Un racconto di Anna Di Marco
Non era un circolo letterario, ma un pugno di amici, a dire il vero tre ai quali si univano anche estranei, avventori del bar, che si auto-aggregavano come fossero richiamati, addirittura attratti come lo sono le mosche dal miele.
I tre si davano appuntamento al bar, dentro quella capannella coperta che stava sul marciapiede della strada, una volta a settimana, tutti i venerdì alle 18:00 precise, si erano pure dati un nome: gli stravaganti ed erano diventati un punto di riferimento.
Quegli incontri erano la gioia del barista che in quelle occasioni poteva sfoggiare le sue creazioni di cocktail coloratissimi con miscugli di alcolici, succhi ed aromi vari, ne aveva creato uno apposito “lo stravagante” in loro onore, la ricetta era un segreto per tutti, si conoscevano solo gli effetti che produceva: la perdita totale dell’autocontrollo, l’abbandono di ogni inibizione, l’assoluta libertà.
Uno dei tre era Antonio un uomo di un certo fascino per il suo aspetto di maschio mediterraneo e per la sua cultura in campi eterogenei del sapere umano, un avvocato di grido della città che in quell’occasione deponeva la sua divisa, giacca e cravatta, e la sostituiva con una maglia un po’ sciupata dall’usura e un paio di jeans scoloriti che davano all’aspetto curato e raffinato quella disinvoltura che attrae e nello stesso tempo conferisce un tono di mistero.
Un altro dei tre era Josef un giornalista che curava la testata di un settimanale provinciale, che possedeva un’ampia conoscenza degli eventi che coinvolgevano la politica, l’economia e la cronaca locale, con pantaloni marroni senza piega e un camicione avorio, avvolto nel collo da una sciarpa dai disegni cascemir, barba incolta che metteva in particolare evidenza la testa privata dai capelli per la calvizie che colpisce determinati uomini.
L’ultimo dei tre era Pietro, titolare di un’agenzia immobiliare. Anche lui privo di capelli, ma certamente non di umorismo e dialettica. Perfettamente a suo agio tra gli amici, sfoggiava una tenuta da ginnasta: solo la tenuta, però, senza la ginnastica. Indossava una tuta nera in microfibra, una maglia bianca e scarpe da tennis anch’esse bianche. Da quando aveva conosciuto la moglie era condannato a una dieta pressoché perenne, ma in compagnia degli amici restava una forchetta formidabile, sempre pronto a rendere onore alla tavola.
Quel venerdì si discuteva sui misteri della vita e della morte.
Il discorso prese una precisa articolazione, si disse che dal punto di vista biologico è dato per scontato che quando uno spermatozoo incontra un ovulo e lo feconda, nasce la vita. Ed è dato per scontato che quando un organismo non è più in grado di funzionare nei suoi organi vitali, nasce la morte. Quindi ci sono due nascite. Il mistero sta nel cercare di capire cosa è quella cosa che nasce due volte, una volta nasce a quella che noi chiamiamo “vita” e una volta nasce a quella che noi chiamiamo “morte“. Il mistero sta nel prima e nel dopo queste nascite.
Sembra un controsenso dire “nasce la morte”, ma la morte prima di esserci è chiaro che non c’è, nel momento in cui c’è nasce. Così pure la vita, prima di esserci non c’è, nel momento in cui c’è nasce. Quando la vita non c’è più, c’è la morte. Ma, visto che dopo la vita c’è la morte, anche prima della vita c’è la morte? Che forse quella che noi chiamiamo morte è un luogo da dove qualcosa viene e dove questo qualcosa va? Ma cos’è questa cosa? È forse l’anima? E forse lo spirito? Ma perché?
Occorre analizzare cosa siamo, se siamo un organismo complesso, la parte complessa è costituita dall’anima e dallo spirito che entrano ed escono dalla materia in un determinato momento. L’organismo complesso è costituito da una parte fatta di materia e da una parte che non è materia che lo rende unico: sentimenti, passioni, riflessioni, atteggiamenti, spinte emotive, scelte. Quest’ultima parte che dà la complessità è composta dall’anima che a sua volta non è il Bereshit della complessità, ma è il sottoprodotto dello spirito, è meglio dire il vaso transitorio tra lo spirito e la materia. Tutte le azioni dell’anima dovrebbero essere dettate dallo spirito, ma l’anima è ignorante e spesso agisce quale elemento servizievole della materia e, siccome la sua funzione è solo quella di dare piacere, invece di dare piacere allo spirito, dà piacere alla materia. Ma che bisogno ha lo spirito di servirsi dell’anima per condurre la materia in un determinato modo piuttosto che un altro visto che la materia prima o poi nasce nella morte?
