Un “politicamente scorretto” che deve ancora rivelarci il suo progetto
Sono passati pochi giorni dallo strappo del generale Roberto Vannacci e già si spreca il processo alle intenzioni nel voler punire il governo di centro destra e in primis Salvini. Uno dei più insulsi e spregiudicati esponenti del centro sinistra Matteo Renzi, auspica che la sinistra unendo moderati, riformisti e i fan di Askatasuna, grazie all’azione di Vannacci potrebbe prendersi il governo. Altri moribondi del M5S e i cani sciolti vomitati da altri partiti, starebbero per affollare le sue fila per sottrarsi alla débâcle elettorale, senza portare alcun valore.
Ma, caliamoci nel concreto, per quel che oggi riusciamo a individuare.
L’idea del generale Roberto Vannacci di dar vita al movimento politico, Futuro Nazionale, va incontro a un reale e diffuso sentire popolare che alberga tra la Lega, Fratelli d’Italia e l’area del non voto. Vannacci in fondo rappresenta con una certa efficacia quei temi e quei valori che oggi una fetta cospicua di cittadini ed elettori avverte come traditi e delusi anche dal governo in carica.
Dalla difesa della civiltà occidentale, ai valori religiosi e nazionali della Patria Italia, al rispetto delle prerogative nazionali, contro le deleterie direttive comunitarie, sino al rispetto per le Forze Armate, sono alla base dei suoi intenti. Certo, non tutti i delusi e gli scontenti del governo in carica la pensano come Vannacci, si identificano in lui e si sentirebbero rappresentati da lui; ma la sua discesa in campo, in un momento di stallo politico, può avere qualche effetto.
Dall’altra parte il governo, pur rifacendosi a principi irrinunciabili, deve esercitare l’”arte di governare” badando al mondo, il contesto, i compromessi e i rapporti di forze e se la sua priorità assoluta è durare, restare in sella, allora ogni altra istanza è secondaria, inclusi i cavalli di battaglia che fino a ieri erano considerati i loro punti fermi. Normale, fisiologico, che questo accada, ma altrettanto normale, fisiologico, è che l’elettore deluso possa andarsene altrove.
Il simbolo scelto dal nascente movimento, pur se già contestato, sembra proiettare l’antica fiaccola dei giovani missini in un design futurista, in una specie di ritorno di gioventù. Al di là delle caricature e delle forzature che ne fanno, Vannacci argomenta in modo efficace, piace a chi gradisce ascoltare concetti chiari, quasi elementari, ma logici.
L’idea che qualcuno possa raccogliere la bandiera sovranista, sociale, nazional-europeista senza strappi e giravolte è plausibile; ma la legge inesorabile della politica, soprattutto nei nostri tempi, è che riesci a tener fede a quelle idee se resti marginale, e riesci a tener vivo e unito quel movimento fino a che vinci. Dunque, in prospettiva, devi restare piccolo ma non troppo; se resti troppo piccolo vieni presto spazzato via, se cresci troppo, nel contesto del bipolarismo, vieni alla fine cooptato nel realismo delle alleanze e appena ti poni l’obbiettivo di diventare condizionante, vieni alla fine condizionato, se non risucchiato nella politica praticona.
Il suo progetto dovrà superare l’insidia che la sinistra, usa e strumentalizza per indebolire la Meloni e i suoi alleati, e dunque sta già dando grande risonanza alle sue uscite per scomporre il campo avverso e l’area di governo. Poiché oggi l’alternativa per il nostro Paese rappresenterebbe il male supremo, Vannacci dovrà inevitabilmente ritagliarsi il ruolo nobile di difensore dei principi per condizionare e indurre il governo a introdurli nelle leggi e nei provvedimenti governativi, quale pungolo per il centro destra, pur da posizioni distinte. Vannacci potrebbe rappresentare un riferimento valoriale per il Governo, senza farsi ubriacare da un presunto e fuggevole potere, per poi favorire, nei fatti, il campo largo, negatore dei principi per i quali si batte.
Attendiamo di conoscere come intende organizzarsi e presentarsi al Paese. I primi che stanno affollando il suo empireo non sono certo personaggi rassicuranti. Tra un vecchio scoreggione e un politicante di piccolo calibro finito nel tritacarne di “regionopoli” sino ad altri nomi insignificanti, non c’è da stare allegri, per affrontare un percorso non privo di insidie. Poi mancano la linea di indirizzo. Oltre agli slogan che presto si logorano, ci vuole cogito e spessore culturale.
In una memoria del 1989, Beppe NIccolari ricorda come la cultura politica, nel Movimento Sociale Italiano, teneva banco sin dagli anni ’50. Allora nelle sezioni del MSI, si leggevano i libri di Gentile, Evola, D’Annunzio, Marinetti, Soffici, Prezzolini con l’impronta delle grandi “Riviste” fiorentine del primo ’900, c’erano i libri di Papini, di Pirandello, di Pareto, di Mosca, di Sorel. C’era la scoperta appassionata dei francesi, da Peguy, a Barres, a Maurras, a Drieu La Rochelle, a Céline, a Brasillach. L’ambiente missino possedeva biblioteche ben fornite. Era vivo uno dei più grandi storici italiani, Gioacchino Volpe, un costituzionalista di vaglia come Carlo Costamagna, un linguista come Antonino Pagliaro.
Armando Plebe nel gennaio 1973, a Torino, quando il Partito era emarginato dal cd “Arco costituzionale” organizzò il congresso internazionale della cultura di destra, intitolato “Intellettuali e libertà”, al quale aderirono diversi esponenti del pensiero non conformista, fra cui Eugène Jonesco, Fausto Gianfranceschi, Giuseppe Berto, Virgilio Titone, Vintila Horia, Diego Fabbri, Francesco Grisi Thomas Molnar, Gabriel Marcel, Adolfo Munoz Alonso, Marino Bon Valsassina.
Quanta strada dovrà ancora fare il generalissimo Vannacci!
Ma lo spazio c’è.
