Alberto Beneduce
Di Aldo A. Mola
Una questione di metodo. Storia o affabulazione?
In principio erano gli Archivi, Sacri e inviolabili, voluti dagli Stati, consci che sono il deposito della Verità. Da lì nacquero i grandi saggi. Di seguito viene la divulgazione, che giova se si basa sulla storiografia, a sua volta debitrice degli archivi. Se preferisce esprimere “apprezzamenti” su “fatti” e “personaggi”, basati più o meno su pregiudizi e “simpatie personali” (di cui lo storico deve spogliarsi quando propone la sua sofferta interpretazione degli eventi), la narrazione, anziché stare alla realtà, diviene affabulazione e scivola verso la parodia. Nulla di grave. Ma, ben inteso, non è storia.
La sequenza cronologica non insinua (o non dovrebbe insinuare) un rapporto di causa tra il prima e il poi. Il cammino degli eventi, un “processo”, è frutto dell’azione umana, imprevedibile. Non è una linea retta, e meno ancora ascensionale. Procede a segmenti, per intervento di imponderabili che sfuggono al controllo degli umanoidi, come avvenne per le età e le epoche del passato remoto. Alcuni sedicenti “occidentali”, che forse non hanno mai letto i “sacri testi”, ritengono che al punto di partenza e di arrivo del processo storico vi sia “la libertà” (una parola… in libertà). Non sempre comprendono che, forse, il “percorso” è solo susseguirsi di accidentalità. Un diluvio, un uragano, una siccità prolungata. Le pesti. Un bomba di troppo, il terrore, la catastrofe… perché gli Stati si aggrediscono per paura assai più che per certezza di vittoria.
Nessun prima contiene il poi, se non agli occhi di chi viene dopo e lo sentenzia perché il poi è accaduto ed egli crede di poterlo spiegare. Non solo, il prima dell’oggi o dello ieri a sua volta ha un precedente e così via risalendo all’indietro nel tempo. Lo avevano chiaro gli antichi, rassegnati a rimettersi all’intervento di forze sovrumane nella vita degli individui e dei popoli. All’improvviso irrompeva sulla scena l’“invidia degli dèi”, che atterra gli imperi più possenti e riduce i sogni degli uomini a mera vanità.
Nel secolo scorso, in risposta agli orrori di due guerre mondiali e dei regimi totalitari, completi di razzismo e genocidi, fiorì l’illusione che gli ideali di libertà e fratellanza tra le persone e i popoli siano comunque e sempre destinati a prevalere sulle forze del male. Ma nessuno fu chiamato a rendere conto dell’impiego di quelle bombe nucleari che mutarono irreversibilmente il corso della storia e generarono l’equilibrio del terrore, anticamera di una “pax” inevitabilmente precaria. L’oggi è condizionato dall’assenza di accordi tra le maggiori potenze planetarie e dall’incontrollabilità di quelle medie e piccole. Alcune di queste ultime sono armate quasi quanto le prime e, per motivi identitari e fanatismi teologici, paiono più aggressive e insofferenti di ogni vincolo. Infine, a fronte della potenziale “ribellione delle macchine” (l’ormai leggendaria AI), molto più pericolose di quella “delle masse”, temuta all’inizio del Novecento, prevale un ragionevole pessimismo su “come andranno le cose” a breve e a medio termine. L’“ottimismo della volontà” si è perso per strada. Sui tempi lunghi nessuna persona avveduta scommette più. Il futuro, mirando al quale molti muovono sconsolati il capo, è nelle mani di… chissà chi.
