Bardi e il Castello Landi, immagine da wikipedia
Fra parmense e Lunigiana, antichi castelli e borgate abbandonate
La mia più recente vacanza del 2025 si è svolta in un territorio affascinante e poco noto: le valli dei fiumi Taro e Ceno. Questa zona appenninica si trova in provincia di Parma, ultimo lembo di una terra che fu Signoria dei Malaspina e poi dominio dei nobili Landi, che un antico legame unisce alla famiglia Grimaldi, regnante nel Principato di Monaco, che nel 2018 ha visitato il paese e il castello di Bardi.
Nel 1525, a coronare il destino di una grande potenza, Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero, promulga un decreto che conferisce alla famiglia dei Conti Landi il titolo di Principi e il privilegio di emettere moneta. Bardi diventa, quindi, la capitale dei loro domini, con un castello imponente, che era nato come struttura difensiva per proteggersi dalle incursioni; il suo fantasma è legato alla romantica storia d’amore fra Soleste e Moroello, che ricorda la passione, finita in tragedia, fra Romeo e Giulietta.

Questa parte di Appennino si caratterizza per piccoli paesi, borgate e frazioni sparse sui monti, il lento tramonto serale permette alla luce di stemperarsi sui monti fino a tarda ora. Sulle colline e nelle tante borgate il canto dei galli, la mattina, suona una sveglia d’altri tempi. E poi il silenzio, pieno e incorrotto al punto che l’arrivo di un’automobile si preannuncia da lontano. Non è una favola o un ritratto a tinte romantiche, sono i panorami che si assaporano a Bardi e a Noveglia, la sua frazione più popolata, seppur sparsa a sua volta.
Il quaderno n. 11 del Centro Studi della Valle del Ceno (diretto da Beppe Conti), pubblicato nel 2002, riproduce una antica descrizione della zona (contenuta nella lettera inviata nel 1617 dallo scrittore milanese Francesco Piccinelli al suo medico curante Bernardo Landolo, che gli aveva consigliato un soggiorno su questi monti per ritemprare la sua cagionevole salute). La narrazione coincide con il momento di maggior splendore dello “Stato dei Landi”, regnante l’ultimo discendente maschile della casata: Don Francesco Landi, IV Principe di Borgo Val di Taro.
“Breve descrizione delle amenissime valli del Taro e del Ceno”, è il preambolo alla lettera. Così descrive il Piccinelli l’ambiente fra Compiano e Bardi: «La posizione del luogo è poi così felice, che pare non possa esservi nulla di più bello, di più comodo e di più ameno. Infatti ad est confina coi Parmigiani, colla Vallata della Magra e cogli Apuani; a nord colla Valle del Ceno; ad ovest col Marchese Malaspina e col Principe Oria; a sud colla Liguria, onde ogni specie di viveri e di cose necessarie alla vita umana, con facile né lungo tragitto, si trasportano.»
Il Castello di Compiano ha una storia simile a quello di Bardi e si trova a breve distanza; alcuni locali ospitano un piccolo museo massonico, ma questa è un’altra storia.
Un viaggiatore e pastore di anime, che si è fermato a Noveglia, è stato don Luigi Brigati (classe 1938, nato a Casale di Tornolo, sacerdote dal 1965, deceduto nell’aprile di quest’anno), parroco a Monastero di Gravago dal 1969. Nel 2017 ha pubblicato il volume Mezzo secolo in Val Noveglia (a cura di Ida Albianti e Pino Bertorelli). Nel 2022 ho avuto il privilegio di incontrare don Luigi in canonica, dove mi chiede di aprire il libro che ha scritto, che mi regala con una cortesia d’altri tempi, alla pagina 31.
«Leggi tu, io non ci vedo più bene», mi invita con la sua voce suadente.
«Attualmente a Monastero è dato incontrare diversi pellegrini, solitari o in gruppo, fin qui giunti con cartina alla mano, bardone, zaino e smartphone per scatti fotografici. (…) La Via degli Abati attraversa parte del territorio provinciale di Pavia e l’Appennino Tosco-Emiliano nelle province di Piacenza, Parma, Massa Carrara, attraversando i Comuni di Pavia, Broni, Castana, Canevino, Pometo, Caminata, Romagnese, Bobbio, Coli, Farini, Bardi, Borgotaro, Pontremoli.»
