Al diritto legislativo si è sostituito il diritto giurisprudenziale e la giustizia in tutte le sue forme si è politicizzata e ideologizzata
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla sovranità del popolo, al quale essa appartiene ai sensi dell’art.1 della Costituzione, e la esercita “nelle forme e nei limiti previsti” dalla stessa carta costituzionale. In rappresentanza del popolo italiano, e nel suo esclusivo interesse, la sovranità viene esercitata dai tre poteri dello Stato: il Parlamento che esercita la funzione legislativa, il Governo che esercita la funzione esecutiva e la Magistratura che esercita la funzione giurisdizionale.
La magistratura dovrebbe occuparsi di amministrare in modo imparziale e rispettando il principio di uguaglianza la giustizia: controllare l’osservanza delle leggi e sanzionarne la mancata osservanza, secondo le modalità previste dalla normativa costituzionale ad essa destinata. L’art. 101 della Costituzione statuisce che “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.” Questo disposto rappresenta il principio più importante che definisce la funzione della magistratura in Italia. Il primo e più importante comma declina e giustifica l’esistenza del potere della magistratura in quanto rappresentante del popolo, che è e resta l’unico sovrano dello Stato Italiano.
Ciò dovrebbe significare che nell’esercizio della funzione giurisdizionale i magistrati dovrebbero sempre tenere in conto e tutelare le opinioni, i bisogni e la volontà dei cittadini. Mai i magistrati dovrebbero pensare che «in un moderno Stato di diritto, qual è il nostro, la giustizia è certo amministrata “in nome del popolo”, ma non “dal popolo”» (V. Grevi). Lo scollamento dell’azione giudiziaria dalla realtà vissuta dal paese e dal popolo, causata ‘dall’autorevolezza autoreferenziale’ della magistratura porterebbe ad una giustizia ingiusta, insana e persino malevola.
Per far si che la magistratura operi in modo imparziale il secondo comma dell’art. 101 della Costituzione prevede che essa sia “soggetta soltanto alla legge”. In senso lato vuol significare che nessun altro potere istituzionale, nessun partito politico, nessun altro magistrato o alcun soggetto esterno può condizionare il magistrato nella gestione e definizione dei processi che tratta. I costituenti si fidarono e affidarono totalmente alla rettitudine dei magistrati sulle spalle dei quali deposero tutta la responsabilità etica della loro funzione. Ancora in quegli anni la probità, il senso del decoro, della misura, dell’ppropriatezza e dell’onore, tenevano banco e dignificavano l’esistenza delle persone.
Per consentire alla magistratura il libero esercizio della propria funzione l’art. 104 della Costituzione statuisce che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.” Con questa norma si rafforza l’indipendenza dei magistrati già declinata nell’art. 101. Anzitutto conferisce il potere di autonomia nella propria auto organizzazione e auto gestione interna, garantita dai vasti poteri conferiti al Consiglio Superiore della Magistratura – composto per due terzi da magistrati – evitando così che tali poteri anche di controllo eventualmente esercitati dal Ministero della Giustizia, possano minare la loro libertà nell’amministrare la giustizia. Ma la totale libertà, rappresentativa della democrazia liberale e liberista non necessariamente porta con sé la giustizia, l’effettiva uguaglianza ed equità tra le persone sottoposte alla stessa legge.
Il riconoscimento dell’indipendenza della Magistratura mira invece ad evitare che essa possa subire condizionamenti o pressioni politiche e non, sia interne che esterne all’ordine giudiziario, ciò a garanzia sempre e solo della tutela dei cittadini, unici sovrani nella Repubblica italiana. I magistrati dunque, sono soggetti soltanto alla legge! E a nessun altro.
In ultimo merita evidenziare che ai magistrati è riconosciuto dai codici e procedure civile e penale il potere discrezionale di decidere il caso concreto come meglio ritengono per adattarlo alle norme generali della Costituzione, dandone congrua e legittima motivazione. Si perché gli articoli della Costituzione italiana propongono più principi valoriali che precetti normativi, sono regole astratte e generali che i codici, le leggi e le decisioni dei giudici devono attagliare alla moltitudine e alla diversità dei casi che si presentano nella realtà e che vanno disciplinati legalmente.
Tale potere discrezionale dei magistrati determina inevitabilmente anche un loro potere interpretativo personale tanto delle vicende che vanno ad esaminare quanto delle norme che dovranno applicare; dovendo attenersi il più possibile ai dettami della Costituzione e delle leggi ordinarie.
Sin qui il dettato costituzionale concepito sino all’avvento degli anni ‘90, quando a seguito delle inchieste e dei processi di ‘Mani pulite’ la magistratura si arrogò, la gestione della ‘questione morale’, rendendosi paladina della campagna contro la corruzione dei partiti di governo, i cui vertici azzerò, determinando la fine della prima repubblica. Paralizzata la classe politica si determinò un vuoto politico che venne prontamente riempito dalla magistratura.
