In Italia la natalità è in diminuzione inarrestabile. Indagando tra le voci di Trump & Mattarella
Le recenti, raccapriccianti dichiarazioni di Donald Trump sullo stato dell’Europa, sono un’alternanza di offese, tradimenti e sgradevoli verità. Se ne parlerà a parte, ma sulla fragilità delle democrazie, troppo ingrate verso le loro libertà, e soprattutto sul calo della natalità che affligge un “Continente Vecchio”, e che tra una ventina d’anni perderà la sua identità, lo Yankee ha detto il vero. Purtroppo. Dunque, in questo articolo ci si vuole soffermare su quest’ultimo dato, in cerca dei perché.
Nel 2024 l’Italia ha registrato il minimo storico nelle nascite: poco meno di 370 mila nuovi marmocchi venuti al mondo. Un dato che conferma un trend più che decennale e che, secondo molti demografi, è destinato a proseguire. Il tasso di fecondità resta tra i più bassi d’Europa. Perciò, superando gli appelli a procreare espressi dal Presidente Sergio Mattarella, occorre esaminare il fenomeno in modo più approfondito.
Le sue radici si diramano tra plurimi mutamenti della società, non solo italiane, ma quelle del Vecchio Continente nella sua globalità. Vecchio nella sua natalità, vecchio di democrazie litigiose e inconcludenti, vecchio nell’abusata emancipazione di una popolazione sfuggita di mano, vecchio e quasi privo di spiritualità. In questa isola del mondo ancora “libera” e ricca, lo sviluppo inciampa su un welfare che fatica a tenere il passo con l’invecchiamento, con l’evoluzione delle famiglie e col nuovo ruolo della donna.
Un sistema di welfare che frena, non sostiene
Il primo elemento da considerare è la debolezza strutturale dei servizi per l’infanzia. Una ricerca del 2023 firmata da Stefani Scherer, Emmanuele Pavolini ed Elisa Brini, Formal childcare services and fertility: the case of Italy, ha dimostrato come la scarsa disponibilità di asili nido e servizi educativi nella fascia 0-3 anni riduca in modo significativo la probabilità che le coppie decidano di avere un figlio. Non è solo questione di fondi, ma anche di procedure complesse, offerte territoriali disomogenee, tempi di attesa lunghi.
Un secondo studio del 2024, ha evidenziato la forte disomogeneità territoriale. In alcune aree del Paese l’offerta è quasi inesistente, in altre mediocre, e soltanto in alcune regioni, perlomeno adeguata. In tale contesto la scelta di avere figli è subordinata ai territori che offrono i migliori servizi, ma non solo.
La sociologa Chiara Saraceno sottolinea da anni che in Italia il modello di welfare resta “familistico”, laddove l’attenzione ai figli ricade principalmente sulla famiglia, spesse volte disgiunta dal supporto di nonni, quindi, destinata soprattutto sulle donne. Mancando un sostegno interno alla famiglia e soprattutto quello dello Stato, la scelta di avere più figli si riduce.
Lavoro instabile, scelte rinviate
Un fattore altrettanto decisivo è la precarietà occupazionale. Secondo uno studio del 2023 pubblicato su European Journal of Population, Employment Instability and Childbirth over the Last 20 Years in Italy, l’instabilità lavorativa dei contratti a termine, i periodi di inattività e i redditi discontinui, pur tra amore e desiderio, abbassano la probabilità di programmare il primo, e soprattutto quella del secondo figlio.
La direttrice del Laboratorio di Statistica Sociale dell’Università di Torino, Daniela Del Boca, ha dimostrato come la scarsa conciliazione lavoro-famiglia e la penalizzazione delle madri sul mercato del lavoro rendano la maternità un vero e proprio rischio professionale. Non stupisce quindi, che l’Italia sia uno dei paesi europei con il più alto tasso di dimissioni volontarie post-parto.
Uno studio del 2008: Balancing Work and Family in Italy, mostrava già che una madre su cinque lasciava il lavoro entro un anno e mezzo dalla nascita del figlio. A oggi, il quadro è cambiato poco.
La maternità come scelta, non come obiettivo designato
Oltre alle questioni materiali, si sta verificando un radicale mutamento culturale. La maternità è sempre meno percepita dalla donna come un passaggio obbligato della vita adulta, ma come una scelta da valutare e quando inserire tra le altre.
La ricerca del 2025, firmata dai docenti di demografia & statistica Francesca Luppi, Alessandro Rosina e Maria Rita Testa, ha dimostrato che tra i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni senza figli, quasi il 40%, afferma che potrebbe “sentirsi realizzato anche senza diventare genitore”. Questo dato non esprime disinteresse verso la genitorialità, ma l’opinione che la propria realizzazione può esprimersi in forme diverse: lavoro, relazioni, progetti individuali, esperienze di vita, dove l’insieme della coppia fissa è sempre meno scontato.
