Elva. Parrocchiale di Santa Maria Assunta. Foto di Ezio Marinoni
Dagli affreschi di Hans Clemer al Libro del Comando ai raccoglitori di capelli
Ogni anno, il 15 agosto, Elva festeggia il suo patrono, la sua santa protettrice: la Madonna Assunta, con momenti di incontro e festa e con la solenne processione nella Borgata Serre.
A partire dalla chiesa intitolata alla Assunta, appena al di fuori dell’abitato, dopo una breve discesa che sfiora il cimitero.

Questa chiesa è un luogo iconico, oltre che spirituale. Si nota subito lo stile romanico, all’estremità di un paese che ha mantenuto nei secoli il suo spirito, collocata in un contesto naturale unico. Appena entrati, si scopre un capolavoro pittorico: la Crocifissione e gli altri affreschi del presbiterio (tra i quali una “Dormitio Virginis”), realizzati da Hans Clemer. Proveniente dalla Provenza, dipinta pittore di corte nel Marchesato di Saluzzo, tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI. E queste opere, fino agli Anni Ottanta del Novecento, erano attribuiti genericamente a un “Maestro di Elva”, che non si collegava a Hans Clemer. Questo ciclo ad affresco, databile intorno al 1493, illustra storie della vita della Vergine e di Cristo; il suo culmine è la grandiosa scena della Crocifissione che occupa l’intera parete di fondo, caratterizzata dalla drammaticità e potente fisicità dei personaggi. Fra gli anonimi volti della folla spicca Longino, al centro, che la tradizione dice essere l’autoritratto di Hans Clemer.

All’interno, oltre gli affreschi, è da ammirare il fonte battesimale, in pietra scolpita, risalente alla fine del XIV e un’acquasantiera dei Fratelli Zabreri, datata 1463.
Elva incarna una lunga storia fra passato e presente, là dove Il vento fa il suo giro, prendendo a prestito il titolo di una magistrale pellicola cinematografica.
“Elva, perla della Valle Maira, paradiso nascosto tra le montagne” è la frase che accoglie i visitatori sul gruppo facebook “Elva… un paese, le nostre origini!”.
« La saga di Elva continua » scrivevano Alberto Bersani e Franco Baudino all’inizio di Elva un’umanità che era.

E proseguivano: « Si può ancora dire o scrivere su Elva e sugli Elvesi qualcosa che ancora non sia stato detto o scritto? ».
La conclusione era: « Credo che nessun paese di montagna, di quelle dimensioni e altrettanto remoto a causa dell’altitudine e dei picchi e burroni che lo nascondono, abbia goduto di tante attenzioni e di così fiorente letteratura. »
Don Ettore Dao, un figlio di Elva al quale è intitolata la piazza principale di Borgata Serre, di fatto il capoluogo, fra il palazzo del Comune, il cimitero e la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, ha scritto due opere fondamentali per conoscere il paese, con le sue tantissime borgate: Le visite pastorali alla chiesa di Santa Maria di Elva dal 1431 al 1936 e Elva un paese che era.
Il primo è un resoconto fedele sulla formazione e sull’evoluzione di un paese alpino, di una chiesa e della sua comunità (non solo nel senso religioso), raccontato attraverso cinque secoli di visite dei Vescovi che si sono recati a Elva. La prima testimonianza storica sul paese è dovuta ad Aimone di Romagnano, Vescovo di Torino, e alla relazione della sua “visitatio in ecclesia Elue”. Il secondo libro è una storia civile del paese e delle sue famiglie, visti con occhi nostalgici per la grandezza del passato e pessimistici in relazione allo spopolamento che stava già avvenendo.
Una lirica del poeta elvese Pietro Raina fa comprendere lo spirito di quegli anni in Alta Val Maira, di cui Elva è il nucleo abitato più elevato.
Chamou, edgun respond
(Chiamo, nessuno risponde)
Al limite del villaggio abbandonato,
Sulla soglia di un casolare,
Mi parve sentire un lamento,
Come un piangere sommesso.
Mi accosto a quell’uscio sconnesso,
Chiamo, nessuno risponde.
Ma quel pianto?
Era forse l’eco di un canto
Sereno, felice, lontano,
Perduta sulle ali del vento?
