Il percorso psichiatrico dell’uomo fermato, i limiti del sistema, la fragilità delle vite comuni e la domanda che resta: come si racconta l’inspiegabile?
Ci sono giorni in cui una città vive il suo ritmo consueto: un sabato pomeriggio, le vetrine aperte, i passi lenti lungo via Emilia Centro. Poi, all’improvviso, qualcosa si spezza.
A Modena è accaduto così: un’auto che travolge i passanti, otto feriti, quattro in condizioni gravissime, due vite cambiate per sempre. Le immagini delle telecamere non mostrano solo un impatto: mostrano la fragilità di tutto ciò che crediamo stabile.
L’uomo alla guida, trentun anni, era stato seguito nel 2022 dal Centro di Salute Mentale per disturbi schizoidi. Un periodo di osservazione, poi il vuoto. “Se n’erano perdute le tracce”, ha detto il prefetto.
E allora la domanda sorge spontanea: com’è possibile che una persona fragile, già seguita dai servizi, potesse guidare?
La risposta è complessa e amara.
Perché un ricovero psichiatrico non comporta automaticamente la sospensione della patente.
Perché la privacy sanitaria è protetta.
Perché i servizi non possono trattenere chi interrompe le cure.
Perché molte persone con disturbi mentali guidano senza problemi.
Perché, quando una persona si allontana dalla rete di protezione, spesso nessuno ha gli strumenti per riportarla dentro.
Non è un alibi. È un limite.
E i limiti, quando cedono, fanno male.
Ma la domanda più difficile riguarda le vittime.
Cosa si può dire a chi ha perso le gambe mentre passeggiava in una via pedonale?
Cosa si può dire a chi si sveglia in un letto d’ospedale con un trauma che nessuna logica può spiegare?
Si può dire una sola cosa, che non consola ma è vera:
non è colpa vostra.
Non è colpa di chi era nel posto sbagliato.
Non è colpa di chi non poteva prevedere l’imprevedibile.
Non è colpa di chi viveva un sabato qualunque.
E non è nemmeno colpa del destino.
Il destino non sceglie, non punisce, non decide.
È solo il nome che diamo a ciò che non controlliamo.
La responsabilità, invece, è umana.
È individuale, certo.
Ma è anche istituzionale, clinica, sociale.
È la responsabilità di un sistema che non sempre riesce a trattenere chi rischia di perdersi.
È la responsabilità di una comunità che deve interrogarsi su come proteggere i più fragili senza stigmatizzarli, e su come prevenire ciò che oggi sembra imprevedibile.
Alle vittime, a chi ha perso arti, a chi ha perso la fiducia nel mondo, si può dire solo questo:
non vi lasceremo soli nel dolore che non avete scelto.
Il mestiere di raccontare l’inspiegabile
Per noi che osserviamo e raccontiamo, ci sono giorni in cui il mestiere diventa un peso.
Non perché manchino le parole, ma perché nessuna sembra all’altezza.
Davanti a fatti come questi, il giornalismo non può limitarsi al resoconto: deve diventare riflessione, deve diventare cura.
A volte, di fronte all’assurdo, restano solo una riflessione e una preghiera.
Una preghiera laica, civile:
aiutateci a restare vigili, umani, e a non dimenticare le nostre fragilità.
Perché raccontare non basta.
Bisogna ricordare.
E ricordare significa assumersi una responsabilità: quella di non lasciare che il dolore cada nel silenzio.