La metamorfosi del ruolo femminile è il fulcro della questione. Le donne oggi sono più istruite, più presenti nel mercato del lavoro, più autonome nelle scelte. La maternità non scompare: semplicemente non è più l’asse portante dell’identità femminile. È soprattutto la donna che si apre a nuovi orizzonti.
La questione del tempo: la maternità rinviata.
L’insieme delle opportunità alletta un rinvio della maternità, che a sua volta è uno dei motivi più critici della crisi demografica. L’età media al primo figlio in Italia è tra le più alte del mondo e questo è drammatico. Molte donne avvertono il desiderio di maternità intorno ai 35-40 anni, proprio quando la “biologia” diventa più fragile.
Si crea così un paradosso: la libertà di scegliere quando diventare genitori porta, di fatto, a una riduzione delle occasioni biologiche che aumentano nel futuro. Il risultato è un aumento della sterilità involontaria e delle gravidanze “difficili”, nonostante il desiderio ci sia.
Un Paese che cambia più in fretta delle sue politiche
Il quadro che emerge è quello di un’Italia che ha visto cambiare la sua società, la cultura atavica, la composizione delle famiglie e dal momento in cui procreare, laddove spesso la figura del figlio è sostituita da un animale da compagnia, affettuoso e meno impegnativo. Un frequente, decadente paradosso è vedere i cagnolini dentro al passeggino.
La demografa Chiara Ludovica Comolli, nel 2025 ha analizzato come i livelli di natalità siano strettamente legati al contesto locale: servizi, opportunità lavorative, condizioni sociali e sostegno nell’apparato scolastico, anche a livello di costi. Per questo, misure nazionali generiche non bastano più.
Attualmente, le “voglie” genitoriali, vanno sostenute con politiche stabili e strutturali: asili nido universali e accessibili, congedi parentali reali, lavoro flessibile, orari compatibili con la vita familiare, sostegno economico non episodico. Solo così la scelta di avere un figlio potrà tornare ad essere una scelta sentita, non un lusso.
Non un declino “naturale”, ma un cambiamento strutturale
Dunque, stando alla freddezza di analisi e statistiche, il calo delle nascite non indica un declino della “natura femminile”, né un venir meno del desiderio di maternità.
Racconta invece di una donna “diversa”, anche nei confronti del tempo libero, dello sport, di viaggi, di nuovi sogni e altre esperienze. Di un matrimonio sempre meno “tradizione popolare” e di un Paese che non ha saputo adattarsi ai cambiamenti sociali.
Le “culle vuote” delle cliniche italiane sono il risultato di un diverso iter sociale e biologico, derivante perlopiù da un universo femminile, compresso tra nuove opportunità, lavoro & famiglia. Influiscono: una burocrazia che allunga i tempi, di politiche sociali, di servizi insufficienti, di un mercato del lavoro rigido, e di una cultura che si è disgiunta dal valore della genitorialità, sedotta dalla varietà dei cambiamenti, con tanto di ragioni sia per l’arrogante mister Trump, sia per il preoccupato Sergio Mattarella.
Ricordando un momento di felicità e di amore
Più ci si inoltra nella disciplina demografica, più si accavallano domande nella mente: manca qualcosa. Stando alle previsioni, invertire la tendenza non sarà semplice, ma l’inoltrarsi in questa analisi mi ha ricordato quell’impulso animale che in una baita di montagna, ci spinse entrambi a desiderare di unire i nostri corpi per procreare un’altra vita.
Era una consapevolezza ancestrale abbellita dal piacere e dalla felicità. Ecco, forse in tutta questa trattazione, quello che si sta perdendo di vista è insostituibile. Forse è tutto racchiuso nella parola amore. Un sostantivo talvolta abusato e che adesso sta segnando il passo?
Fonti: AI Overview, ANSA, European Journal of Population, EAPS

Sintetizzando direi che in Italia non si è mai guardato oltre il proprio naso, mai azioni che avrebbero potuto prevenire e prevedere i problemi che sarebbero inevitabilmente arrivati. Si è guardato al giorno dopo e basta. E questo vale per quasi tutto purtroppo.
Ho girato l’articolo alle mie cugine Ileana e Tiziana, che conosci bene, come faccio molto spesso, anche se sono fuori scala, rispetto a queste indagini demografiche: in particolare Ileana e Valter hanno prodotto tre figli e otto nipoti. Del resto un po’ tutta la nostra famiglia è un po’ anomala, presentando anche soggetti che si sono riprodotti con compagne diverse…
Grazie come sempre degli stimoli, Carlo, ma obietto sulla premessa: è mia profonda convinzione che il Vecchio Continente non perderà la sua identità per il calo delle nascite, ma perché troppi egoismi minano il pensiero di Altiero Spinelli e chi con lui ha sognato una formula di aggregazione degli Stati Europei, che li portasse a superare le manie identitarie e le storiche lotte.