Già dagli anni ‘70 e successivamente con la nascita delle correnti di pensiero interne all’ordine giudiziario (ANM, MD, MI), dapprima aventi obiettivi culturali e di poi obiettivi politici e ideologici conservatori o progressisti riguardo alla funzione del magistrato e alla interpretazione della legge, la vicinanza con il partito comunista italiano sancì il definitivo abbandono del ruolo ‘neutrale’ del magistrato.
“La espansione del potere giurisdizionale ha alterato l’equilibrio dei poteri così come l’aveva concepito Montesquieu, come netta separazione. L’accresciuto rilievo della giurisdizione nelle democrazie moderne è un fenomeno nuovo ed è doveroso prenderne atto per determinare un nuovo equilibrio e quindi un rinnovamento reale dello Stato: bisognerebbe modificare la Costituzione, ma questo è un altro discorso.
L’organizzazione politica non riesce a rappresentare e a soddisfare le istanze sociali, sempre più complesse, molteplici e differenziate, e il potere giurisdizionale prevale su quello politico. Carl Schmitt, si chiedeva se ponendosi i magistrati come “custodi della Costituzione” così come in l’Italia si vuole che sia, non si rischiasse di produrre non una qualche giurisdizione della politica ma una “politicizzazione della giurisdizione!” (Prof. Giovanni Findaca).
Al diritto legislativo si è sostituito il diritto giurisprudenziale e la giustizia in tutte le sue forme civili, penali e amministrative si è ideologizzata e politicizzata.
Squilibrati i rapporti tra i tre poteri dello Stato, abbiamo avuto e continuiamo ad assistere all’avanzare nell’ambito legislativo del ruolo dei magistrati che scavalcano quello dei parlamentari e dei ministri del governo, minando la rappresentatività del popolo sovrano; i politici vengono scelti ed eletti, i magistrati vengono imposti e nominati.
Attualmente la situazione della giustizia in Italia è esplosiva, il malcontento del popolo si manifesta attraverso la perdita di fiducia non solo verso i politici ma anche verso la magistratura, fino a qualche anno fa considerata l’ultimo baluardo della legalità e della certezza del diritto.
La più ampia ed evidente stortura comunista relativista di cui si macchia l’attuale magistratura riguarda la politica migrazionista che insieme ai partiti del campo largo ha abbracciato a tutto tondo. I magistrati non puniscono gli immigrati che risiedono sul territorio italiano e che delinquono impunemente consci della protezione privilegiata giurisdizionale di cui godono. Rappresentano complessivamente il 10% circa della popolazione, ma commettono la maggioranza dei reati predatori, degli omicidi e dello spaccio di droga che vengono perpetrati in tutto il territorio nazionale. Nelle carceri, sempre tenendo conto della percentuale di presenza, ci sono più immigrati che italiani. Delinquono, vengono catturati dalla polizia, ma il magistrato li rimette subito in libertà con motivazioni buoniste e irrazionali, oltre che irresponsabili. Tutti i giorni commettono reati per le strade delle città, creando allarme sociale e senso di insicurezza tra gli italiani, che non assistono solo attoniti ma cominciano a reagire con quella che chiamano la ‘giustizia fai da te’. Ma le reazioni degli autoctoni sono disperate, non derivano da violenza innata ma dallo scoramento che provano nel sentirsi abbandonati dalle istituzioni che dovrebbero proteggerli, e non lo fanno. Chi delinque sono anche minorenni, sono nati in Italia, sono di seconda e terza generazione ma non hanno alcuna intenzione di integrarsi perché disprezzano gli italiani, ma vogliono conquistare l’Italia, depredandola di beni e di cultura.
Il multiculturalismo osannato dai sinistrorsi è fallito, e se volessimo giustificare la loro presenza in Italia perché ci pagano le pensioni o fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, non faremmo altro che dire enormi falsità. Il welfare per gli italiani è al collasso perché è dirottato quasi esclusivamente su di loro, e loro fanno uscire dal paese redditi per più di 12 miliardi all’anno dirottandoli verso i loro paesi d’origine.
