La befana, figura dalle mille sfaccettature, accoglie il nuovo anno
Articolo di Katia Bernacci
La dodicesima notte è quel momento, tra il 5 e il 6 gennaio, che rappresenta la vigilia dell’Epifania, ovvero l’ultima delle dodici notti dopo il Natale, un momento sospeso, dove il mondo di sopra e quello di sotto si amalgamano, o perlomeno questo raccontano le leggende.
Sicuramente è il preciso istante in cui si abbandona il vecchio anno e simbolicamente si entra in quello nuovo, ma è necessario fare attenzione, perché si tratta di una notte magica, dove possono accadere cose misteriose e incomprensibili per gli uomini e le donne che vivono sulla Terra.
In alcuni miti, che vennero anche rivisitati dagli Inquisitori impegnati nella caccia alle streghe, si parla di metamorfosi: animali che parlano e mutano, ma anche di desideri che si avverano. I morti ritornano, in quella notte particolare, passano nelle abitazioni e danno una benedizione alla famiglia, ma solo se vengono ben accolti, con alimenti particolari, come le castagne, che da sempre rappresentano un cibo “divino”, il miele e il latte o il vino, dove si può disporre di queste sostanze.
In

un momento piuttosto antico, ben prima del dilagare del cristianesimo, una figura in particolare si muoveva nella dodicesima notte, era legata agli antenati, ma anche ai cicli naturali e ha attraversato i miti di tutta l’Europa, per arrivare sino a noi come una vecchia signora dal naso adunco, che vola su una scopa di saggina.
Facciamo un passo indietro, da dove nasce questa fantomatica dodicesima notte? Intanto il calendario solare e quello lunare non coincidevano, e nelle società arcaiche si faceva tutto in base alle fasi della luna. L’anno lunare dura circa 354 giorni, mentre quello solare 365.
La differenza è di 11 giorni e 12 notti.
È questa particolarità che ha fatto pensare ai nostri progenitori che la dodicesima notte fosse dominata dalla magia e dall’aldilà, e con il tempo divenne fulcro della purificazione, del rinnovamento e della richiesta di fertilità e buon augurio per il nuovo anno.
Le sorelle antiche della befana, Perchta, Holda, la Strina, sono altrettante incarnazioni di questo stesso mito, così come altre dee del passato, come Ecate ad esempio. Chi erano? Perchta (o Berchta, Bertha, Frau Percht) è una divinità femminile invernale delle tradizioni germaniche e alpine. Il suo nome significa probabilmente “la Splendente” o “la Brillante”, collegato alla luce che ritorna dopo il solstizio d’inverno. Molte dee del passato, anche nell’antico Egitto, sono state considerate la “brillante”, con riferimento al pianeta Venere, è quindi un tema davvero diffuso ovunque. Dea della natura e della fertilità, che imprime in sé elementi materni, Holda è uno spirito femminile delle tradizioni germaniche, soprattutto della Germania centrale e settentrionale, mentre la Strina della tradizione siciliana, è la morta che torna, e ha caratteristiche molto simili a quelle della befana che conosciamo, vecchia, grinzosa, che ama portare doni ai bambini.

