di Mario Marchisio
PRIMA PARTE
Il materialismo e la superstizione sono le due facce speculari di ciò che gli storici hanno chiamato «epoca moderna». Benché i loro occhi siano quasi ciechi, queste facce si orientano, come guidate da un magnetismo irresistibile, verso una culla tetra e affumicata, dove un idolo meccanico di cui si proclamano «figlie devote» sonnecchia fra spesse coltri color sangue. È l’idolo della Ragione.
La discesa che ha condotto l’Occidente al suo ipogeo di follia è stata lunga e complessa, alternata a pianori ingannevoli, a miti paesaggi bucolici, a periodici proclami di imminenti, gloriose palingenesi. Un errato concetto di ragione è la causa principale di quei volti incolori, materialismo e superstizione. Vedremo più avanti in cosa sia consistito l’errore e come la superstizione rappresenti l’inevitabile conseguenza del materialismo, quando esso raggiunga il suo massimo sviluppo.
Al pervertirsi dell’idea di ragione, e al restringersi del relativo campo d’indagine, è altresì corrisposto un sempre maggior affievolimento di quella intuizione del mondo intelligibile – per usare il vocabolario platonico – che è presupposto essenziale di qualunque fede religiosa. Se infatti gli archetipi sono mere illusioni, se la realtà si riduce a quanto esperibile per mezzo dei sensi, risultano destinate a eclissarsi una dopo l’altra le singole fedi, dissolte in una nube di vago e ipocrita irenismo, e quindi, a goccia a goccia, il senso religioso tout-court. Ai santi e ai mistici che narravano le proprie visioni e rapimenti estatici subentrano allora i ciarlatani e i falsi profeti, involontari e inconsapevoli parodizzatori di chi ha davvero beneficiato di uno squarcio apertosi nell’Invisibile.
Se le figlie della pseudoragione sono il materialismo e la superstizione, la ratio correttamente intesa incoraggia invece ben altri sguardi, simmetrici anch’essi e convergenti, ma non gelidi e cadaverici come i primi, bensì vivi e vitali. All’ombra della ragione fioriscono le sue figlie legittime, il cui volto appare inconciliabile e nemico soltanto all’uomo superficiale, perennemente illuso «che la realtà sia quella che si vede» (Montale). Fioriscono la fede e il dubbio, i quali incarnano una duplice risorsa fondamentale dello spirito.
Si noti a questo proposito che il dubbio autentico è quanto di più lontano possa immaginarsi dal materialismo e dal suo squallido portato illuministico, il progressismo. Quest’ultimo, “arricchitosi” poi a livello antropologico grazie all’evoluzionismo propugnato da Darwin, è divenuto nel corso del Novecento un oggetto di culto, di ammirazione viscerale, paragonabile soltanto a quella suscitata dalla dottrina marxista (oppio se non dei popoli, certo di milioni d’intellettuali) e dalla cupa fiaba notturna della psicanalisi freudiana.
Il rumore di fondo che unisce in orrido, infernale connubio acustico il “progresso” sociale e l’“evoluzione” della specie umana è quello emanante dall’ubiqua idolatria per tutto quanto sia artificiale e manipolabile. La Tecnica, in ogni sua forma, è ormai una dea venerata come Kalì, ma rispetto alla quale detta ordini ben più sinistri e mortiferi.
S’impone comunque un fatto, sul quale non bisogna stancarsi di meditare: l’Occidente, dopo una millenaria esaltazione dell’esistenza come dono divino, intessuta di rinunce e sacrifici, costellata di obbedienza e rispetto, illuminata dalla pace interiore e dall’ordine esteriore, è pervenuto negli ultimi decenni al polo opposto, vale a dire all’esaltazione del più radicale antitradizionalismo.
Tutto tende, di conseguenza, a una tragica parodia. Alle liturgie sacre si sostituiscono riunioni chiassose e aberranti; alle formule teologiche, gli sterili vaniloqui sulla «solidarietà», spacciata come bene supremo (ma anche i demoni sono solidali: nel compiere il male!); alla metafisica, l’ideologia; allo studio come vocazione, l’istruzione obbligatoria; alla lotta contro il tiranno, la ribellione autistica e schizoide; alla giustizia che «non invano porta la spada» (Lettera ai Romani 13:4), la sudaticcia simpatia per chi disprezza gli onesti e si fa beffe di ogni norma; al pane guadagnato con fatica e con ingegno, l’elogio della spregiudicatezza e della più bieca pigrizia; all’intolleranza verso il peccato, la tolleranza verso tutto e tutti, ma imponendo accuratamente il silenzio a chi non condivida il Diktat dell’egualitarismo e del progressismo; all’annuncio della salvezza, infine, un confuso sguazzare tra ecumenismi iperbolici e sincretismo da cortile.
