Ma Mussolini, di fronte alla richiesta di resa incondizionata e saputo delle trattative separate dei tedeschi, preferì fuggire verso Como, andando così incontro al suo destino.
Ci sono vicende umane che per cause diverse non possono andare a buon fine, ma la pietas riesce in ogni caso a manifestarsi, seppur in tempi diversi. Da una pagina di storia, rimasta nel dimenticatoio, emerge la figura del cardinale di Milano Idelfonso Schuster che agì in modo discreto ed efficace per salvare vite e sdrammatizzare situazioni nel corso della seconda guerra. La cronaca degli ultimi giorni cruciali della Repubblica di Salò.
Il 21 agosto 1946 padre Carlo da Milano era stato convocato in Curia dal cardinal Schuster. Non era la prima volta che il frate cappuccino accedeva alle stanze più riservate del palazzo arcivescovile. Dopo l’Armistizio, infatti, l’arcivescovo Ildefonso Schuster gli aveva affidato in più occasioni missioni delicate e pericolose, per consultazioni in Vaticano, ma soprattutto per portare in salvo ebrei e perseguitati dai nazifascisti.
Si trattava di trovare un luogo sicuro e segreto dove nascondere la salma di Benito Mussolini, che il Governo aveva affidato in tutta segretezza proprio all’arcivescovo di Milano, in seguito a una serie di eventi che avevano scosso il Paese nell’immediato dopoguerra.
Dopo l’esecuzione di Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945, la macabra esposizione a Piazzale Loreto e la successiva autopsia, Mussolini era stato sepolto nel Cimitero di Musocco a Milano, in una tomba senza nome.
Alla vigilia del primo Anniversario della Liberazione, nella notte del 22 aprile 1946, tra Pasqua e Pasquetta, un gruppo di fascisti guidato da Domenico Leccisi, riuscì a trafugare la salma di Mussolini. Il colpo di mano, come è facile immaginare, suscitò uno scalpore enorme.
Braccato dalla polizia, Leccisi portò il corpo del Duce al convento di Sant’Angelo a Milano, affidandolo a padre Zucca, fondatore dell’Angelicum, e al superiore padre Parini, che accettarono di nasconderlo in chiesa, trasferendolo poi alla Certosa di Pavia. Fu proprio lì che, il 12 agosto, i francescani condussero gli inquirenti, che ormai avevano ricostruito i fatti.
Fu a questo punto che entrò in gioco il cardinal Schuster, che, come detto, si rivolse a padre Carlo da Milano. Il quale suggerì all’arcivescovo di sistemare la salma di Mussolini presso il convento cappuccino di Cerro Maggiore, vicino a Legnano.
Il 25 agosto 1946 i resti del Duce furono quindi portati in gran segreto nella casa religiosa dell’alto milanese. Stranamente, si decise di non inumarli in una fossa o in una tomba, forse per non attirare l’attenzione in un momento di fortissima tensione.
La salma, infatti, fu posta in una cassa zincata, sistemata nella cappella interna del convento (al primo piano), recante la scritta: «Documenti». La qual cosa, tuttavia, suscitò alla lunga l’interesse e la curiosità dei frati stessi, che si chiedevano come mai quella cassa, con il suo misterioso contenuto, dovesse stare proprio in cappella e non in qualche magazzino o archivio del convento… Dubbi che si rafforzarono dopo qualche anno, quando la zincatura della cassa cominciò a cedere, liberando cattivi odori nell’ambiente.
11 anni più tardi, nell’agosto 1957, il Governo italiano consegnò ai famigliari di Mussolini la salma del loro congiunto, che lasciò quindi il convento di Cerro Maggiore per essere deposta nella tomba di famiglia a Predappio.
Ci fu un precedente incontro tra il cardinale Shuster e Benito Mussolini che avrebbe potuto stravolgere la conclusione della guerra. Se la proposta cardinalizia fosse andata a buon fine, Mussolini avrebbe evitato di essere ammazzato per ordine di Sandro Pertini con il successivo vilipendio del cadavere e le circostanze sin qui descritte.
Ottantun anni fa, alle ore 15 del 25 aprile 1945, il duce era giunto in Arcivescovado accompagnato dal maresciallo d’Italia Graziani, dal ministro dell’interno Zerbino, dal sottosegretario Barracu, dal prefetto Bassi e dall’industriale Cella, dal quale peraltro era partita l’iniziativa per quest’ultima, disperata trattativa.
Salito lo scalone, Mussolini venne accompagnato nella sala delle udienze, dove per tre lunghe ore si trovò faccia a faccia con il cardinal Schuster.
Fu un colloquio assai faticoso. Da una parte l’arcivescovo che tentava di persuadere il capo della Repubblica di Salò ad arrendersi, dall’altra Mussolini che appariva fisicamente e moralmente distrutto. «Aveva il volto talmente stravolto che faceva l’impressione di un uomo quasi inebetito dall’immane sventura», scriverà Schuster nelle sue memorie, descrivendo dettagliatamente l’incontro.
Il presule aveva perfino fatto preparare una stanza nel palazzo arcivescovile per ospitarvi Mussolini, nella previsione che questi si sarebbe arreso non appena concluse le trattative con il Comitato di liberazione nazionale, rimanendo lì al sicuro, con tutte le garanzie internazionali.
Intanto Milano era preda di una grande confusione. Si sapeva soltanto che gli Alleati stavano arrivando e che il Clnai aveva diramato l’ordine di insorgere, motivo per cui in alcuni quartieri si combatteva anche per le strade e fra le case.
Proprio questo era l’angoscioso timore del cardinal Schuster, e cioè che tedeschi e repubblichini decidessero di resistere ad oltranza, trasformando la città in una sorta di Stalingrado, così che la popolazione, che già aveva sofferto pene indicibili, sarebbe stata vittima di nuove tragedie…
I membri designati dal Comitato di liberazione arrivarono in Curia a pomeriggio inoltrato, sia perché si era discusso a lungo sull’opportunità di partecipare a questo incontro, sia perché non era stato agevole rintracciare il generale Cadorna, reduce da una missione in Svizzera.
Il responsabile del Corpo volontari della libertà era accompagnato da Achille Marazza, segretario della Democrazia Cristiana nel periodo della Resistenza, dall’azionista Riccardo Lombardi e dal liberale Giustinno Arpesani: tutti avevano ricevuto come unico mandato quello di accettare la resa senza condizioni dei fascisti.
Mussolini, pur preso in contropiede da questa richiesta non trattabile, anche per insistenza dell’arcivescovo si dichiarava disposto a discutere e sembrava quasi sul punto di accettare di deporre le armi. Ma all’improvviso in quel delicato negoziato si intrometteva con arroganza Graziani, affermando che principi di onore e lealtà impedivano al governo della Repubblica sociale di trattare all’insaputa dei tedeschi. Al che l’avvocato Marazza intervenne prontamente, precisando che in realtà le autorità germaniche in Italia stavano negoziando la resa da oltre dieci giorni…
A questa notizia del tutto inattesa, il duce rimase come fulminato: «Ci hanno sempre trattato come servi e alla fine ci hanno traditi!», urlò fuori di sé. Mussolini chiedeva quindi di interrompere la seduta per andare a dire ai tedeschi il fatto loro. Promise che sarebbe stato di ritorno entro un’ora, ma l’attesa, com’è noto, fu vana. Indignato e confuso Mussolini fuggì verso Como, in un disperato quanto inutile tentativo di sottrarsi al proprio destino. Purtroppo, quella fuga rappresentò il tranello posto dai tedeschi per consegnare Mussolini alla resistenza, con tutto quel che seguì.
Alcuni denigratori antifascisti osarono affermare che quell’incontro in Arcivescovado «fu il tentativo di togliere il merito – della fine del conflitto – alla Resistenza per avocarlo alla Chiesa». Ma si tratta di una posizione insostenibile, che sottolineava come, semmai, «bisognerebbe mettere in evidenza la gestione umana, anzi umanistica di quella transizione: nel passaggio di poteri che sarebbe seguito alla catastrofe. Infatti, il cardinale Schuster cercava di portare un certo rispetto del diritto sostanziale, in modo da evitare massacri, vendette private e processi sommari».