Tutto il periodo tra il Natale e l’epifania era considerato particolare, ad esempio, durante le dodici notti era proibito filare o tessere, un’attività molto femminile che a sua volta sin dall’antichità era legata al destino e alla capacità del femminile di essere a cavallo tra il mondo terrestre e quello soprannaturale, in particolare perché erano le donne che si occupavano di far nascere i bambini.
La tessitura era quindi un’attività magica, che se svolta in quelle notti, poteva impigliare le anime dei morti che vagavano per l’aria delle campagne, alla ricerca dei loro cari e delle case dove rifocillarsi e donare i propri servizi.
La befana non è però sempre stata una vecchina benevola: talvolta appare come una madre-strega temibile, persino capace di divorare i bambini. Nonostante i tentativi di cristianizzarla – come l’associazione con Sant’Agata o la vicinanza con Santa Lucia – la befana resta soprattutto l’erede di figure arcaiche delle culture contadine o alpine, che spesso hanno caratteristiche negative, perché la vita è fatta anche di questo e forse i nostri antenati ne erano molto consapevoli.
In base all’opinione di alcuni ricercatori, la befana nasce dall’intreccio di tradizioni latine, celtiche, germaniche, slave e greche, tutte a loro volta radicate in culti ancora più antichi. Per questo è impossibile separare la sua origine da quella delle divinità notturne che, in molte regioni europee, guidavano cortei di spiriti e defunti – figure poi reinterpretate dall’Inquisizione come anticipazioni del sabba.
È pensabile che con il passare del tempo la befana abbia rappresentato la fusione tra due diversi miti, da un lato il culto della fertilità derivante dalla Madre Terra, e dall’altro il culto degli antenati, che tornano infatti nella dodicesima notte, per aiutare i vivi e dar loro ammonimenti sulla vita.
Anche la vecchia signora è eterea come le anime degli antenati, arriva di notte e si cala spesso dal camino (guarda caso come Babbo Natale), e non deve essere vista, perché si perderebbero immediatamente i doni che sono stati portati, e addirittura si andrebbe incontro ad altre terribili punizioni. Per questo è meglio andare a dormire presto e non uscire di casa, perché si vedrebbero cose che non sono per gli occhi umani, come le conversazioni tra gli animali, le danze delle fate, il volo della befana. Quello del camino, luogo da cui la Befana entra e simbolo del culto dell’antenata custode del fuoco è un altro legame importante: nelle antiche tribù, la donna più anziana era responsabile del focolare, considerato sede delle anime dei defunti e simbolo della continuità familiare. Quando una sposa si trasferiva nella casa del marito, portava con sé tizzoni del focolare materno per accendere il nuovo fuoco, invocando la protezione della propria antenata.

La Befana popolare è una figura ambigua che appare alla fine dell’anno vecchio, incarnando la Madre Natura ormai esausta, che prima di morire offre gli ultimi doni – simbolo dei semi che germoglieranno in primavera. Da qui deriva anche l’usanza di bruciare la “Vecia”, un rito diffuso soprattutto in Veneto, dove si faceva rumore per scacciare le forze maligne e poi si incendiava un fantoccio raffigurante la vecchia dell’inverno. Chi riusciva a recuperare un ciuffo dei suoi “capelli” otteneva fortuna per tutto l’anno. Dal fuoco purificatore la Vecia rinasceva come una fata benevola.
I falò dell’Epifania hanno una funzione propiziatoria: favoriscono la fertilità dei campi, proteggono la salute, influenzano magicamente le sementi. Le scintille servono a trarre auspici sul raccolto. Allo stesso tempo, bruciare la Vecchia permette di esorcizzare la paura del ritorno dei morti, molto forte in questo periodo dell’anno.
E se doveste chiedervi come mai la befana regala carbone ai bimbi cattivi, pare che derivi dall’usanza di bruciare i fantocci per salutare il vecchio anno, il carbone che rimaneva era in realtà un simbolo di rinnovamento, ma anche un’ammonizione alle cose che passano; è solo nell’Ottocento che il carbone diventa di zucchero, mantenendo la funzione ma non il sapore!
La figura della befana, come abbiamo visto, è piuttosto complessa, e continua a vivere con sorprendente vitalità nell’immaginario collettivo. Sospesa tra il mondo dei vivi e quello degli antenati, tra il sacro e il popolare, tra il timore e la benevolenza, ha saputo attraversare i secoli trasformandosi senza mai perdere la sua essenza. Oggi, pur immersa in una società profondamente diversa da quella che l’ha generata, la befana resta una presenza familiare e riconoscibile, un simbolo di rinnovamento non solo destinato ai bambini, poiché è anche un messaggio dal passato che ci ricongiunge alle credenze degli antenati.

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