Il Conte Filippo d'Aglié
Una interessante ricerca di Carla Amoretti
Rappresentare in modo sintetico e rigoroso la complessa e avventurosa vita del Conte Filippo d’Agliè, richiede una competenza storica e in particolar modo anche una sensibilità psicologica introspettiva. Elementi non sempre facili da integrare.
La figura del Conte Filippo d’Agliè impersona il gentiluomo della corte sabauda, espressione della cultura barocco secentesca e nello stesso tempo un testimone e attore protagonista importante di eventi politici del Ducato ed europei dai contorni sovente drammatici.
Dire che Filippo d’Agliè è stato un personaggio dalle multiforme attività sembra superfluo. Infatti percorse tutte le tappe della politica, dell’arte, della diplomazia con un finale a sorpresa attraverso una testimonianza di autentica e severa pratica religiosa. Senza dimenticare le terribili vicissitudini della prigionia francese e dell’isolamento conseguenziale.
Il suo sincero desiderio, maturato nella fase finale della sua esistenza, di annullare ogni vantaggio materiale e d’immagine, quale giusto compenso per la sua attività politico-diplomatica, viene confermato dalla drastica inversione di scelta esistenziale, aderendo alle regole dell’Ordine dei Frati Cappuccini, (ramo dell’Ordine Francescano).
Tuttavia la rigorosa “pratica francescana”, in coabitazione con le cariche politiche di governo, resta ancora un evento clamoroso e forse unico, caratterizzato da motivazioni profonde e non facilmente spiegabili.
Sicuramente Filippo d’Agliè è stato un personaggio aristocratico “sui generis” in un periodo storico in cui questo “percorso personale e pubblico” risultava come una incredibile “eccezione”, curiosamente meritevole di essere menzionato ai posteri.
Un sentito ringraziamento alla prof.ssa Carla Amoretti che ha voluto offrirci un interessante, originale e umano ritratto della vita di questo personaggio, poco noto alla stragrande opinione pubblica. Evidenziamo che la narrazione che segue è una prima parte, in attesa dell’auspicato seguito.
Buona lettura.
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Il Conte Filippo d’Agliè volle scomparire dalla memoria?
Sulla figura di Filippo d’Agliè per lungo tempo si pensò fosse stata fatta una Damnatio Memoriae,
La damnatio memoriae (condanna della memoria) era una sanzione che per i Romani veniva decisa dal Senato per cancellarne la memoria, prevedendo la sparizione dei suoi ritratti, statue, iscrizioni.
Di Filippo esiste una immagine nel ricco frontespizio inciso da Jacopo Piccini nel 1652 per la pubblicazione di Lorenzo Honesti “Il segretario di lettere e di Stato diviso in concetti e massime politiche”, opera custodita all’Archivio di Stato di Torino.

Abbiamo poi due cripto-ritratti dipinti di Francesco Cairo che lo figurano “in costume”:
- in “La figlia del faraone accoglie Mosè salvato dalle acque”, del 1645, per il castello del Valentino in cui appare come protagonista del soggetto biblico, alla destra di Madama Cristina di Francia.

- in “Il Salvatore e i santi Cristina e Valentino”, del 1646, per la chiesa ducale di S. Salvario e quello in cui appare, come San Valentino, sempre a fianco della duchessa quale Santa Cristina.

Il quarto ritratto del conte invece, è quello realizzato nel 1662, da Giovanni Antonio Recchi nella “Solenne benedizione in piazza del Corpus Domini”, per le celebrazioni cittadine nel secondo centenario del “Miracolo di Torino”, 1653. Tale dipinto è nel Palazzo Civico , “Stanza del Miracolo”, ora del Sindaco.

Il conte è qui ritratto inginocchiato nell’adorazione del Sacramento, “primo a sinistra tra i chierici”, con un confratello riconoscibile per il simile mantello bigio, dei cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro, presso la Chiesa Reale di S. Lorenzo.