O era un volo di api ronzanti al ritorno dai pascoli fioriti?
O era, nel cadere del giorno,
Un pigolio di uccelli
Tra i rami ravvolti del faggio,
Dove si scorge l’intreccio di un nido?
Ma forse quel gemito misterioso
Altro non era che un grido
Di sconforto, sfuggito al mio cuore,
Smarrito nella sera,
Al calare di un’ombra, nera
Coltre, sulla montagna che muore.
Il mio innamoramento per Elva parte da lontano. Inizia con il citato Il vento fa il suo giro, il film di Giorgio Diritti e Fredo Valla che per me è stata una folgorazione, la scoperta di un mondo che non conoscevo. L’incantamento prosegue quando apro la pesante porta della chiesa parrocchiale e vedo per la prima volta gli affreschi di Hans Clemer: la Crocifissione, al centro della parete del presbiterio, è un’esplosione di luce e colori di una pittura nordica già matura, con la Maddalena ai piedi della Croce e Maria, la Madre di Gesù, in secondo piano, in una lettura personale o apocrifa della scena biblica fondamentale.
Da ultimo, mi sono avventurato nella leggenda che vuole il Libro del Comando nascosto proprio al di sotto di questa chiesa. Dopo qualche anno di conoscenza elvese, in un rapporto quasi d’ amore per questo luogo, ho iniziato a cercare le tracce del misterioso Libro del Comando, di Hans Clemer e il possibile motivo della sua misteriosa scomparsa, quando è all’apice della fortuna umana e artistica. In questo modo è nato il mio romanzo storico Il libro e l’affresco di Elva.
Negli Anni Settanta, durante una delle sue inchieste sociali e antropologiche, Nuto Revelli sale a Elva a intervistare tre testimoni del passato, mentre raccoglie i racconti orali che diventeranno Il mondo dei vinti: Daniele Mattalia, classe 1897, contadino; Giovanni Pietro Mustat, classe 1897, contadino; Daniele Mattalia, classe 1921, contadino e operaio.
Milletrecento erano gli abitanti del paese, all’anagrafe del 1901 in gran parte occupati nella raccolta e nella lavorazione dei capelli, che arrivano all’ufficio postale da tutta Europa, in grandi sacchi. Una volta lavorati, i capelli vengono trasformati in parrucche da elvesi residenti al di fuori dal paese. I prodotti finiti e raffinati raggiungono tutta l’Europa, posandosi anche su teste coronate. In quel periodo, senza saperlo, Elva è un centro di riferimento internazionale. Il Museo dei Pels racconta quella storia e le vicende dei “Pellassiers” elvesi (i raccoglitori di capelli).
Dopo l’ultima guerra mondiale il progresso ha portato qui tre strade e la gente ha iniziato ad andarsene, in cerca di uno stipendio fisso e di un posto di lavoro sicuro, di una vita più agevole in pianura, perché in montagna non bastava svolgere un lavoro solo per sopravvivere.
Una delle tre vie di comunicazione è la Strada del Vallone, chiusa dal 2014, per frane e smottamenti.

Oltre a questa, altre due vie permettono di raggiungere Elva: dalla Val Varaita, superando il Colle di Sampeyre, oppure da Stroppo.
La salita verso Elva, in entrambi i casi, è una scoperta per gli occhi e una ascesa per lo spirito, in cerca della dimensione umana e spirituale che questa montagna sa restituire. Dopo Sampeyre, la salita all’omonimo colle si fa stretta e impervia, in compenso con panorami da togliere il fiato. Mi sembra di salire gradualmente verso un tetto delle Alpi: ogni svolta di tornante è una sorpresa, con l’impressione di essere prossimi a raggiungere un apice, il Tibet piemontese. Nei rari tratti in cui la strada si allarga un poco gli occhi si appagano di uno spettacolo naturale: di volta in volta, un casolare abbandonato, mucche al pascolo in libertà, un gruppo di case con la bandiera sul tetto…
Al Colle di Sampeyre, a duemilaquattrocento metri, l’estate e il caldo si avvertono poco e lo sguardo spazia intorno come su un continuo delinearsi di vette, sopra il verde dei ultimi prati e i boschi. Un cartello sbiadito indica Elva, verso il basso, come un coronamento al viaggio.