Per aiutare gli italiani a conoscere le tappe fondamentali della loro storia almeno dall’unità in poi, lo Stato promosse opere di impegno vasto e durevole, a cominciare dall’organizzazione e dalla tutela di Archivi pubblici e privati, e mise a disposizione dei cittadini repertori di fonti per la storia. Ne sono esempio insigne i “Documenti diplomatici italiani”, disponibili gratuitamente in rete, e ampie raccolte di “carte”, tra le quali spiccano, per gli anni più difficili vissuti dal Paese, l’edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri, luglio 1943-maggio 1948” curata da Aldo G. Ricci, sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato (dieci volumi in tredici tomi) e quella dei “Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, settembre 1943-aprile 1945” curata da Francesca Romana Scardaccione, con prefazione di Ricci (1611 pagine). A queste e a consimili opere, si aggiunge la mole di memorie, diari ed epistolari. Strumenti ignorati dagli affabulatori, sono tuttavia ineludibili per chi voglia conoscere e soprattutto per chi si prefigga di far conoscere, ovvero di proporre senza imporre, nel rispetto del lettore o uditore.
Cazzullo dixit…
La prima puntata della nuova serie di “Una giornata particolare” di Aldo Cazzullo per la rete televisiva La7, intitolata “8 settembre 1943. Morte e rinascita della Patria” ha suscitato qualche perplessità, non per la pregevole abbondanza di fotografie e di filmati ma per quella, prevalente, di epiteti ingenerosi calati su alcuni personaggi via via proposti, specialmente Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele III. Ma la narrazione televisiva è stata davvero aderente alle “cose”, ai “fatti” che accaddero? Qualcuno ha osservato che quei due, il Re e Badoglio, fecero ciò che molti ancora non comprendono: salvarono lo Stato, senza il quale nessuna “patria” ha probabilità di esistere.
Il Re: rimasto solo di fronte al regime
Per comprendere “una giornata particolare” non si può certo risalire ad Adamo ed Eva. Tra i “precedenti” dell’8 settembre 1943 Cazzullo ha insistito sulla notte del 27-28 ottobre 1922, quando però, a differenza di quanto emerge dal racconto, l’unico a vegliare fu proprio Vittorio Emanuele III, invocato a Roma dal presidente del Consiglio Luigi Facta, che la sera del 27 lo accolse alla Stazione Termini annunciandogli le dimissioni del governo. Da settimane il re, informato e consapevole ma scrupolosamente costituzionale, gli aveva chiesto di convocare le Camere per “parlamentarizzare” la crisi. Invano. Facta non lo fece nell’illusione senile di succedere a se stesso, con Mussolini assegnato a un ministero di terza fila. Anche Giolitti, malaticcio assai, fu assente. Stava festeggiando il suo 80° compleanno a Cavour, un borgo lontano da strade ferrate. Vi riceveva messaggi in cifra all’“ufficio” provvisoriamente postato in una locanda. Per fargli conoscere termini di trattative occulte il prefetto di Milano, Alfredo Lusignoli, lo raggiungeva in automobile.
Come andarono veramente le cose emerge dai verbali del Consiglio dei ministri pubblicati in “Mussolini a pieni voti? Da Facta al duce. Inediti sulla crisi del 1922” (ed. del Capricorno, 2012).
Insomma, le “carte” sono disponibili a stampa, a beneficio di chi non ha tempo di frequentare gli archivi. In sintesi, a parte comunisti, socialisti e repubblicani, tutti gli altri partiti, i “poteri forti” (esistevano anche allora: alta finanza, banche, industriali…) e l’altra riva del Tevere (la Chiesa cattolica) erano per un governo comprendente i fascisti. Poiché nessun altro accettò l’incarico o non riuscì nell’impresa (fu il caso di Antonio Salandra, liberale conservatore), nelle ore concitate seguenti le dimissioni di Facta il re nominò Mussolini, che dimorava a Milano, abilmente consigliato da Margherita Sarfatti, con fastidio di sua moglie, Rachele.