Vuoi vedere che tutto questo serve solo per istruire l’anima ignorante? L’anima ignorante non è altro che “Pinocchio”, un burattino che desidera diventare bambino. Il burattino è un pezzo di legno, nasce da un albero che nasce da un seme, che nasce da un frutto o da un fiore, che a loro volta nascono da un albero, quindi il Bereshit è l’albero, è lo spirito universale, il pezzo di legno è l’anima ignorante che proviene dal Bereshit, desidera diventare bambino, quindi entrare nella complessità, per tornare allo spirito universale. E’ questa la verità? Possiamo individuare la verità cercando qualcosa di plausibile. Lo spirito universale girovagando negli spazzi infiniti si divertiva a creare forme di vita nei vari posti dell’universo, arrivato sulla terra decise di impegnare un po’ di sé in un organismo che le condizioni della terra avevano permesso di nascere. Era un investimento, con tutti i rischi e pericoli di un investimento, allora decise di proteggere il suo investimento con un elemento che doveva garantire il suo patrimonio: l’anima. Al momento della riscossione degli interessi, ovvero al momento della nascita della morte, lo spirito universale si rivolge a colei che doveva fare da garante per vedere se ha ben svolto il suo ruolo e può restituire il patrimonio più gli interessi che gli servono per fare altri investimenti. L’anima, sottoposta al giudizio dello spirito universale, in base al suo rendiconto viene premiata con un avanzamento di carriera, ma se non ha prodotto interessi o addirittura ha causato perdite di capitale, è costrette a restare sulla terra fino a quando non ripaga lo spirito universale e quindi ritorna nella complessità dell’organismo ancora e ancora fino all’esaurimento del suo compito.
Le anime invece che aumentano di grado vanno con lo spirito universale sotto forma di spiriti subalterni di varie categorie con compiti vari delegati dallo spirito universale.
Allora, per la stessa sopravvivenza dello spirito universale, c’è l’indispensabilità dell’organismo complesso, allora siamo parte dell’universalità e siamo solo degli stolti a limitarci alla materialità.
Potrebbe essere così, potrebbe non essere così e non esistere né complessità, né universalità, ma solo un caso, frutto di combinazioni biologiche, fisiche, chimiche, atmosferiche, energetiche, chi più ne ha più ne metta, nasce un organismo le cui pulsioni sono solo frutto della materia, quindi una materia nobile capace di pensare, elaborare, agire che, con la nascita della morte, si trasforma in alimento per i vermi, in humus per la terra, in rifiuto organico. La nobiltà finisce con la materia e tutto è un continuo venire e divenire senza altro fine, senza nessuna alta provenienza.
Potrebbe essere così, potrebbe non essere così. Ma cos’è la verità? Possiamo dire che la verità è quel sesto senso che ci fa intuire la presenza di uno spirito universale dentro un complesso organismo. Verità è quel sesto senso che ci fa intuire l’ignoranza dell’anima che deve, arricchendosi di conoscenza infusa, donarsi per la conoscenza esfusa, termine nuovo creato per l’occasione ad indicare la conoscenza diffusa ma non troppo, conoscenza che si prova a portar fuori. L’organismo possiamo considerarlo una culla incubatrice per accogliere un pezzettino di spirito universale e prepararlo, per mezzo dell’anima, per donarlo all’universo. Ed eccole le spiegazioni del mistero. Mistero che non esisterebbe se non siamo noi a volerlo, a crearlo, a desiderarlo. Tutto potrebbe cominciare finire con le nascite, però tutto potrebbe cominciare e finire prima e dopo le nascite. Forse il nostro mondo è troppo piccolo per poterci accontentare e abbiamo bisogno addirittura dello spirito universale per sentirci importanti in un certo qual modo.