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Caratteristiche del Conte Filippo d’Agliè
Il Conte Filippo d’Agliè era una persona di gradevolissimo aspetto fisico, fatto che sommato a tutte le altre sue qualità ne faceva un personaggio degno di nota e amabile per frequentazione.
Un libello anonimo denigratorio del 1637
Il libello anonimo del 1637, intitolato ”Relation de la Cour de Savoye, ou les Amours de Madame Royale, fu diffuso in varie versioni manoscritte e a stampa per dileggiare il rapporto tra Filippo d’Agliè e Cristina di Francia . Veniva descritta in modo malevolo la vita privata della duchessa di Savoia, prima Madama Reale, reggente il Ducato, dopo la morte, nel 1637. del marito Vittorio Amedeo I.
Essa veniva presentata come dominata dalla figura del suo favorito, il conte Filippo San Martino d’Agliè.
Le gentil-homme eſtoit beau& fpirituel , il – avoit le teſte parfaittement belle, la taille fort agreable, &l’air d’un garçon de 18. ans,qui avoit eſté nourry avec ſoin dans laMaiſon du Prince Maurice de Savoye, …
Il gentiluomo era bello e spirituale, – aveva una testa assolutamente bellissima, corporatura molto piacevoli e l’aspetto di un ragazzo di 18 anni, che era stato nutrito con cura nella Casa del Principe Maurizio di Savoia ,….
Filippo d’Agliè (1604–1667) apparteneva a una delle famiglie più antiche e illustri del Piemonte, i San Martino, discendenti di Arduino d’Ivrea. Era un affascinante uomo dal talento poliedrico che fu contemporaneamente il simbolo di un’epoca in cui l’arte e la politica erano indissolubilmente intrecciate.
Il ruolo politico
Fu la figura più vicina a Cristina di Francia (1606–1663), la prima Madama Reale, durante la sua difficile reggenza. Il loro legame, descritto come una profonda storia d’amore, lo rese l’uomo cardine che aiutò Cristina a salvare il Ducato di Savoia, preda ambita sia dai francesi sia dagli spagnoli.
Filippo San Martino fu:
- Principale ministro di Stato
- Membro del Consiglio ducale segreto (1637);
- Governatore della Cittadella (1638)
- Maresciallo generale dell’armata (1645)
- Sovrintendente generale delle Finanze
- Gran mastro delle Fabbriche ducali (1646)
- Cavaliere dell’Ordine dell’Annunziata (1648)
- Maggiordomo maggiore della Casa di Savoia (1650).
Divenne vittima della Ragion di Stato poiché si oppose all’annessione del Ducato di Savoia alla Francia. Si attirò l’inimicizia del Cardinale Richelieu, che lo fece arrestare la notte di capodanno del 1640, mentre si recava ad una festa e rimase prigioniero a Vincennes sino al 1643.
L’anima d’artista e intellettuale – Le feste di madama reale Cristina di Francia
Fu il principale ideatore e coreografo dei sontuosi balletti e delle feste di corte, strumenti essenziali di propaganda e prestigio per la dinastia sabauda. Compose poesie e musiche, curando personalmente l’estetica della vita di corte.
Il termine “feste” si riferisce ai sontuosi eventi di corte, spettacoli e balletti organizzati a Torino sotto la reggenza di Cristina di Francia. Queste celebrazioni non erano solo intrattenimento, ma veri e propri strumenti di propaganda politica per affermare il potere e il prestigio del Ducato di Savoia.
Tali feste trasformavano Torino, con una regia che col tempo si spostò dall’interno dei palazzi privati alle piazze cittadine. Attraverso queste scenografie spettacolari di gusto francese, la reggente, figlia del Re di Francia Enrico IV, mostrava, dopo periodi di guerra civile, la stabilità del governo e la dignità regia del casato.
Nel 1964-65 Mercedes Viale Ferrero scrisse “Feste delle Madame Reali di Savoia”. Il libro esplora la spettacolarità e le celebrazioni barocche alla corte dei Savoia durante il periodo di influenza delle due “Madame Reali”, Cristina di Francia (1606-1663) e Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours (1644-1724).
Da questo volume abbiamo tratto le tavole a colori che riproducono i disegni originali di scene teatrali e costumi realizzati dal segretario ducale Tommaso Borgonio (1620–1683), grande amico del Conte Filippo d’Agliè.
Balletti ideati e interpretati da Filippo d’Agliè
Filippo San Martino d’Agliè fu il principale artefice delle feste alla corte di Cristina di Francia, ricoprendo i ruoli di ideatore, coreografo, poeta e spesso anche interprete dei suoi stessi balletti. In questi spettacoli Filippo non si limitò alla regia e alla scrittura, ma scese in scena accanto ai membri della famiglia reale e ai cortigiani:
- Gli Habitatori de’ Monti (Parigi, 1631): Rappresentato alla corte di Luigi XIII per mostrare la raffinatezza piemontese.
- Hercole et Amore (Chambéry, 1640): Filippo apparve tra i figuranti insieme al giovane Carlo Emanuele II (che interpretava Amore).
- Dono del Re dell’Alpi a Madama Reale (Rivoli, 1645): Interpretato da Filippo d’Agliè insieme al Duca Carlo Emanuele II (nel ruolo del Re delle Alpi) e altri ventitré cortigiani.