Formato il governo, quando si presentò in Parlamento e provocò la Camera con parole sferzanti, il “duce delle camicie nere” ottenne consenso plebiscitario. Ebbe il voto di Giolitti, De Gasperi, Einaudi, Benedetto Croce e di un lunghissimo eccetera di liberali, cattolici, socialriformisti, democratici. Sono cose note, ma vanno ricordate a cospetto della demonizzazione del re, che, oltretutto, per Statuto non poteva respingere leggi approvate dalle Camere e neppure accettarle “con riserva” come oggi può fare invece il presidente della Repubblica. In un profilo storico, altra cosa dall’affabulazione, questo va precisato perché è il vero “nodo” del “famigerato ventennio”, che non nacque il 27 o il 31 ottobre 1922, quando si insediò il governo più durevole d’Italia (detto con buona pace di chi ne presiede uno da quattro anni), ma dalle elezioni del 1919 e del 1921 e dal suicidio della Camera dei deputati. Divisa su tutto essa mostrò che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”, tanto essi son pretenziosi e capricciosi.
Perciò, anche dopo il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini respinse ogni addebito nell’assassinio di Giacomo Matteotti e rivendicò la “Rivoluzione fascista”, il Re emanò le leggi approvate dal Parlamento, comprese quelle che limitarono la libertà di stampa e di associazione (costringendo le Massonerie ad auto-sciogliersi), dichiararono decaduti i deputati assenti ingiustificati ai lavori, istituirono il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e ripristinarono la pena di morte per attentati contro lo Stato. A chi gli chiedeva in udienza privata (mai in discorsi parlamentari) di intervenire nella crisi Vittorio Emanuele III rispose sempre che gli sarebbe occorso un pronunciamento significativo almeno della Camera. Non un voto di sfiducia, né una maggioranza contraria al governo, ma almeno un segnale forte e concorde delle opposizioni. Le quali però, come detto, passavano il tempo a scomunicarsi a vicenda: comunisti contro socialisti (divisi in diverse parrocchie), repubblicani, democratici e liberali di varia ascendenza e prospettive divaricate.
Per quanto superfluo giova ricordare rapidamente il seguito. Nel corso del 1925 Mussolini, capo del governo e ministro degli Esteri, assunse la titolarità di Guerra, Marina e Aeronautica. Dal 6 novembre 1926 fu ministro per l’Interno. Il 17 maggio 1928 la legge approntata dal ministro Alfredo Rocco attribuì al Gran Consiglio del Fascismo (solo successivamente regolamentato: un corto circuito approvato dal Parlamento) la predisposizione della lista di 400 candidati alla Camera, da approvare o rifiutare in blocco. Giudicandola un «decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto», il 18 marzo l’ottantaseienne Giolitti votò contro. Morì il 17 luglio.
L’11 febbraio 1929 Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmarono i Patti Lateranensi: il regno d’Italia riconobbe lo Stato della Città del Vaticano e fu riconosciuto dalla Santa Sede. La “Conciliazione” chiuse la “questione romana” aperta dall’annessione di Roma (20 settembre 1870), che aveva “debellato” lo Stato pontificio e spinto Pio IX a scomunicare il re e tutta la dirigenza politica della Nuova Italia. Alle elezioni del 24 marzo 1929 il governo ottenne straripante consenso. Al giuramento di fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti si aggiunse quello di fedeltà al regime. Obbligatorio per i pubblici impiegati, fu esteso ai professori e ai docenti universitari, che giurarono in massa, anche per non lasciare la cattedra a ometti del regime. L’iscrizione al PNF divenne requisito per il concorso ai pubblici impieghi.
Nel 1932 fu fondato l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), presieduto da Alberto Beneduce, già deputato socialista e massone.
Saltando a piè pari i vari passaggi attraverso i quali il regime ampliò il consenso nelle “masse” (anzitutto la pace interna, il riconoscimento dell’Italia nella comunità internazionale, le aperture di credito da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna…), nel 1935 l’Italia dichiarò guerra all’Impero di Etiopia, membro della Società delle Nazioni, che deliberò sanzioni economiche contro Roma. Pressoché inefficaci, esse suscitarono un’onda di solidarietà patriottica. L’offerta di oro alla patria ebbe successo straripante. All’ingresso delle truppe italiane in Addis Abeba (9 maggio) Vittorio Emanuele III assunse la corona di Imperatore d’Etiopia. Il 15 aprile 1937 Pio XI conferì la Rosa d’Oro della Cristianità alla Regina Elena, «fulgido esempio di virtù e carità per tutte le donne italiane».