Il vento che da destra spira e infetta le politiche di molti di questi Stati è il vero ostacolo identitario dell’Europa. Governi antieuropeisti che, come il nostro, si ritrovano ad utilizzare l’UE quando fa comodo ma sono pronti a saltare sul carro americano perché lo stimano vincente (senza peraltro valutare se interpretano i sentimenti del popolo), questi sono i soggetti che minano l’identità dell’Europa Unita.
Le nascite sono complessivamente in esagerato aumento nel Mondo, così è dall’industrializzazione, da almeno 150 anni: ci vogliamo davvero preoccupare se nasci un bambino dalla pelle gialla o nera, se parla italiano o fiammingo, se è piemontese o siciliano? Facciamo attenzione, dico io, perché si può scivolare in un pericoloso declivio che già in passato ci portò alle odiose leggi razziali. E la norma approvata dall’Europa in questi giorni che stabilisce a tavolino quali sono i Paesi Sicuri, e dove possiamo sentirci autorizzati di spedire gente che cerca un posto sicuro dove vivere già ci indirizza verso quelle acque paludose..
Il Mondo è di tutti, in Italia ci sono marocchini che parlano Piemontese e cinesi che tengono su l’economia del Veneto (come fu all’epoca con gli Ebrei a Chieri).
Facciamo molta attenzione a dire che bisogna ‘fare figli’ per mantenere nostre le origini (le nostre origini sono Africane – non dimentichiamo) perché i popoli da sempre si spostano, occupano gli spazi liberi, e la sovrappopolazione porta carestia e guerre. Ben venga se qualcuno si limita ;D
PS: avrei da dire anche sul collegare la crisi delle culle con la “donna diversa” ma mi pare di ave già esagerato con le parole.. Grazie e ciao
Grazie per la risposta, ovviamente molto articolata, della quale farò presenza e analisi per un articolo che sta già scrivendo sullo stato dell’Europa in generale, rispetto alle nuove autocrazie e alle vecchie dittature mai spente. È un momento importante e complesso. In ogni caso, questo articolo era riferito praticamente al calo della natalità soprattutto da un punto di vista di una diversa composizione della famiglia e del ruolo di una donna più padrona di se stessa. Avrei preferito sentire quello che avevi da dire in merito, sempre succo di dialettica. Alla prossima. È ovvio che comunque condivido in buona parte ciò che ho rilevato da indagini demografiche e pareri universitari, è il compito del cronista. Ciao ciao
In quanto ambientalista e animalista sempre più convinta e appassionata, dovrei rallegrarmi del calo demografico della specie umana, tanto dannosa per per l’ecosistema. Purtroppo, però , in circa 50 anni la popolazione umana mondiale è passata da meno di 3 miliardi a 8 miliardi! Otto miliardi! Dunque il fenomeno globalmente non sussiste affatto, anzi assistiamo ad una crescita demografica esponenziale, e c’è poco da rallegrarsi.
Questa folle crescita non è un bene per nessuno. Non certo per i poveri del mondo, sempre più poveri e proletari, né per i più fortunati, chè solo per fortuna si nasce in un posto piuttosto che in un altro di questo sovraffollato e inquinato pianeta pieno di odio, di ingiustizie e di guerre.
E dovunque il divario tra ricchissimi e poverissimi si fa sempre più profondo, sempre di più pochissimi ricchi -arabi,cinesi ,indiani ,americani, russi ecc.ecc.-comandano a loro piacimento masse di sventurati costretti a lavorare duramente, in condizioni di sicurezza a dir poco precarie, sottopagati o peggio. Anche in Europa, dove le cose vanno in po’ meglio sotto questi aspetti, quanti morti sul lavoro, anche in tempi recentissimi! E per lo più immigrati.
Tornando al tema delle culle vuote, l’infertilità nei popoli in decadenza politica ed economica è un fenomeno storicamente ricorrente già nell’antichità, e varrebbe la pena di approfondire questo tema.
Analisi profonda e veritiera.
Personalmente ho convissuto con una suocera che ha partorito 13 figli , 3 dolorose morti e 10 allevati con fatica e amore.
Ho 2 figlie di cui una single (in italiano zitella) e l’altra diventata madre a 39 anni..
I tempi sono veramente cambiati!
in italiano ‘zitella’ ha un’accezione poco positiva, che non si confà a tua figlia.
è single, autonoma, vive la sua vita e questo è bellissimo.
lasciamo i vecchi termini desueti in soffitta 😉
Se continueremo a considerare la cura dei figli come un ‘problema femminile’ temo non andremo lontano.
I figli sono certamente responsabilità della coppia genitoriale (costituita da due persone adulte, che non è poco), ma anche della comunità che li accoglie.
A 50 anni e rotti mi viene da dire che loro rappresentano il futuro, noi no, non più. Forse per questa ragione dovremmo avere molta più cura anche dei figli degli altri.
Confesso che come madre, quando mi trovo ad affrontare delle difficoltà, mi sento sempre molto sola. Poi mi giro e vedo che ci sono altre come me e un po’ mi passa…