Di uno scrittore come Michel Huellebecq si potrebbe facilmente criticare lo stile mediocre, infiocchettato di sterili astuzie narratologiche, ma un dato indiscutibile emerge con forza dalle sue pagine farraginose e lutulente. Egli ha tutte le ragioni di questo mondo a parlare di un mutamento antropologico avvenuto nella società contemporanea (si veda ad esempio il romanzo Le particelle elementari, Bompiani 2000), anche se sbaglia a considerarlo irreversibile, poiché nulla di irreversibile esiste sotto il cielo.
Si consideri il decorso più recente della patologia spirituale che ci travolge. Al rifiuto di Dio da parte delle masse ha fatto seguito, nella seconda metà del XX secolo, l’evaporazione dell’ideologia comunista, che si era illusa di sostituire il Cristianesimo ormai moribondo col suo formidabile Moloch totalitario. Privi di Dio e privi dell’idolo grondante sangue, nipote di quello giacobino e fratellastro del demone che sedusse la Germania dopo la caduta della Repubblica di Weimar, gli uomini del tardo Novecento sono diventati adoratori di se stessi.
Al di là delle roboanti affermazioni circa diritti e doveri e altre squisite delicatezze morali e giuridiche, la Weltanschauung condivisa oggi dal 95% degli occidentali comporta l’annullamento assiologico di ogni realtà esterna all’io, unico effettivo tributario di onori divini. Ed ecco che la vita umana viene in tal modo incanalata nell’alveo ossessivo del più rigoroso egocentrismo, il cui frutto si sminuzza in complesse forme di disperazione. Innumerevoli disperazioni che nel tentativo di liberarsi dalle proprie catene hanno finora ottenuto come unico esito il loro continuo potenziamento.
Tre “dogmi” hanno devastato l’Occidente nel corso della modernità. Elémire Zolla li elenca e commenta in un’opera di raro acume ed ammirevole dottrina: Che cos’è la tradizione (Bompiani 1971). Si tratta di parole d’ordine incuneatesi a fondo, purtroppo, nella mentalità “evoluta”. Poiché in loro assenza il culto della Tecnica evaporerebbe in un batter d’occhi, li ribadisce di giorno in giorno l’incessante pulviscolo della communis opinio, cadavere imbellettato che trova in se stesso il proprio alimento. Nessuna ebbrezza potrebbe aspirare a maggior diffusione di quella procurata dal sibilo della menzogna.
Il primo dogma, scrive Zolla, si chiama Progresso, ed inneggia a tutto ciò che sia storico, transitorio, informe, rispetto all’immutabile, all’armonioso, all’eterno: tutte cose da deprecare o compatire, leggende farneticanti dei tradizionalisti e dei chierici.
Il secondo dogma è l’Uguaglianza. Essa «pone sul trono un re di smisurata e disincarnata tirannide: la formula statistica che serve a stabilire la media. L’uomo medio statistico diventa il Redentore, la cui imitazione è sollecitata e dovrebbe consentire ai singoli di espiare il peccato di possedere una fisionomia; guai a chi osi porre una domanda, provare un sentimento, svolgere uno studio, amare un’idea che a tale Redentore non paia accessibile e consumabile». Ne consegue che «ognuno si sforza di rappresentare una media fra destini incompatibili. Così la donna moderna procura di essere tutt’insieme solerte massaia, erotica amante, cameratesca compagna di lavoro, didattica matrona, provocante giovinetta, volendo uguagliarsi a ogni immaginabile femmina, partecipando a ogni sorte e casta, cioè a nessuna in modo schietto e felice».
Allo spappolarsi interiore dell’individuo fa eco l’accanimento antitradizionale, condiviso ormai dai custodi stessi della Tradizione, che cade a pezzi «al suono delle trombe del giudizio ugualitario […]: la Bibbia di re Giacomo, un tempo cuore del cuore d’ogni Inglese, è stata soppiantata da una versione acconcia a fanciulli tardi e presuntuosi», mentre la liturgia romana veniva sacrificata «come un agnello sull’ara dell’Uguaglianza, senza un sospiro di raccapriccio».
Il terzo dogma proclama infine l’Attivismo, condannando in maniera solenne e irrevocabile qualsiasi forma di contemplazione.
Con simili punteruoli inchiodati nel cervello, l’uomo moderno si appresta a slanciarsi verso il futuro di gloria che lo attende a braccia aperte. Smanioso, fatuo, prigioniero di un nonnulla, si può star certi che il suo volo sarà identico a quello del fagiano.
(DOMANI SECONDA E ULTIMA PARTE)