Nel marzo 1938 la Germania annetté l’Austria: a luglio l’“Anschluss”, sottoposto a plebiscito, fu approvato pressoché dal 100% degli elettori, molti dei quali erano più nazisti dei tedeschi. L’Italia si trovò quindi a confinare direttamente con il Reich dominato da Adolf Hitler, che poco dopo fu in viaggio di Stato in Italia. Accolto gelidamente da Vittorio Emanuele III, il “Führer” venne osannato da folle plaudenti. Nel Partito nazionale fascista (PNF) e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) riaffiorano fermenti antimonarchici, blanditi da Mussolini. La conferenza di Monaco di Baviera (settembre 1938) concesse a Hitler l’annessione di parte della Cecoslovacchia.
Nettamente contrario all’antisemitismo dilagante e dopo aver ripetutamente espresso a Mussolini «infinita pietà per gli ebrei» (20 novembre), il re emanò le leggi antiebraiche perché approvate dai due rami del Parlamento. Non poté fare diversamente. È arcinoto ma viene taciuto dagli affabulatori. La Camera le votò all’unanimità dei 360 presenti (14 dicembre). Italo Balbo, vecchio massone, quadrumviro della mai avvenuta “marcia su Roma” risultò assente ingiustificato. Al Senato si contarono dieci voti contrari su 164 presenti e circa 400 membri (19 dicembre). Votarono contro ambasciatori, generali e Luigi Einaudi, ma il verbale non lo dice.
La legge 19 gennaio 1939, n. 129 sostituì la Camera dei deputati con quella “dei Fasci e delle Corporazioni”, i cui componenti, denominati “consiglieri”, erano in parte “gerarchi” del regime (parecchi di media o piccola caratura) e in parte designati dal Consiglio nazionale delle Corporazioni, riformato con la legge 5 gennaio 1939, n. 10, “aggregati”, in numero indeterminato.
Il 23 marzo 1939, inaugurando la XVII Legislatura, Vittorio Emanuele III auspicò: «la pace duri il più a lungo possibile». Il 16 aprile assunse la corona di re d’Albania, occupata da truppe italiane pochi giorni prima.
Dall’intervento in guerra alla svolta dell’estate 1943
Previo il patto di non aggressione con l’Unione sovietica (23 agosto), il 1° settembre la Germania invase la Polonia. Dal 16 l’URSS ne occupò la parte orientale e gli Stati Baltici. Bocciata la proposta di una conferenza di pace avanzata da Mussolini, il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania. Il governo Mussolini annunciò la «non belligeranza» dell’Italia.
La Regina Elena, non ignaro il re, scrisse alle sei sovrane di Paesi neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Bulgaria e Jugoslavia) auspicando un intervento comune per scongiurare il dilagare del conflitto.
Il 10 giugno 1940 il governo italiano dichiarò guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, anche nel timore che i tedeschi, di lì a poco a Parigi, arrivassero sul Mediterraneo chiudendo l’Italia in una tenaglia germanica. Nell’errata previsione di imminente armistizio generale, il governo condusse “guerra parallela”. Il 28 ottobre l’Italia aggredì la Grecia, con esito sconfortante. Dalla dissoluzione del regno di Jugoslavia, travolto dai tedeschi (6 aprile 1941), nacque quello di Croazia (10 aprile), la cui corona fu assegnata ad Aimone di Savoia, duca di Spoleto, che il 18 maggio assunse il nome di Tomislavo II ma rimase a Firenze, ove istituì un “ufficio per gli affari croati”. Il 12 ottobre 1943 abdicò formalmente, rientrando nella linea di successione alla corona d’Italia. Suo fratello maggiore, Amedeo, duca di Aosta, sconfitto dagli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, morì prigioniero (3 marzo 1942).