Da Stroppo, prima del tratto più impervio e con stretti tornanti, la chiesa di San Peyre è un pezzo di Medioevo sospeso sul nulla, un panorama nordico che fa pensare alla Scozia.
A Elva, in Borgata Serre, in un sottoportico che regala una splendida vista sulla valle, si apre l’ingresso al Museo dei Pelassiers.
La domanda è: perché gli elvesi diventarono raccoglitori di capelli? L’economia molto povera, insufficiente per sfamare tutte le numerose famiglie durante l’Ottocento, provoca l’emigrazione stagionale di molti uomini con le loro professioni (soprattutto arrotini e cardatori di canapa, molto coltivata a quei tempi). Tutti ritornano a casa per il 12 maggio, festa di San Pancrazio (e, in seguito, giorno del mercato dei capelli). Al riguardo, cfr: https://civico20-news.it/cronaca/12-maggio-festa-di-san-pancrazio-a-elva-cn-e-a-pianezza-to/12/05/2026/
Giovanni Raina nel suo libro Vito gramo. Memorie di una storia locale e di costume delle valli Occitane sostiene che la matrice dei raccoglitori di capelli nasce da quella dei mercanti di stoffe.
Inizialmente i “cavié” scambiavano le stoffe con i capelli, poi l’attività diventò una vera e propria ricerca e raccolta della materia prima. Quanto bisognava essere assai abili ed eloquenti per convincere una donna a privarsi della sua capigliatura?
Oltre al taglio dei capelli e delle trecce, si raccoglievano anche i “pels dal penche”, i capelli che rimanevano sul pettine o sulla spazzola. Alcuni biglietti da visita conservati nel Museo narrano questa epopea.
CESARE RAINA, Human Hair Merchants, import-export
Maison JEAN P. ISAIA, importation exportation-en-gros
Baudino Costanzo – Negoziante di capelli umani – Residente a Parma
Pasero Antonio e Giacomo (I Pajassèt) – Residenti in Alpignano
I fratelli Baudino Bessone in Saluzzo
Questa pagina fondamentale della storia di Elva è stata raccontata per esteso da Alberto Bersani e Franco Baudino nel libro Lhi Pelassiers – I raccoglitori di capelli.
« Fondamentale, per l’esercizio del mestiere, la capacità di persuasione. Occorreva quindi un certo stile, che si esprimeva nell’abbigliamento curato e nello charme in qualche modo da seduttore.
Importantissimo era sbrogliarsela con la lingua e i dialetti locali, senza i quali non ci sarebbe stata comunicazione ma era altrettanto importante poter dialogare fra pelassiers senza che gli altri comprendessero; da qui la creazione di un gergo impenetrabile il cui apprendimento faceva parte dell’iniziazione dei giovani quando entravano nel mestiere. »
Come una testimonianza preziosa, nel loro libro trascrivono anche una lettera di Pietro Isaia (Peire d’Maieta) a Caterina Raina, datata 7 gennaio 1967.
« Signora Raina Caterina
Vi oh gia risposto alla vostra lettera del 8 corrente e vi o spedito il paco capelli subito stesso giorno discomposati gia da una parte e li altri corenti che cosi fatte piu presto a finirli. Vi o voluto rescrivi questa perche mi fate il conto voi e il peso e come erano di quel punto del lavoro voi sapete perche vi o detto quello che pago la bura e io aspetto la lettera scrivetela subito, i pesate e così vi mando i soldi subito.
Vi saluto caramente.
Isaia Pietro. »
(nato a Elva nel 1890 e residente a Treviso)
Tante storie di Elva un paese che era, proprio come scriveva don Ettore Dao.
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Ottimo scritto come sempre e bellissimo resoconto che in gran parte conosco. Goditi Elva poi ti raccontero’ le mie vacanze
Grazie, Carla, per il tuo parere “elvese”. Tu sei una erede morale e spirituale di don Ettore Dao, lo storico di Elva; ricevere la tua approvazione è una lusinga e, allo stesso tempo, uno sprone a continuare a scrivere altre storie del tuo magico paese