Una lettera antica e un libro recente dicono molto di questo territorio. Ci troviamo sulla Via degli Abati, che congiunge Pavia a Pontremoli (il cammino completo si può spezzare in due, da Pavia a Bobbio e da Bobbio a Pontremoli). Le origini del percorso risalgono al periodo longobardo e il suo cuore pulsante è nell’Abbazia di Bobbio, voluta dal monaco irlandese Colombano, che impronta la sua vita alla Peregrinatio pro Christo. Colombano è una figura centrale del monachesimo, quasi paragonabile a San Benedetto: nasce nel 540 circa, arriva in Italia nel 612 e trasforma Bobbio in un faro di cultura, un prezioso ambiente di salvataggio e recupero di libri e manoscritti antichi. Alla morte, viene sepolto nella cripta della sua Abbazia.
Nel piccolo grande mondo che va da Bardi a Borgotaro si intravedono ancora (abbarbicate sul monte, raggiungibili con un difficoltoso percorso di sentieri) le rovine del castello di Gravago, in posizione elevata sulla antica via di transito, che passava da Monastero (il nome non è casuale, in antico il monastero esisteva) e saliva per piccole borgate al Passo Santa Donna (il suo nome originario è Sant’Abdon), incontrando un maestoso edificio di culto nella borgata Pieve (la Pieve di Gravago: un tempo, nelle pievi si raccoglievano i fedeli e si amministravano i sacramenti a un popolo poco religioso, ancora pagano e legato ai riti ancestrali della terra e della fertilità).
Il mio viaggio su questo lembo di Appennino è stato un ritorno, pellegrino sui sentieri degli Abati prima che turista, fotografando con gli occhi dell’animo tanti luoghi (prima di scattare una foto) che mi è sembrato di scoprire, anche quelli già visti in passato.
Fra tanti, mi torna in mente la borgata di Pianelleto (qualche vecchio cartello indica “Pianelletto”), fra boschi fitti e incredibili colpi d’occhio dove le natura si apre sulla valle sottostante: da qui tutti se ne sono andati, per la mancanza di servizi e per la scomodità, quando il mondo agro-pastorale della sussistenza è finito e le ragioni dello stipendio fisso hanno prevalso sulle radici di una storia millenaria. Nei miei occhi rimane una istantanea di bellezza abbandonata, che un giorno risorgerà se altri motivi di vita riporteranno persone e famiglie alla montagna.
E che dire di Lavacchielli? Sempre nel 2022, una lunga ascesa insieme all’ex meccanico di Noveglia Gino Spagna, che ha voluto accompagnarmi fin lassù nel giorno del suo settantanovesimo compleanno, più agile e svelto di me a salire per sentieri e mulattiere che hanno visto passare una civiltà fino al suo lento declino.

A Lavacchielli qualche architrave è rimasto, in un ambiente caratterizzato da autentici capolavori d’arte, creati da maestri scalpellini (la maggior parte dei materiali di pregio è scomparsa, a volte sotto le macerie di abitazioni cadute, oppure è stata rubata). Guardare dentro le case attraverso finestre sbrecciate o porte flagellate dalle intemperie suscita emozioni contrastanti: è facile immaginare, senza essere visionari, la vita difficile di tante famiglie, un incontro serale con i racconti degli anziani, bambini e giovani che viaggiavano con la fantasia quando sentivano un nome sconosciuto.

Alcuni anni fa Paolo Rumiz, viaggiatore e narratore contemporaneo, si è fermato in questo angolo remoto di Appennino, come ha scritto nel libro La leggenda dei monti naviganti.
«La notte m’inghiotte in un villaggio di nome Noveglia, con un maledetto vento di mare che rimesta temporali. Davanti alla locanda “Geppetto”, un cuoco che gli somiglia mi accoglie così: “Benvenuto nel posto dove il mondo finisce”. Sembra un sinistro avvertimento. Invece è il prologo di un’accoglienza da re. “La gente scappa da qui e non sa cosa perde”.»