- La Verità Nemica dell’Apparenza Sollevata dal Tempo (Torino, 1634): Un balletto allegorico realizzato in onore del cardinale Maurizio di Savoia.
- La Fenice Rinovata (Fossano, 1644): Rappresentato per il compleanno di Cristina di Francia, celebrava simbolicamente la rinascita del potere ducale.

- Il Tabacco (Torino, 1650): Uno dei cosiddetti “balletti ridicoli”, molto apprezzato per il suo carattere bizzarro e innovativo.

- Il Gridelino (Torino, 1653): Dedicato al colore preferito di Cristina di Francia (il grigio fior di lino), è considerato un omaggio al legame affettivo tra i due.

- Falso Amor bandito, l’Humano ammesso, et il Celeste esaltato (Torino, 1667): Uno dei suoi ultimi grandi balletti rappresentati a corte.
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La prigione di Filindo il Costante dell’accademia dei Solinghi

Filippo San Martino d’Agliè utilizzava il nome arcadico di Filindo il Costante all’interno dell’Accademia dei Solinghi, un circolo letterario fondato dal cardinale Maurizio di Savoia.
L’opera fu scritta durante il periodo di prigionia dell’autore nella fortezza di Vincennes, vicino a Parigi, dove fu rinchiuso per ordine del Cardinale Richelieu tra il 1640 e il 1643.
Il testo riflette sulla condizione di isolamento e prigionia, intrecciando riflessioni personali con la cultura cortese e accademica del tempo. Il motto associato a questa fase della sua vita era spesso “Delitiae potentis sunt carceres” (Le delizie del potente sono le carceri).
Segna la svolta della vita del conte.
Nel libro viene descritto il Conte che si affaccia alle piccole finestre osservando il manto lucido della pioggia che riveste le nove torri che attorniano il donjon e gli sembrano ancora più lugubri . “Odio quelle torri, mi separano dal mondo dei vivi, dei liberi”. Ad ognuna attribuisce un significato. La solitudine, il silenzio, la melanconia, il sospetto, la speranza vana, la povertà, l’oscurità, il rigore, la memoria.

“Sono schiacciato”, pensa, “tra la nostalgia dell’amore grande per Cristina e la ricerca di lei per il mio piacere. Si, ne scrive, sono fatto di terra, invece mi è necessaria la luce del cielo. Questi pensieri, e i ricordi lontani sono le catene che mi fanno schiavo.”