Il 22 giugno 1941 iniziò l’offensiva tedesca contro l’URSS. L’Italia vi destinò un Corpo di spedizione e poi un’Armata. Il 7 dicembre il Giappone bombardò la flotta statunitense a Pearl Harbour (Hawaii) e dichiarò guerra agli USA. L’11 dicembre Italia e Germania, alleate del Giappone, dichiararono guerra agli USA. Nella Conferenza anglo-russa di Mosca (12-15 agosto 1942) Churchill e Stalin prospettarono le rispettive aree di influenza dopo la vittoria. Dell’Italia non dissero molto. Era scontato che rimanesse “a occidente”. Gli inglesi sconfissero gli italo-germanici ad El-Alamein (23 ottobre-5 novembre). Gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e Algeria (8 novembre). A dicembre l’Armata italiana in Russia (ARMIR) fu travolta dall’offensiva sovietica.
Il Re in campo
Sin dal gennaio 1943, perdute l’Africa Orientale Italiana e la Libia e mentre le armate italiane erano disseminate al di fuori dei confini nazionali, di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d’Aquarone il re decise di revocare Mussolini e rompere l’alleanza con la Germania. Su pressione dell’URSS, la conferenza anglo-americana a Casablanca (14-26 gennaio) deliberò che gli Stati nemici dovevano arrendersi «senza condizioni». Il 22 luglio 67 senatori presenti a Roma (militari, diplomatici, banchieri, industriali…) chiesero per scritto al presidente Giacomo Suardo l’immediata convocazione dell’assemblea plenaria dei “Patres”. Il 25 luglio, a cospetto dell’assalto anglo-americano alla Sicilia (10 luglio) e del bombardamento su Roma mentre Mussolini incontrò Hitler a Feltre (19 luglio), il Gran consiglio del fascismo li scavalcò e a larga maggioranza invitò il re a esercitare i poteri statutari. Non chiese né le dimissioni di Mussolini né lo smantellamento del regime. Constatata l’incapacità del “duce” di separare l’Italia dalla Germania, Vittorio Emanuele III revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio, che sciolse la Camera, il PNF, la MVSN e avviò la defascistizzazione. In stato di fermo (non di arresto, a differenza di quanto più volte ripetuto da Cazzullo), Mussolini si dichiarò disposto a collaborare con il nuovo governo.
Il 7 agosto il re autorizzò la trattativa armistiziale con gli anglo-americani, condotta da militari: gli unici di cui si fidava e dei quali gli anglo-americani avevano considerazione. I “partiti” risultarono fuori scena, anche per loro scelta sin dal pomeriggio del fatidico 25 luglio 1943.
Come si sia arrivati alla resa senza condizione e quali ne furono le conseguenze merita adeguata e separata trattazione.
Aldo A. Mola

Ma quanto fu fascista l’Italia fascista? Per comprenderlo merita attenzione Alberto Beneduce (Caserta, 29 marzo 1877-Roma, 26 aprile 1944). Iscritto da giovane al Partito socialista italiano e iniziato massone nella loggia “Bovio” di Roma, ascese a Primo Gran Sorvegliante del Grande Oriente d’Italia. Amministratore delegato dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, da lui ideato, deputato e ministro, avversò il fascismo, ma a lui Mussolini si rivolse per arginare le possibili conseguenze della Grande depressione del 1929. Beneduce fu alla guida dell’Istituto Mobiliare Italiano, fondò e presiedette l’Istituto per la Ricostruzione Industriale e nel 1936 varò la riforma della Banca d’Italia. Colpito da ictus, si ritrasse da molti impegni. Idea Nova (una delle sue quattro figlie, due delle quali, mai battezzate, erano Vittoria Proletaria e Italia Libera) sposò il banchiere Enrico Cuccia, che volle accanto l’antifascista Raffaele Mattioli. Nominato senatore dal Re nel 1939, ricevette con scetticismo la mai chiesta tessera “ad honorem” del PNF. Intrinseco di Giuseppe Volpi di Misurata e di Bonaldo Stringher, guardava al di là del regime. AAM
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