Ma non restiamo nella lagnanza teorica. Uno degli ultimi atti irresponsabili è del Gip di Torino che ha rimesso in libertà il bengalese che ha molestato nel minimarket in cui lavorava una donna adulta e a distanza di quaranta minuti una tredicenne andata nel negozio per comprare dei succhi di frutta. Questo soggetto aveva già tentato di sedurre la ragazzina in altre occasioni, ed è stato descritto dalle ragazze del quartiere come il ‘lupo di cappuccetto rosso’, ma il Gip lo ha rimesso in libertà perché egli si è detto dispiaciuto del suo comportamento, perché ha tenuto conto “dell’incensuratezza dell’indagato”, del “comportamento collaborativo”, “dell’effetto deterrente cagionato dal trauma dell’arresto” e della “resipiscenza”. La giustizia vilipesa! Da quando il dispiacere e le scuse esimono dalla pena che comunque va irrogata? Sembrerebbe che la magistratura insensibile alle doglianze e ai timori della popolazione voglia favorire il caos e la ribellione civile.
E mentre tutti gli immigrati che delinquono vengono rimessi in libertà subito e tornano a delinquere, il gioiellere Roggero che ha difeso la famiglia e la sua attività si vede negata anche la possibilità della pena scontata al suo domicilio, e nulla si sa della grazia chiesta al Presidente della Repubblica, solerte solo nel concederla alla Nicole Minetti, condannata per induzione e favoreggiamento di prostituzione. Con questa magistratura gli onesti vanno in carcere e i delinquenti stanno fuori liberi di delinquere.
E non solo i cittadini onesti vanno in carcere e non ricevono tutela dalle istituzioni, ma anche i poliziotti vengono ingiustamente indagati per le manovre di fermo di questi delinquenti violenti, esagitati, drogati e muniti di machete o altri coltelli. Quanti agenti come quelli che inseguivano Ramy a Milano che fuggiva in motorino o quelli che hanno fermato Fakir a Bologna sono stati indagati dai magistrati che li hanno consegnati alla gogna mediatica del mainstream e dei centri sociali che hanno manifestato violentemente, solidarizzando con quei malviventi morti accidentalmente?
Contrastare la remigrazione di quelli che delinquono è diventata anche un’arte. Ai magistrati non piacciono gli hub in Albania, frappongono cavilli burocratici per bloccare i rimpatri, e si lamentano di non aver l’organico sufficiente per smaltire la mole di pratiche di rimpatrio, anche se questo governo ha disposto l’assunzione di duemila unità di magistrati e migliaia di funzionari e amministrativi addetti alla giustizia.
Ma il buono e il giusto di questa magistratura si sta manifestando anche all’interno delle nostre case, nelle nostre famiglie. Grazie al doloroso e scandaloso caso ‘della famiglia nel bosco’ abbiamo scoperto che dai Tribunali per i minori sono stati sottratti alle proprie famiglie ben 35.000 bambini, benevolmente alloggiati presso case famiglie di cooperative rosse, con un giro d’affari da miliardi di euro all’anno (Bibiano insegna). Da studi certificati sappiamo che solo 700 di questi bambini avevano subito abusi dai genitori, e solo per questi si sarebbe dovuto disporre l’allontanamento dalla famiglia.
A prescindere dalla deplorevole procedura seguita per la sottrazione e il trattenimento dei tre bambini Trevallion, per la quale il Ministro della Giustizia ha inviato al Tribunale dell’Aquila gli Ispettori a controllarne la corretta esecuzione. A prescindere dal fatto che la Garante dell’Infanzia ha pubblicamente evidenziato dubbi sull’operato di magistrato, assistente sociale e psicologa del Tribunale. A prescindere dall’opinione pubblica scandalizzata dai traumi vissuti dai bambini con l’allontanamento dalla famiglia e dall’efferatezza con la quale sono stati malamente giudicati i due genitori, solo perché volevano offrire ai figli una vita nella natura e una scuola parentale, per “crescere consapevoli” ha detto la mamma Catherine. A prescindere da tutto ciò la famiglia nel bosco resta ancora sotto scacco sin tanto che i genitori non si saranno completamente piegati ai diktat del Tribunale: i bambini vivranno in una casa convenzionale, sono stati vaccinati e dovranno frequentare la scuola pubblica, in dispregio dei loro diritti fondamentali e della potestà genitoriale.
Nel frattempo però la psicologa del Tribunale ha ricevuto un atto di ricusazione – non confermata dal magistrato – per assenza di terzietà, la magistrata – attivista LGBTQIA+ – invisa alla popolazione del luogo si è trasferita di sede e l’assistente sociale sta subendo un procedimento disciplinare con sei capi d’imputazione per mancata osservanza del codice deontologico da parte del proprio Ordine.
I giustizieri stanno colpendo duro, le loro attività hanno raggiunto l’acme dell’ingiustizia e della prevaricazione, ma da questo punto in avanti non potrà esserci altro che la discesa verso la realtà non solo percepita ma anche vissuta dalla popolazione.
Che la sensatezza, il conteperamento degli interessi e la razionalità ritornino ad illuminare la loro mente, imparando dalla saggezza del dissenso quasi unanime che le persone e i media liberi manifestano ogni giorno di più.
