’opposizione, intervenuto al meeting di Cernobbio ha elogiato a dismisura le “riforme” da lui realizzate quando era a Palazzo Chigi. Poiché non ne serbiamo un ricordo esaltante, abbiamo cercato di documentarci su un significativo rapporto Governo -Riforme e, per trovare ciò che ha lasciato il segno, ci siamo sintonizzati sul De Gasperi VI del 1950, chiamato appunto “Gabinetto delle Grandi Riforme”.
Qual’era allora la situazione sociopolitica in Italia?
Le sinistre, dopo la sconfitta elettorale del 18 aprile 1948, spostarono la lotta dal livello parlamentare a quello socio-sindacale. Scioperi e manifestazioni di piazza, anche violente, grazie all’appoggio determinante della CGIL, erano ordinaria amministrazione e sovente le forze dell’ordine dovettero intervenire con l’uso delle armi.
Le riforme non si potevano più rimandare, la situazione sociale era sempre più critica.
Il nuovo governo non perse quindi tempo nel varare riforme economiche e sociali di notevole importanza, con interventi nelle aree maggiormente depresse, la riforma agraria e il raggiungimento della piena occupazione. Da aggiungere a queste vi erano poi riforme tributarie, giudiziarie, amministrative e scolastiche.
Il ministro dell’agricoltura, Antonio Segni, predispose una riforma agraria che fu approvata solo parzialmente. Si vararono così la legge Sila (dal nome della omonima zona calabrese), e la legge stralcio, che era la prima fase di un progetto più elaborato.
L’obbiettivo della riforma agraria andava in due direzioni: favorire la creazione di una classe di piccoli proprietari terrieri che non fosse soggetta alle ali estreme della politica, e che aumentasse la produzione agricola del paese.
La riforma, seppur non raggiunse a pieno gli scopi preposti, fu l’intervento più incisivo dello Stato mai fatto in tale campo.
Segni preparò anche disegni di legge sulla ricerca, estrazione e trasporto degli idrocarburi; uno di questi progetti prevedeva la nascita di un ente statale con il monopolio delle ricerche petrolifere in val padana. Così fu creata l’ENI (1953) sotto l’amministrazione di Enrico Mattei, che avrebbe dato un enorme contributo allo sviluppo economico italiano.
Nel 1950 nacque la Cassa per il Mezzogiorno, che avrebbe dovuto favorire lo sviluppo del sud Italia, attraverso investimenti per le infrastrutture: impianti per il commercio agricolo, acquedotti, strade, bonifiche. La Cassa aveva anche la facoltà anche di concedere finanziamenti a privati. L’idea era buona, ma il progetto degenerò negli anni a causa di ingerenza clientelari deleterie.
Un altro risultato del governo fu la “legge Vanoni” (dal nome del Ministro delle Finanze), riforma in campo tributario, che favorì un più equo e moderno sistema di tassazione: introdusse la dichiarazione annuale dei redditi per le persone fisiche e giuridiche, nonché il principio di progressività fiscale delle imposte dirette (ridusse le aliquote ed esentò i redditi minori).
Questa operazione era fondata anche sull’idea del tributo come dovere sociale, per la solidarietà tra i cittadini; tra fisco e contribuente doveva instaurarsi, inoltre, un rapporto di fiducia.
Altri interventi degni di nota furono l’istituzione dei cantieri di lavoro e la predisposizione di piani di rimboschimento per riassorbire parte della disoccupazione; infine, il “Piano INA-casa”, chiamato anche piano Fanfani, che prevedeva la costruzione di 147.000 alloggi popolari entro 7 anni, finanziati con fondi statali e con contributi di datori di lavoro e lavoratori.
Anche se meno presenti nella memoria collettiva rispetto al piano INA-Casa, all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e alla riforma agraria, quattro decisioni di politica estera e economica propiziarono lo sviluppo postbellico dell’Italia.
Esse si collocavano tutte nell’ambito della scelta a favore di una “economia aperta”, che, assieme al mantenimento e rafforzamento dell’”economia mista” (a partire dalla conferma dell’iri fondato nel 1933), fu uno degli assi portanti della ricostruzione. I due assi (economia aperta ed economia mista) avrebbero spesso interagito, se solo si pensa alle interlocuzioni e al rilievo internazionale di istituzioni come l’IRI, la Cassa per il Mezzogiorno, l’ENI, che dell’economia mista furono i pilastri.
L’economia aperta è da ricondurre ai convincimenti di Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi. Ha scritto Guido Carli: “De Gasperi percepiva quanto fosse grande in quel momento la dipendenza dell’Italia dai commerci con gli Stati Uniti, e intese trasformare questo elemento di debolezza in punto di forza. Era interesse strategico del paese spingere per un’apertura delle frontiere commerciali, in maniera da trovare l’equilibrio non tanto riducendo il fabbisogno di importazioni, ma, al contrario, aumentando le esportazioni e stabilendo su questa base un legame con l’Occidente così stretto da renderne impossibile la rescissione. Fu un’intuizione politica”
Nelle articolazioni, concretizzazioni e visioni, quella scelta molto doveva a quella cerchia di personalità che idealmente e nella pregressa esperienza pratica si riconoscevano in una politica di apertura: Guido Carli, Enrico Cuccia, Francesco Giordani, Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Raffaele Mattioli, Donato Menichella, Sergio Paronetto. Erano uomini provenienti da due grandi “scuole”: la Comit di Mattioli (Cuccia, La Malfa, Malagodi), l’IRI di Beneduce (Carli, Giordani, Menichella, Paronetto). Fu in altre parole un’azione corale o, meglio, di un piccolo coro polifonico, una minoranza attrezzata di idealità e di molteplici esperienze.
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