Un’indagine profonda sul rovescio della medaglia del capoluogo subalpino
Con “Banditi a Torino” Piero Abrate firma un saggio che scava nelle pieghe meno celebrate della capitale subalpina, restituendo un ritratto della città lontano da ogni oleografia. La Torino composta, operosa e disciplinata che la tradizione ha consegnato all’immaginario collettivo viene qui osservata nel suo rovescio: quello delle fratture sociali, della violenza, della criminalità e delle tensioni che hanno accompagnato oltre un secolo di trasformazioni urbane e industriali.
Il merito principale del libro sta nell’impostazione. Abrate non rincorre il gusto della cronaca nera fine a sé stessa, né cede alla tentazione del sensazionalismo. Al contrario, usa il crimine come chiave di lettura storica e sociale, trasformando fatti e figure delinquenziali in segnali di processi più ampi: la modernizzazione accelerata, lo sradicamento, le periferie cresciute troppo in fretta, le promesse incompiute del boom economico. In questo senso, il volume non si limita a raccontare episodi criminali, ma li inserisce dentro una vera geografia del disagio.
La struttura del libro accompagna il lettore in un percorso che parte dal banditismo d’inizio Novecento, ancora legato a una dimensione rurale e arcaica, per arrivare alle forme più urbane e liquide della devianza contemporanea. Le vicende di personaggi come Francesco Demichelis, detto “Il Biondin”, la Banda Cavallero, i fratelli Spadavecchia o Pancrazio Chiruzzi diventano tasselli di una storia più ampia, in cui Torino e il Piemonte cambiano pelle insieme alle loro ombre. Molto efficace anche il passaggio sulla violenza politica e sul terrorismo, che restituisce la durezza di una stagione in cui l’ideologia si è spesso tradotta in esecuzione spietata.
Interessante è anche la scrittura, che tiene insieme rigore documentario e capacità narrativa. Abrate conosce bene il territorio e lo racconta con la sicurezza di chi ne ha seguito per anni le trasformazioni, senza perdere di vista il legame tra cronaca e struttura sociale. La prefazione di Massimo Centini aggiunge una cornice interpretativa preziosa, invitando a leggere questi fatti non come eccezioni isolate, ma come indizi di un malessere più profondo.
“Banditi a Torino” è un libro utile e ben costruito, capace di parlare non solo agli appassionati di storia locale o di cronaca criminale, ma a chiunque voglia capire meglio la città attraverso le sue zone d’ombra. È una lettura che evita la nostalgia e preferisce la complessità, qualità non comuni quando si raccontano le ferite di una metropoli che ha fatto del rigore la propria immagine pubblica.
Piero Abrate, Banditi a Torino: storie criminali da inizi Novecento a oggi, Ipogeo Edizioni, Torino, 2026, pg. 188, 15 euro (7 euro in versione Kindle).