Tutto ciò diceva Pinocchio e diceva anche: sono una marionetta, vengo dalla vita di un albero, desidero diventare bambino. Io sono quello che è prima delle nascite perché un bambino è un essere complesso e io non sono un bambino, sono quello che c’è prima, vengo da una vita diversa, sono quello che c’è dopo la nascita della morte, quella di un albero. Sono quello che c’è dopo la nascita della morte dell’essere complesso, ovvero il desiderio della realtà che esiste dopo la nascita della morte. Sono nel transito, sono l’anima ignorante di un organismo complesso che sa del prima e del dopo e intuisce l’importanza del desiderio. Sono l’anima ignorante che ha la verità.
Ma c’era anche Geppetto che fece nascere Pinocchio da un pezzo di legno il quale diceva: così come esiste il mondo complesso con gli organismi complessi fatti di materia e non materia, esiste il mondo semplice fatto di non materia, è il mondo della creatività, o delle idee, o dei desideri, il mondo della trasposizione di queste cose nel mondo complesso che per questo è complesso.
Del resto Geppetto cosa fa? Trasporta nella materia l’idea e così si ha il mondo complesso fatto di materia e non materia, ovvero di materia e di anima, l’anima dell’artista che si è sbizzarrita a trasmutarsi nel burattino con il desiderio di diventare bambino. Il pezzo di legno è la materia prima sul quale l’artista lavora, scalpella, intaglia, toglie per dare la forma necessaria alla materia dell’organismo complesso. Il desiderio di diventare bambino è l’anima dell’artista.
C’era anche maestro Ciliegia che aveva regalato a Geppetto il pezzo di legno il quale diceva: sono io l’artefice di tutto o del caso, come volete, io ho dato il pezzo di legno senza neanche immaginare che Geppetto ne avesse fatto un burattino. Il mio è stato un gesto di cattiveria perché credevo che Geppetto si sarebbe riscaldato con quel legno. Geppetto non si è riscaldato, ha fatto di più.
Mastro Ciliegia, invidioso del burattino di Geppetto, vuole avere la paternità dell’opera, anzi vuole possederla. Senza il suo gesto di apparente generosità non esisterebbe Pinocchio, quindi anche qualcosa di lui nella complessità dell’opera.
Quella sera tanti “Pinocchio” e tanti “Geppetto” e tanti “Mastro Ciliegia” uscirono fuori un po’ ubriachi dopo aver bevuto un paio di cocktail colorati chiamati “lo stravagante”, esseri imperfetti nati dallo scarto di un pezzo di legno.
È questa la verità del prima e del dopo le nascite? Nessuno può dirlo, può essere vero, “lo stravagante” con un po’ di fantasia certo aiuta a capire, a sognare, a fantasticare e magari, perché no, a raggiungere la verità. Cos’è la verità? Non è certo quella che nasce dalla certezza di determinate credenze.
In questo modo i tre amici si intrattenevano e con loro tutti coloro che avevano domande e cercavano risposte, l’aria si riempiva di interrogativi che accendevano la serata, illuminavano i volti e rendevano quasi magiche le parole cercate per esprimere quello che potrebbe definirsi inesprimibile.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF

Anna è veramente unica ,una filosofa direi proprio.
Grazie mi ha coinvolta questo racconto.
Delizioso racconto: sottile, profondo con magnifiche sequenze descrittive. Un’opportunità straordinaria di lettura creativa.
Complimenti, un bel racconto! Hai trovato il modo di rendere accessibile a tutti un complesso concetto filosofico.
Cara Anna , riesci con meravigliose metafore a raccontare i misteri della nostra esistenza coinvolgendo piacevolmente il lettore .
Cara Anna, ho apprezzato il tuo racconto breve perché non vuole dare risposte ,ma indagare le tante domande che l’uomo si pone sull’esistenza
Una filosofia profonda in una cornice leggera. Un simposio contemporaneo. Resta la curiosità di sapere di cosa parleranno i tre amici al prossimo incontro! Brava Anna.
Carissima Anna, un racconto delicato e intenso, impreziosito da splendide descrizioni. Una lettura coinvolgente e ricca di emozioni. Complimenti!
Cara Anna, mi hai riportato indietro nel tempo, quando, ragazzina, ascoltavo le conversazioni tra mio padre e i suoi amici, un’occasione utile per imparare a riflettere e a cercare il senso delle cose in una dimensione umana e autentica.