Tra leggende, falsi ottocenteschi e indagini scientifiche, la storia dei misteriosi crani di quarzo conduce fino a un piccolo esemplare conservato a Palazzo Madama.
Sono stati attribuiti agli Aztechi e ai Maya, circondati da racconti di poteri misteriosi e civiltà perdute. Una leggenda sostiene che siano tredici. La realtà è molto diversa, ma non meno affascinante. E uno di questi enigmatici oggetti si trova proprio a Torino. Un cranio umano scolpito nel cristallo di rocca. Trasparente, levigato, inquietante. Basta guardarlo perché nasca spontanea una domanda: chi poteva realizzare un oggetto simile? Da oltre un secolo i teschi di cristallo alimentano racconti fantastici.
Ma quanti sono realmente? Un numero complessivo è difficile da stabilire. Nel 2008 l’antropologa Jane MacLaren Walsh, dello Smithsonian Institution e fra i maggiori studiosi dell’argomento, parlava di circa 10-12 esemplari presenti nelle collezioni museali, per lo più di piccole dimensioni. Altri appartengono a raccolte private, mentre innumerevoli sono le riproduzioni moderne.
La leggenda, però, insiste su un numero preciso: tredici. Secondo un racconto divenuto popolare soprattutto negli ambienti esoterici e New Age, tredici antichissimi teschi sarebbero stati dispersi nel mondo e, una volta riuniti, rivelerebbero conoscenze perdute o addirittura il destino dell’umanità. Affascinante, certamente. Ma non si tratta di un’antica profezia maya o azteca documentata.
Uno dei teschi più celebri è conservato al British Museum di Londra. Alto circa 25 centimetri e pesante oltre quattro chili, fu a lungo considerato un manufatto proveniente dal Messico precolombiano. Poi arrivarono le analisi. Le superfici conservavano qualcosa che le leggende non potevano cancellare: le tracce degli strumenti utilizzati per lavorarle.
Gli studi condotti dal British Museum e dallo Smithsonian individuarono segni incompatibili con le tecniche lapidarie conosciute della Mesoamerica precolombiana. Il grande teschio londinese risultò così assai più giovane di quanto si fosse creduto e viene oggi considerato probabilmente un prodotto europeo dell’Ottocento.
Ancora più singolare è la storia di un altro enorme esemplare, conservato allo Smithsonian Institution di Washington. Nel 1992 arrivò al museo per posta, accompagnato da una lettera non firmata. Chi lo inviava sosteneva che fosse azteco e che fosse stato acquistato in Messico nel 1960. Pesa circa quattordici chilogrammi.
Anche questa volta il microscopio fu impietoso: sulla superficie comparvero tracce prodotte da strumenti e abrasivi moderni. A quel punto il mistero cambiava natura. Non più: come riuscirono gli Aztechi a fabbricarli? Ma piuttosto: chi li fabbricò e come riuscirono a diventare antichità tanto credibili?
Ed ecco comparire un personaggio che sembra uscito da un romanzo. Eugène Boban, francese, dalla vita avventurosa, visse a lungo in Messico e nell’Ottocento divenne commerciante e conoscitore di antichità precolombiane. Il suo nome è talmente legato alla vicenda che Jane MacLaren Walsh e Brett Topping gli hanno dedicato nel 2019 un intero libro: The Man Who Invented Aztec Crystal Skulls: The Adventures of Eugène Boban, cioè “L’uomo che inventò i teschi di cristallo aztechi. Le avventure di Eugène Boban”.
Un titolo eloquente, che però va interpretato correttamente. Non sappiamo che Boban scolpisse personalmente i teschi. Il suo ruolo fu piuttosto quello di commerciante e protagonista di quel mercato nel quale alcuni di questi oggetti vennero presentati come antichità messicane.
Il caso più noto riguarda proprio il teschio oggi al British Museum: comparve nel commercio di Boban nell’Ottocento, passò successivamente alla celebre gioielleria Tiffany & Co. di New York e nel 1898 entrò nelle raccolte del museo londinese.
