La morte di Monica Esposito riapre una ferita collettiva. Mentre a Bologna le piazze si sono mosse subito, davanti a una tragedia limpida e senza ambiguità Modena attende ancora una presenza istituzionale all’altezza del dolore vissuto.
Ci sono notizie che non arrivano come un fulmine: arrivano come un’eco. Un’eco che riapre una ferita, che riporta indietro a quel sabato di maggio — un giorno di svago, di normalità, di gente che si godeva un pomeriggio di luce — quando la normalità è stata spezzata da un’auto lanciata a tutta velocità sulla folla.
Il 16 maggio, in pieno centro a Modena, Salim El Koudri ha travolto otto persone. Un gesto improvviso, violento, incomprensibile. Un gesto che ha mutilato vite, che ha cambiato destini, che ha trasformato un weekend qualunque in un trauma collettivo.
Oggi, a distanza di oltre due mesi, quel trauma ha un nome: Monica Esposito, 55 anni, di Nonantola. È lei la prima vittima della strage. Dopo due mesi in terapia intensiva, senza mai riprendere conoscenza, Monica si è spenta all’Ospedale Civile di Baggiovara.
Il percorso clinico: due mesi di lotta silenziosa
Monica era stata ricoverata inizialmente al Maggiore di Bologna, in condizioni disperate. I medici hanno tentato tutto: interventi, stabilizzazione, trasferimento a Baggiovara per proseguire le cure. Ma le lesioni interne erano troppo gravi, incompatibili con la vita. Non ha mai ripreso conoscenza.
La famiglia, nel rispetto della volontà che Monica aveva espresso in vita, ha autorizzato la donazione degli organi. Un gesto di luce dentro una vicenda di buio.
Le reazioni: una città che si stringe, un Paese che osserva
Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha parlato di una notizia “tragica”, invitando a mettere da parte le polemiche e a lasciare spazio alla vicinanza umana. Ha annunciato il lutto cittadino per il giorno delle esequie.
Quando il dolore muove le piazze “a prescindere”
Ci sono momenti in cui la piazza si muove prima dei fatti, prima delle indagini, prima della verità. È accaduto a Bologna, dove la morte di un cittadino marocchino durante un intervento di Polizia ha spinto il sindaco a mobilitare la città immediatamente. Un gesto di vicinanza? Ma che ha generato tensioni e disordini: quando si scende in strada senza spere cosa sia realmente accaduto, si rischia di trasformare il lutto in condanna preventiva.
Ed è qui che nasce la contraddizione. Perché il dolore, quando diventa “politicamente sensibile”, ottiene una reazione immediata. Altri dolori, invece, restano in attesa.
Modena: una strage, una vittima, una città ferita
A Modena non c’è ambiguità. Non c’è un video da interpretare, né una dinamica da chiarire. C’è un uomo che ha lanciato un’auto sulla folla. C’è una donna — Monica Esposito — morta dopo due mesi di agonia. C’è una turista che ha perso entrambe le gambe. Ci sono otto feriti, una famiglia distrutta, una comunità che ancora non ha elaborato ciò che è successo.
Eppure, davanti a questa tragedia, la piazza non si è ancora mossa.
La realtà è davanti agli occhi
Qui non serve capire “cosa sia successo”: è evidente. Serve invece chiedersi perché, davanti a un dolore così limpido e così grave, non si sia sentita la stessa urgenza istituzionale di scendere tra la gente.
La vicinanza non dovrebbe essere selettiva. Non dovrebbe dipendere dal contesto politico. Non dovrebbe essere più rapida quando conviene e più lenta quando non conviene.
Il ruolo delle istituzioni: non enfatizzare, ma esserci
Nessuno chiede clamore. Nessuno chiede bandiere o slogan.
Si chiede presenza.
Che le istituzioni vadano compatte nel giorno delle esequie per dire: “Vi siamo vicini. La giustizia farà il suo corso, senza sconti.”
Perché la piazza non è un tribunale: è un abbraccio. E oggi quell’abbraccio manca.
Conclusione
Salim El Koudri, 31 anni, residente a Ravarino, nato in provincia di Bergamo e di origine marocchina, è accusato di strage con l’aggravante delle lesioni gravissime. Dal carcere ha dichiarato: «Sapevo che quel giorno sarei morto, ho bisogno che qualcuno mi capisca.» Una frase che oggi suona quasi dissonante, se accostata alle vite che ha spezzato.
Le indagini hanno trovato nel suo computer ricerche su attentati. Con la morte di Monica, il quadro giudiziario si aggrava ulteriormente: all’imputazione di strage si aggiunge quella di omicidio stradale.
“Chiamiamolo destino” quelle persone hanno incrociato quello pseudo‑bergamasco. Ma il destino non basta. Non basta a spiegare perché una città intera debba pagare il prezzo delle manie persecutorie di un singolo. Non basta a spiegare perché una donna che passeggiava con il marito debba diventare il simbolo di una ferita collettiva.
Quello che resta, oggi, è un dolore che non si può normalizzare. È la consapevolezza che la sicurezza non è mai scontata. È la responsabilità — istituzionale, clinica, sociale — di capire come prevenire ciò che sembra imprevedibile. Ed è il dovere, per una comunità intera, di non lasciare che questo dolore scivoli nel silenzio.
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Immagine creata da AI Copilot
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