Massacro di Boston - 5 marzo 1770
Una riflessione del poeta Camillo Brero per la pace
La Stampa del 24 gennaio 1991 riporta un articolo del poeta e scrittore Camillo Brero (Druent, 4 marzo 1926 – Pianezza, 10 gennaio 2018), figura che ha dedicato la sua vita all’insegnamento, alla ricerca e alla scrittura della lingua piemontese.
Il titolo di questo articolo si presenta con un impatto significativo e quasi categorico: L’ora dei “mort an guera” (L’ora dei morti in guerra).

Il decennio 1980 -1990 è stato un periodo storico turbolento dove le occasioni di guerra a livello mondiale offrivano scenari bellici caratterizzati da eccidi e violenze che suscitavano nell’opinione pubblica una inevitabile ed automatica riprovazione.
Basterebbe ricordare lo scontro tra Libia e Stati Uniti nel Golfo della Sirte, la fine del conflitto tra Iran e Iraq e tra l’Unione Sovietica con l’Afghanistan, la Guerra del Golfo Persico iniziata il 2 agosto del 1990 con l’invasione del Kuwait, la Guerra nei Balcani (1991 – 1999) che portò alla dissoluzione della Jugoslavia fino al genocidio di Szebrenica per proiettare un quadro di orrori, eccidi sanguinari e disumanità inconcepibili. In più tutte le forme di terrorismo palestinese e islamico in Europa e nel mondo e di apartheid in Sud Africa.

Il breve articolo di Camillo Brero coglieva la follia e l’assurdità della guerra oltre la sua incredibile ciclicità, attraverso una narrazione cruda che utilizzava, con un effetto emotivo crescente, una sequenza concatenata di proverbi e citazioni di poeti piemontesi.
Questi messaggi, che riassumevano una antica sapienza e saggezza popolare, conservata attraverso i secoli, rotolavano come una valanga reattiva e razionale con l’obiettivo di far riflettere sulla necessità e sulla giustezza inderogabile della ricerca della pace tra i popoli.
In sintesi l’articolo era un crescendo di citazioni in lingua piemontese, che proprio per l’efficacia intrinseca delle parole in rima, creava un contesto particolare necessario per questa finalità.
Nel momento in cui ci stiamo avvicinando al termine di questo difficile e complesso 2025, la “riflessione proverbiale” del 24 gennaio 1991, contro la follia delle guerre in Europa e nel Mondo (in particolare l’attuale drammatico conflitto tra Russia-Ucraina, Israele-Palestina, le guerre civili-tribali in Medio Oriente, in Africa, in Asia, ecc.), resta ancora un richiamo e un monito severo di grande attualità.
Purtroppo continua a restare un messaggio inascoltato e, con la forzata giustificazione di sempre nuovi motivi di forza maggiore, relegato ad afona “vox clamantis in deserto”.
Il genere umano mostra una ineluttabile vocazione antropologica al conflitto, confermata dalla costante cronicità della guerra. Ciò costituisce l’ostacolo al superamento di questa infelice realtà esistenziale e comportamentale, ed è ragionevole pensare che l’umanità tutta sarà ancora condannata a restare imbrigliata in questo circolo vizioso per tempi indefiniti.
La domanda intrigante sarebbe quella di prevedere in quali tempi l’evoluzione del genere umano potrebbe superare ed eliminare l’ancestrale vocazione conflittuale. La risposta la potrebbe suggerire solamente l’Utopia e affidarci a questa “entità ideale” sarebbe confidare in probabilità quasi impossibili.
Pertanto la prospettiva appare sconfortante, dove la cruda realtà induce a pensare che non esisterebbero, per ora, alternative credibili a questo limite umano.
Tuttavia l’analisi appena fatta può avere uno spiraglio di speranza, considerando che nei grandi numeri esistono spazi di bontà, che in genere non fanno clamore.
Esistono consistenti comunità di persone che silenziosamente operano nel bene. Purtroppo il bene non fa notizia come il male, come lo si può riscontrare nei quotidiani o nei servizi tv.
L’aspettativa di una esistenza migliore potrebbe risiedere proprio in questo zoccolo duro che, con questa coerente testimonianza, dimostra che può esistere un mondo più giusto e saggio. (m. b.)
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