C’è poi un dato fondamentale: nessuno dei celebri teschi messi a disposizione degli studiosi è stato autenticato scientificamente come precolombiano e nessuno proviene da uno scavo archeologico documentato. Non emergono dal terreno. Emergono soprattutto dal mercato antiquario. Ed è proprio seguendo quel mercato che la nostra storia arriva, sorprendentemente, a Torino.
Nelle collezioni di Palazzo Madama è infatti conservato un piccolo cranio scolpito nel quarzo. Nulla a che vedere con i giganteschi esemplari che hanno alimentato tante leggende: quello torinese misura appena 3,4 centimetri, presenta un foro nella parte superiore ed è stato tradizionalmente attribuito alla cultura mixteca e considerato un ornamento. La sua storia ci porta nuovamente in Messico.
Zaverio Calpini, originario della Val d’Ossola, si trasferì a Città del Messico nel 1848 e vi rimase per molti anni, svolgendo insieme al fratello Francesco un’attività commerciale. Durante quel periodo raccolse numerosi manufatti mesoamericani. E il piccolo teschio faceva già parte della sua collezione prima del 1867. Nel 1867 Calpini vendette la propria attività messicana e rientrò in Piemonte, portando con sé la raccolta. Nove anni più tardi, nel 1876, donò quella collezione al Museo Civico di Torino. Fra gli oggetti donati c’era anche il piccolo teschio oggi conservato a Palazzo Madama.
La sequenza, dunque, è chiara: prima il teschio entra nella collezione Calpini in Messico; poi Calpini rientra in Piemonte; infine, nel 1876, la raccolta viene donata al museo torinese. Ed è proprio negli anni messicani che ricompare Boban. Le ricerche di Walsh e Topping hanno messo in luce un particolare particolarmente curioso. A Città del Messico l’attività commerciale dei fratelli Calpini si trovava a poche porte dal negozio di Eugène Boban. I due operarono quindi nello stesso ambiente e nello stesso periodo. La vicinanza ha portato Walsh e Topping ad avanzare un’ipotesi suggestiva: Boban e Calpini potevano conoscersi e il piccolo teschio oggi conservato a Torino potrebbe essere passato attraverso il commerciante francese. La cronologia rende questa possibilità perfettamente plausibile: il teschio apparteneva già alla raccolta Calpini prima del 1867 e Boban era allora attivo a Città del Messico. Ma plausibile non significa dimostrato. Non conosciamo, almeno finora, una fattura, una lettera o altro documento che provi che Boban abbia venduto proprio quel teschio a Calpini. È un’ipotesi fondata su una significativa coincidenza storica, non una certezza.
Qui il mistero rimane aperto. Per gli esemplari di Londra e Washington le analisi scientifiche hanno fornito indicazioni convincenti di una lavorazione moderna. Per il piccolo cranio di Palazzo Madama, invece, non risultano pubblicate indagini tecnologiche altrettanto decisive. Non sarebbe quindi corretto dichiararlo certamente precolombiano. Ma sarebbe altrettanto scorretto definirlo automaticamente falso soltanto perché altri teschi di cristallo si sono rivelati moderni.
Ed è forse proprio questo il vero fascino della vicenda. Non le energie misteriose, gli extraterrestri o la leggenda dei tredici teschi, ma il modo in cui questi oggetti hanno attraversato archeologia, collezionismo, commercio e mito.
E Torino conserva un frammento particolarmente curioso di questa storia. Un piccolo teschio di appena tre centimetri, custodito a Palazzo Madama, continua ancora oggi a porre una domanda molto più interessante di qualsiasi profezia: chi lo scolpì davvero, e quando?
Il Filmato: Teschi di Cristallo
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Forte! Molto interessante
. Grazie Sergio
Grazie a te.
Grazie Sergio!! Motivo in più per andare in visita a palazzo Madama.! Da tempo desidero andare a vedere il planetario del Piffetti! Sei fonte di ispirazione per fare la turista nella propria città !
Grazie Annalisa! Se un articolo riesce a far venire voglia di riscoprire un angolo della nostra Torino, allora ha raggiunto davvero il suo scopo. E il Piffetti di Palazzo Madama merita certamente la visita!