Una mostra a Palazzo Madama ci restituisce i volti di una città che incontriamo ogni giorno senza quasi più vederla.
Ci sono persone che incontriamo ogni giorno e delle quali, probabilmente, non sapremmo descrivere il volto. A Torino da decenni passiamo davanti a uomini a cavallo, generali, politici, scienziati, santi, figure allegoriche. Sono immobili al centro delle nostre piazze, sopra piedistalli che utilizziamo perfino come punti di riferimento: «Ci vediamo davanti al monumento!». Ma chi rappresenti quel monumento, perché si trovi proprio lì e chi abbia deciso di innalzarlo spesso non lo sappiamo più.
È da questa sorta di cecità quotidiana che sembra prendere le mosse MonumenTO. Torino Capitale. La forma della memoria, la mostra ospitata nella Sala del Senato di Palazzo Madama fino al 7 settembre 2026, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano. Il percorso prende in considerazione 79 monumenti cittadini e riunisce circa cento opere e documenti: modelli, bozzetti, bronzetti, disegni preparatori, fotografie, periodici e manifesti.
E forse la cosa più interessante è proprio ciò che nelle piazze non possiamo vedere. Un monumento, quando è terminato, sembra consolidato al luogo. Emanuele Filiberto deve stare a cavallo in piazza San Carlo; Cavour sembra essere sempre stato al suo posto; il monumento al traforo del Frejus pare quasi nato insieme a piazza Statuto. Naturalmente non è così. Dietro quelle figure ci furono progetti, bozzetti, varianti, concorsi, ripensamenti e discussioni.
Il percorso prende simbolicamente avvio dal 1838, anno dell’inaugurazione del monumento equestre a Emanuele Filiberto, il celeberrimo “Caval ’d Brons” di Carlo Marochetti. In mostra compare anche un modello preparatorio e improvvisamente quella statua che conosciamo da sempre torna a essere ciò che fu prima di diventare monumento: un’opera ancora da immaginare, discutere, costruire.
Ed emerge un aspetto interessante della Torino monumentale dell’Ottocento. Il curatore Giovanni Carlo Federico Villa ha ricordato come soltanto tre dei monumenti presi in considerazione siano stati scelti direttamente dal sovrano, mentre molti altri nacquero attraverso iniziative cittadine accompagnate da dibattiti pubblici.
Il monumento ottocentesco, dunque, non era necessariamente soltanto l’immagine di un potere che decideva dall’alto. Poteva nascere anche dal confronto pubblico attraverso il quale la città sceglieva chi e che cosa meritasse di essere ricordato.
Da restauratore sono abituato a diffidare dell’apparenza definitiva delle cose. Un mobile antico, una superficie, un oggetto che ha attraversato il tempo conservano modifiche, ripensamenti, tracce d’uso, talvolta errori e trasformazioni. Guardare significa cercare, vedere ciò che il tempo ha nascosto senza riuscire completamente a cancellarlo.
Credo che davanti ai monumenti accada qualcosa di molto simile.
Prendiamo quello dedicato al Traforo del Frejus, in piazza Statuto. Oggi è inevitabilmente circondato da leggende. La più nota vorrebbe riconoscere nella figura alata posta sulla sommità addirittura Lucifero, contribuendo alla fama esoterica che da tempo accompagna la piazza. È una lettura suggestiva, ma non è quella storicamente documentata. Il monumento, realizzato da Luigi Belli e inaugurato nel 1879, celebra l’impresa del traforo ferroviario del Frejus. Sulla piramide costituita da grandi massi provenienti dallo scavo campeggia il “Genio della Scienza”, mentre i Titani sottostanti simboleggiano le forze della materia vinte dall’intelligenza e dalla tecnica dell’uomo. Più che un monumento esoterico, dunque, era una poderosa dichiarazione ottocentesca di fiducia nel progresso.
Ma la memoria non rimane immobile neppure quando è fatta di pietra e bronzo. Un caso particolarmente significativo è quello del “Monumento Nazionale al Carabiniere”, opera di Edoardo Rubino, inaugurato nel 1933 nei Giardini Reali. Il complesso subì gravi danni durante il bombardamento del 12 agosto 1943 e venne restaurato nel dopoguerra. In quell’occasione accadde qualcosa di straordinariamente significativo: nel gruppo allegorico del Giuramento il riferimento allo Statuto Albertino venne sostituito da quello alla “Costituzione della Repubblica Italiana”. Il monumento era rimasto al proprio posto, ma intorno a esso era cambiato il Paese. Nel settembre 1948 venne nuovamente inaugurato alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Un piccolo particolare, forse, ma capace di raccontare meglio di molte pagine di storia quanto un monumento possa essere contemporaneamente memoria del passato e testimone delle trasformazioni del presente.
Perché una statua non è semplicemente qualcosa da conservare perché è antica. È un documento.
Un altro elemento particolarmente affascinante della mostra è costituito dalle fotografie realizzate da Giorgio Boschetti. I monumenti torinesi sono fotografati di notte, sottratti al traffico, alle automobili, ai passanti e al rumore della città. Rimangono soli. E accade qualcosa di curioso. Volti che non avevamo mai osservato, mani, pieghe degli abiti, sguardi e posture che alla luce del giorno si confondono nel paesaggio urbano emergono dal buio e tornano improvvisamente visibili. Statue davanti alle quali forse siamo passati centinaia di volte diventano nuovamente personaggi. Ed è probabilmente questo uno dei meriti maggiori di MonumenTO: non ricordarci semplicemente che Torino possiede molti monumenti, ma insegnarci nuovamente a guardarli.
Il lavoro mi ha insegnato che conservare un oggetto non significa imbalsamarlo. Significa innanzitutto cercare di comprenderne la storia prima ancora di intervenire sulla sua materia. E il lavoro della divulgazione, in fondo, comincia esattamente nello stesso punto: restituire significato a qualcosa che rischiavamo di avere sotto gli occhi senza vederlo più.
Quando usciremo da Palazzo Madama, dunque, il vero percorso della mostra potrebbe essere appena cominciato. Perché fuori, nelle piazze e nelle strade di Torino, le opere sono ancora tutte lì. Eravamo noi che forse, avevamo smesso di guardarle.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF
