Un racconto di Anna Di Marco
Anche quel venerdì alle 18 precise, gli stravaganti, Antonio, Josef e Pietro, erano nella capannella del bar su quel marciapiede con i loro cocktail tra le mani, e mentre discutevano del più e del meno, la gente cominciò a fare circolo attorno a loro, perché si era sparsa la voce del pseudo salotto letterario, tutti cominciarono ad ordinare, per la felicità del barista, quella bevanda misteriosa che toglieva dalla testa ogni limite alla fantasia, all’idea, all’intuizione, tutti si trasformavano in donne e uomini liberi, gli orologi si fermavano e i cellulari non squillavano e fu allora che Antonio cominciò con il raccontare una storia:
Amare
Ha incontrato un uomo in una piazza affollatissima di gente, è bastato un attimo, uno sguardo, un respiro, l’aspirazione di un odore e l’espirazione di una piacevole sensazione, ormoni che si incontrano e si assorbono vicendevolmente, colori che si attraggono, occhi che si perdono negli occhi, anime che si cercano.
Una spinta involontaria e tutti i pacchetti che lei teneva in mano delle cose che aveva acquistato, cadono per terra.
“Le chiedo scusa”
“Posso aiutarla?”
Ed eccolo l’attimo.
“Posso offrirle un caffè’”
Ed eccolo l’inizio.
Ha incontrato il suo uomo.
La loro avventura un misto di curiosità, di desideri necessari, di appagamenti, di ricerca soddisfatta di identità.
Via via è stato un crescendo perché ciò che conquistano, ciò che realizzano matura e dà frutti.
Lei si perde in lui come un fiume perde la sua acqua dentro l’oceano, come un fiume finisce di essere fiume quando è dentro l’oceano e ritorna ad essere il “fiume dell’oceano” quando la sua acqua dall’oceano va nel cielo per ritornare alla terra e sgorgare dalla sorgente e scende lungo i pendii per ritornare all’oceano. Come quell’acqua che viene dall’oceano dà vita, così lei dà vita alle cose che la circondano, grazie al suo oceano perché lei esiste per lui.
Tutte le mattine lei si alza all’alba, anzi, ancora prima che il sole decida di alzarsi all’orizzonte, lei ha già acceso la macchinetta del caffè, riempito l’imbuto con la polvere nera, aromatica, fragrante e quando la macchinetta comincia ad emettere quelle piacevoli gocce nere miste ad una morbida schiuma, tutta la casa è inebriata dal magico profumo del caffè.
Sul divano sorseggia quel nettare mattutino.
Ha lasciato il letto caldo della notte dove c’è il suo uomo ancora in preda al dolce riposo, abbandonato dalle fatiche del giorno precedente, il suo uomo che si sta preparando ad affrontare una nuova giornata. La preparazione comincia con il riposo, così come con il riposo finisce.
Quell’uomo che lei ama più della sua vita, quell’uomo che le ha offerto le sue braccia, il suo cuore, la sua testa. Quell’uomo che sente come la casa della sua anima. Quell’uomo che l’affascina con la sua intelligenza, con la sua ironia, con i suoi giochi.
“Vita mia”, “tesoro”, “gioia della mia vita” o semplicemente “vita” non sono modi di dire, no, ogni espressione ha un profondo significato, descrive un essere nascosto nella parte più intima e profonda dell’anima, questo essere è Amore.
Sorseggiando quel caldo caffè era a stretto contatto con l’essere chiamato Amore che le confidava come era nato, come era cresciuto, come sopravviveva, le confidava desideri e passioni, gli elementi di cui si nutriva e i frutti che produceva, le parlava di tutto ciò che lo faceva esistere.
Accesa la prima sigaretta della giornata, individuava la colazione che doveva preparare al suo uomo, sempre la stessa colazione: prima una tazza di nettare nero, poi un succo di frutta e poi ancora un sorso di caffè già freddo nella tazzina, il tutto intervallato da un paio di sigarette.
Ogni colazione è come se fosse sempre la prima, la colazione preparata per la prima volta, portata a letto per la prima volta, offerta per la prima volta.
Così come è sempre la prima volta che lei si infila nel letto caldo a cercare il contatto del suo corpo, a cercare quel braccio che la circonda, a cercare quelle labbra che si posano sulle sue.
Questo ogni giorno della settimana, ogni settimana del mese, ogni mese dell’anno. Ogni anno da dieci anni.
Cerca la sua spalla come un coniglietto cerca la sua tana, il suo rifugio; cerca le sue carezze come un cane cerca le carezze del padrone; cerca il suo calore come un amante cerca le emanazioni del corpo che adora.
Ed è allora che, raggomitolata nel corpo del suo uomo, comincia a rivedere le sue espressioni, i suoi umori, il suo sorriso, la sua tristezza, i suoi pensieri, i suoi tormenti, i suoi pesi, le sue libertà, la sua spontaneità, i suoi istinti, il suo essere uomo.
Poi arriva l’ora di alzarsi e continuare la preparazione della giornata che attende. Ed eccolo il suo uomo guerriero che indossa la sua armatura con la spada sfavillante, bello come il sole, coraggioso e forte come gli eroi delle antiche storie, pronto ad affrontare il mondo.