Filippo San Martino d’Agliè attribuisce alle quattro torri del dongione della fortezza di Vincennes, dove era rinchiuso, un profondo significato allegorico e morale.
Queste strutture non sono viste come strumenti di reclusione, ma come simboli di elevazione spirituale e reazione morale.
Ogni torre rappresenta una delle quattro Virtù-Consolazioni, cioè ogni specifica virtù “consola” e sostiene il prigioniero nel suo isolamento. Esse sono le colonne portanti della sua maturazione umana e religiosa durante gli anni della detenzione. Sono le virtù che lo guidano nelle sue nuove scelte di vita. Vuole diventare un religioso.
Dettagli sulla pubblicazione moderna
Il manoscritto “La prigione di Filindo il costante”, conservato presso la Bibliothèque nationale de France. Département des Manuscrits. italien 578, fu trovato da Vera Comoli e Costanza Roggero Bardelli e poi pubblicato dal Centro Studi Piemontesi nel 2005…
Dopo Vincennes ritorno nel Ducato
Morto Richelieu, Filippo riebbe la libertà, ma qualcosa era profondamente mutato a partire dalla grande relazione affettiva con Maria Cristina di Borbone duchessa reggente di Savoia e dalla sua intenzione di entrare nell’ordine dei Cappuccini
Fu suo zio, Padre Michelangelo San Martino (superiore dell’ordine dei Minori al Monte dei Cappuccini di Torino), a negargli l’ingresso formale nell’ordine. Nonostante Filippo fosse pronto a rinunciare a tutto, lo zio ebbe la lucidità politica e religiosa di capire che il nipote era indispensabile per la stabilità dello Stato.
Padre Michelangelo gli spiegò che il suo dovere cristiano, in quel momento, non era la clausura, ma il servizio pubblico. Il giovane duca Carlo Emanuele II era ancora minorenne e Cristina di Francia aveva assoluto bisogno della sua guida per proteggere il Ducato dalle mire francesi e dai conflitti interni.
Filippo accettò l’obbedienza allo zio e rimase a corte, ma trasformò radicalmente il suo stile di vita. Pur vestendo abiti nobiliari, sotto di essi portava il cilicio, continuava a dormire su una stuoia e manteneva una disciplina ascetica che contrastava con il lusso della corte sabauda.
Non diventò frate, ma visse da quel momento in poi come un devoto servitore della corona, vedendo il suo ruolo politico come una missione di sacrificio affidatagli da Dio, piuttosto che come una posizione di potere.
Con queste scelte di responsabilità e dovere verso lo Stato, Filippo volle “spegnersi” nella vita personale spirituale e quindi non vi fu una Damnatio Memoriae pubblica, ma fu lui che scelse una forma di auto-cancellazione del suo prestigio politico e della sua fama mondana.
Invece di celebrare i suoi successi come consigliere di stato, musicista e letterato, scelse di essere ricordato solo come un peccatore bisognoso di preghiere. E chiese ai frati di accogliere il suo corpo, alla sua morte, nel posto più umile del convento.
Nel 1667 scomparve e nessuno sapeva dove fosse stato sepolto.. finchè nel 1989 ….. questa è un’altra storia.
Carla Amoretti
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I libri di Storia scolastici trascurano figure importanti ed interessanti come il Filippo San Martino D’Aglie, favorito di Cristina di Francia per tutta la vita della Duchessa e suo fidato ministro che sopravvisse 4 anni dopo la morte di lei. Anni solitari senza Cristina ed Il suo testamento Ne documenta la tristezza e le sue scelte confermate e sottoscritte dall’amico marchese Carlo Emanuele Filiberto Giacinto De Simiane l’altro ministro di Cristina ed insieme salvatori dello Stato Sabaudo oppresso dalle guerre dei Cognati e dalle pressioni di Francia e Spagna. Mi viene spontaneo chiedermi se a quell’epoca ci fosse una tendenza, come nel caso in questione una scelta drastica religiosa così come per il Simiana di prendere abito e voto di povertà morto anche lui in odore di religione dieci anni dopo Filippo.
Carla Amoretti riporta in vita e ricorda un personaggio studiato e controverso già con Padre Luca Pier Giorgio Isella che aveva chiarito le questioni del Monte dei Cappuccini con la Storia di Filippo D’Aglie in un bel volume.
Grazie
E. C. Ostellino
Fu anche compositore ci dicono le biografie. da appassionato di musica mi chiedo se si riuscirà mai a trovare uno spartito a lui attribuibile. La musica fiorì a Torino nel secolo successivo ( la Cappella, il teatro Regio, i Somis, Pugnani, il grande Viotti che tuttavia lavorerà soprattutto in Francia e Inghilterra) ma uno sguardo su quella del ‘600 sarebbe davvero interessante.