Santuario San Pancrazio, Pianezza. Foto di Ezio Marinoni
Pianura e montagna unite dalla fede in un martire cristiano. Il ruolo dei Padri Passionisti a Pianezza
Elva, in alta Val Maira. La Pro Loco, molto attiva per un Comune così poco abitato, si chiama “La Desena”. Il suo nome recupera una antica usanza elvese: ogni famiglia deve “prestare” una persona alla comunità per svolgere i lavori pubblici indispensabili allo svolgimento della vita sociale (uno dei più importanti era lo sgombero della neve in inverno), che si raggruppano in squadre di dieci persone, da cui “la desena”. Ogni borgata ha una “desena” (o “dezena”) per tener pulite le mulattiere e i canali irrigui in primavera, allo scioglimento delle nevi. Nel 1789 risultano sedici “desene” per il Comune di Elva. Il capo deseniere raduna la squadra quando è necessario; se una famiglia non può provvedere il Comune sceglie un’altra persona per il lavoro e nella primavera successiva manda il conto da pagare alla famiglia che non ha fornito il lavorante.
Ogni anno la Pro Loco prepara una serie di appuntamenti che si svolgono nei mesi estivi, ciascuno ha una sua storia e fa rivivere momenti di vita passata del paese. Fra tutte, a maggio si svolge la festa patronale di San Pancrazio, nella domenica più vicina al 12, memoria del Santo: è un’occasione per ricordare quando gli uomini e i giovani, in tempi antichi, rientrano dalla pianura, dove scendono in autunno, prima dell’arrivo della neve che isola il paese. Gli uomini vanno a Dronero e a Cuneo, nei paesi della valle a fare lavori di fatica, o i ciabattini e i muratori. Nelle case sommerse dalla neve restano solo le donne, i bambini, gli anziani e gli animali dentro le stalle, per lunghi mesi di totale solitudine.

Elva non si è dimenticata di quei giorni, e le fa rivivere come si usava a quel tempo: con il pranzo, la polenta in piazza e la musica, i balli e i canti, tutti insieme. Fino agli Anni Settanta la festa si celebra, rigorosamente, il 12 maggio; è una occasione importante: se un bambino si ammala, lo si offre “in pegno” a San Pancrazio, perché lo guarisca. L’anno dopo si va in processione, a piedi, fino a Elva, dai paesi della Val Maira, per sdebitarsi con il Santo. Quel giorno, tante famiglie salgono per la funzione e la processione, da Macra, Celle Macra, Prazzo e Stroppo.

Dobbiamo accontentarci di leggere qualche notizia storica sul sito del Comune o in qualche vecchio libro di memorie, non più ristampato. Qui è consuetudine secolare che tanti uomini e i ragazzi lascino il paese; questi ultimi, generalmente, ingaggiati li arrotini diretti in Francia. Altri elvesi si dedicavano alla vendita ambulante di tessuti, portando a spalla il sacco di pezze. La maggior parte degli abitanti di Elva andava in cerca di capelli umani, una attività che mobilitava giovani e vecchi. A San Pancrazio, al dialetto elvese si mescolano il francese, il piemontese, dialetti lombardi, veneti e bergamaschi, per una grande festa, in cui San Pancrazio è ringraziato da tutti, perché “I Sant picciot, a Elvo, fan de graties grosses” (i piccoli Santi, a Elva, fanno delle grandi grazie). L’attuale Locanda di Elva, albergo e ristorante, si è chiamata a lungo “Locanda Occitana San Pancrazio”.
Chi è San Pancrazio e come si afferma il suo culto? Pancrazio nasce verso l’anno 289 in una cittadina della Frigia, provincia consolare romana dell’Asia Minore. I suoi ricchi genitori erano di origine romana: la madre Ciriada muore nel parto, mentre il padre Cleonia muore quando il figlio ha otto anni, affidandolo allo zio Dionisio. Zio e nipote si trasferiscono a Roma per abitare nella villa di famiglia sul Monte Celio. Qui vengono a contatto con la comunità cristiana di Roma e chiedono di poter essere avviati alla fede, al Battesimo e alla Eucaristia. Nel 302 scoppia la feroce persecuzione di Diocleziano. Anche Pancrazio è chiamato a sacrificare, per esprimere la sua fedeltà all’Imperatore, ma il giovanetto si rifiuta: viene condotto dinnanzi all’Imperatore per essere giudicato. Diocleziano, sorpreso “dall’avvenenza giovanile e bellezza di lui, adopera ogni arte di promesse e minacce per fargli abbandonare la fede di Gesù Cristo” (da un manoscritto conservato nella Basilica di San Pancrazio, edificata per volere di Papa Simmaco, Pontefice romano dal 498 al 514). Condotto fuori Roma sulla via Aurelia, la sera del 12 maggio 304, Pancrazio porge la testa al carnefice. Ottavilla, matrona romana, raccoglie il capo e il corpo, li unge con balsami, li avvolge in un lino e li depone in un sepolcro nuovo. Il racconto, figlio dei primi secoli del cristianesimo, ha incredibili assonanze con la deposizione di Gesù.
Sul luogo del martirio leggiamo ancora oggi: “Hic decollatus fuit Sanctus Pancratius” (Qui fu decollato San Pancrazio). Il Cardinale Baronio, autore nel XVI secolo di una grande storia della Chiesa, ricorda San Pancrazio nei suoi Annales Ecclesiastici.
Avviciniamoci, ora, a Torino. Il Santuario di San Pancrazio, a Pianezza, è legato a un fatto miracoloso avvenuto il 12 maggio 1450.