Questo tutte le mattine da dieci anni.
Quella mattina era sola, il suo uomo non c’era nel letto, la colazione preparata come sempre era sul comodino privato del portafogli, dei telefonini, della cenere che non era andata a finire nel posacenere; un comodino pulito sgombro, vuoto.
Si raggomitola su se stessa, nessun contatto fisico, solo il dolore lancinante che avvolge ogni centimetro del suo corpo.
Nessun guerriero si stava preparando.
Una profonda solitudine stringeva quelli che erano stati i suoi pensieri e le sue sensazioni di ogni mattina.
Un vuoto infinito dove si perdeva.
Non più il caldo letto, ma un freddo improvviso, come se il gelo di un’alba invernale si fosse insinuata nell’ora più calda di una giornata estiva, privandola della ragione della sua esistenza, privandola dell’appiglio alla vita, privandola di tutto ciò che le dava forza ed energia.
“sei la cosa più bella che ho”
“sei la donna che ho veramente amato”
“sei con me sempre, ogni istante, anche quando non ci sei”
“sei indispensabile per me”.
Tutti quei “sei” erano stati risucchiati dal gelo. Un gelo che entrava fin dentro le ossa, un gelo che congelava il cuore rendendolo un solido senza il morbido e ripetuto battito che segna la vita.
Il gelo delle fredde notti invernali, quelle senza luna e senza stelle perché scuri nubi lo affollano dando la sensazione che mai stelle hanno illuminato quella volta e che la visione di un cielo stellato è solo un desiderio, un sogno, qualcosa che esiste solo nella fantasia dei bambini, dei maghi e degli artisti, dei folli che stanno in attesa di quelle luci che riscaldano il cuore e l’anima e danno il conforto della vita.
Raggomitolata su se stessa era in attesa, aspettava i suoi “sei”, sapeva delle stelle e stava lì con gli occhi chiusi dicendo a se stessa “quando aprirò gli occhi ci saranno”, ma non apriva gli occhi, non li apriva mai per la paura di non trovare le sue stelle e i suoi “sei”.
“Aspetto, aspetto ancora un po’. Aspetto e poi ci saranno”.
Gli occhi restano chiusi a lungo, lei non poteva vivere senza le sue stelle e senza sapere chi è.
Il suo uomo lo sa chi è lei, gli e lo diceva sempre “sei la cosa più bella che ho”, lui lo sa e può dirlo a tutti, ora lo farà, lo dirà e tutti sapranno e non chiederanno più nulla.
Raggomitolata su se stessa, con gli occhi chiusi aspettava, aspettava di sentire “sei la cosa più bella che ho”,
“ancora è presto, arriverà e lo dirà, tutti sapranno e lo saprò pure io chi sono. Non posso essere altro, sono solo quello che il mio uomo sa che io sono, sono solo quello che il mio uomo vede in me”.
Fa freddo c’è gelo, “aspetterò ancora un po’ e il letto si riscalderà, posso aspettare non ho nulla da fare, lui verrà e mi riscalderà”.
I suoi occhi restarono chiusi, il suo corpo raggomitolato in posizione fetale
“resto immobile ancora un po’”.
Cos’è successo? Dov’è l’oceano? Dov’è il fiume? Dov’è il guerriero?
È agosto e l’amante di tutti gli uomini, quella che prende e non lascia più, quella che distrugge le famiglie, quella che le donne non possono combattere, non possono allontanare, non possono evitare, non possono afferrare e riempire di calci e pugni, non possono uccidere con tutta la rabbia che hanno in corpo, l’amante di tutti gli uomini, forse in un bacio, ha risucchiato la vita del suo uomo.
Come un vampiro attaccato alla giugulare succhia fino all’ultima goccia di sangue della sua vittima, così la morte, baciando il suo uomo, ha risucchiato il suo ultimo respiro.
L’amante degli uomini non conosce Amore e riesce a portare via solo il bellissimo corpo del suo uomo.
Lui adesso è con lei a dirle “sei la cosa più bella che ho”
Lui adesso è con lei a darle identità.
Deve alzarsi e andare a lavorare, continua la preparazione, la sua preparazione, indossa la sua armatura con la sua spada sfavillante ed esce con il suo uomo che le infonde energia dentro l’anima dell’anima di se stessa.
Gli avventori del bar, finita la storia, cominciarono a sfilare verso le loro case, come le perle di una collana rotolano via quando si rompe il filo che le unisce, portando con se la preziosità di un sentimento autentico AMORE.

Non definirei quei discorsi stravaganti come il nome dei protagonisti
ma molto profondi con delle similitudini
che abbracciano perfettamente una logica filosofica e reale.
Leggere Amare di Anna Di Marco mi ha emozionato profondamente. È un racconto che parla al cuore con una delicatezza rara, trasformando il dolore, la perdita e l’amore in immagini che restano impresse nell’anima. Ogni pagina invita a fermarsi, riflettere e riscoprire il valore dei sentimenti autentici. Una lettura intensa che, una volta terminata, continua a vivere dentro il lettore.
È commovente come Anna riesce a descrivere l’amore, nutrimento dell’anima aldilà della morte.