A Noveglia la ristorazione nasce come osteria (con rivendita di sale e tabacchi) grazie alla famiglia Battaglia, negli Anni Cinquanta. “Geppetto” è stato il proseguimento della trattoria “Tina e Lucia”, l’insegna è rimasta a lungo dopo la chiusura del locale, dove si ballava il venerdì sera e lui, grande affabulatore e uomo dalla vita avventurosa, serviva ai tavoli. L’ho incontrato la prima volta in una sera di luglio del 2013; quando gli ho chiesto quanti anni avesse, mi ha risposto “settanta più le festività”. Dopo cena, parlando con calma al tavolo, mentre gli ultimi avventori se ne andavano, ho scoperto il suo forte legame con Torino, per due motivi; lì abitava una figlia e lui vi aveva svolto il lavoro più appagante, fra i tanti di una lunga vita: collaboratore dell’imprenditore Castagno, con i suoi apprezzati punti di ristoro che hanno anticipato la “street food” di oggi, dal quale si era separato dopo le difficoltà finanziarie successive al rapimento, che avevano travolto anche le attività gastronomiche.
La trattoria di Tina Lucia è stata riaperta da due giovani di Parma, Martina e Davide, che l’hanno chiamata Trattoria Val Noveglia. Hanno lasciato la città e i lavori che svolgevano per rilevare, quasi al buio, un locale chiuso da qualche tempo: una scommessa appesa a un filo, giocata giorno per giorno, con i bambini piccoli da crescere. Amanti della natura e della produzione naturale e biologica, hanno puntato su prodotti di qualità e di prossimità, hanno aperto un piccolo punto di vendita di prodotti alimentari attiguo al ristorante, che è stato utilissimo nel periodo dei lock down per il covid19, unico punto vendita per anziani e persone prive di mezzi di trasporto, assumendo una valenza sociale.
Nei mesi di maggio e di giugno, dopo cena, basta percorrere cento metri oltre la trattoria, verso Osacca, dove iniziano i prati e la strada inizia a salire verso il Passo Santa Donna: nel primo buio si vedono volare le lucciole, un poco diminuite negli ultimi anni, e il loro lento luccichio riporta con i ricordi all’infanzia. Io le ho viste più volte, nei miei viaggi a Bardi e a Noveglia; se la felicità esiste, forse l’ho sfiorata in quei momenti, quando fili di vita e volti di persone scorrevano davanti ai miei occhi e qualcuno suonava soltanto per me una canzone di Lucio Dalla (La sera dei miracoli). E altre immagini prendevano forma: monaci e pellegrini, cavalli e bisacce, litanie in un latino incerto e libri manoscritti da copiare in uno “sciptorium” illuminato da fioche candele, contadini al lavoro sui campi quando i boschi erano rari perché la terra veniva tutta coltivata per mangiare. Anche se povero, il “chilometro zero” c’era già e lo abbiamo distrutto, prima di riscoprirlo. Nel Novecento abbiamo corso troppo e abbiamo corso malamente. Forse è ora di tornare indietro, per vivere meglio.
Quando pernotto a Noveglia, il tempo assume la sua giusta dimensione e il trascorrere dei giorni mi sembra abbia un senso. E quando devo ripartire, mi dispiace lasciare Prati dei Campassi, poetico nome d’Appennino, e un accogliente albergatore come Iginio Prati, arrivato qui a cambiare vita e a fare il taglialegna, dopo aver conosciuto le montagne del Trentino e la frenesia milanese.

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Bellissime parole che descrivono alla perfezione queste valli e chiudendo gli occhi e mi rivedo bambina correre spensierata nei prati di queste splendide valli
Grazie, Daniela, per queste parole. Noveglia, dopo aver letto il libro di Paolo Rumiz, è diventato uno dei miei luoghi del cuore.
Complimenti Ezio per il bellissimo articolo.
Queste parole portano la mia mente indietro nel tempo e mi fanno battere forte il cuore.
Ringrazio te e ringrazio tutte le persone che scrivo dei nostri meravigliosi monti.
In questo modo tutti avranno il modo di “vivere” le emozioni che solo la semplicità della vita di montagna può dare.
Lette da me, che queste cose le ho vissute in prima persona, ed essendo un malinconico dei tempi passati, suscitano emozioni indescrivibili…
Grazie, Mauro! Il territorio di Bardi, un “continente” in cui sono compresi Noveglia, Monastero, la Val Gravago e tanto altro,, è per me ogni volta una scoperta affascinante ed emozionante. La risposta e il complimento più bello a quanto ho descritto si trova nelle tue parole.