Esso viene eretto per volontà del Marchese di Pianezza, Carlo Emanuele Giacinto di Simiana, e di sua moglie, Matilde di Savoia, figlia del Duca Emanuele Filiberto e di Beatrice Langosco di Stroppiana, sul luogo in cui dal 1450 sorge un pilone a ricordo del miracolo. Il contadino Antonio Casella, mentre falcia un prato, taglia inavvertitamente un piede alla moglie, venuta a portargli da mangiare. I coniugi, angosciati, pregano il Signore e sono confortati dalla apparizione di San Pancrazio, che promette la pronta guarigione della donna in cambio della costruzione di un luogo di culto.

Il convento è donato ai Padri Agostiniani dalla Reggente Maria Cristina, prima Madama Reale. I lavori iniziano nel 1647 su progetto dell’architetto Francesco Lanfranchi, ultimati dopo un decennio. Nel 1657 il Marchese ottenne una reliquia di San Pancrazio, che viene posta sotto l’altar maggiore. Nel 1771 si rende necessario un importante restauro, al termine del quale i Padri Agostiniani istituiscono la Confraternita della Madonna della Cintura, la cui devozione è ancora viva.
Nel 1886 i Padri Passionisti si insediano qui per porre rimedio a un lungo declino, cui hanno contribuito sia le soppressioni napoleoniche del primo Ottocento, sia gli espropri della legge Rattazzi del 1855, con la precisa volontà di far rinascere a nuova vita religiosa il Santuario di San Pancrazio. I Passionisti (Congregazione della Passione di Gesù Cristo) devono la loro origine a San Paolo della Croce, al secolo Paolo Francesco Danei, religioso e mistico settecentesco, nato a Ovada (AL) il 3 gennaio 1694.
Nel 1920, su progetto dell’architetto Lorenzo Basso, si avviano i lavori di costruzione dei portici per offrire un ricovero temporaneo ai sempre più numerosi pellegrini. Nel 1937, per opera del medesimo architetto, iniziano i lavori per la costruzione della nuova Cappella del Miracolo e della cripta che contiene i numerosissimi ex-voto. La Cappella del Miracolo ha l’altare posizionato sul punto in cui nel 1450 nasce l’originario pilone votivo; sopra l’altare campeggia l’affresco dello storico “Pilone Casella”. Nel maggio 1949, demolito il vecchio santuario, inizia la costruzione di quello attuale, su progetto di Amedeo Bono, in stile gotico-toscano, con una sola navata fiancheggiata da una serie di colonne in marmo verde, che la separano da due stretti ambulacri.
L’altare è in marmo giallo di Siena affiancato da giganteschi angeli dorati, con la palma e la corona del martirio, opera dello scultore Remo Riva. Sopra la Sacra Mensa campeggia una nicchia con la statua di San Pancrazio abbigliato come un soldato romano. Nell’abside, il Redentore e due angeli con i simboli della passione vengono affrescati nel 1957 dal pittore Nicola Arduino.
Nel 2023 il Santuario è stato dotato di un nuovo impianto di illuminazione, finanziato dalla Delegazione “Piemonte e Stati di Savoia” del movimento culturale “Croce Reale – Rinnovamento nella Tradizione”, presieduto da Fabrizio Giampaolo Nucera, che ha voluto rendere omaggio alla devozione dei cittadini pianezzesi per il martire, venerato negli antichi Stati Sabaudi per i suoi poteri taumaturgici. Una venerazione tuttora viva in Piemonte, tanto che la messa solenne in ricordo del miracolo viene officiata tutti gli anni alle tre del mattino del 12 maggio e vede una grande affluenza di fedeli.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF