Tra diffamazione personale e implicazioni democratiche.
L’immagine falsa, generata dall’intelligenza artificiale, della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in lingerie, con seno e cosce ben visibili e uno sguardo smaliziato, ha generato scalpore e arricchito un dibattito che è giunto sino al Parlamento europeo dove il gruppo dei “Conservatori e Riformisti” ha presentato una risoluzione urgente per chiedere alla Commissione europea l’applicazione rigorosa della normativa sull’intelligenza artificiale; quest’ultima capace di generare migliaia di notizie e fotografie false in pochi secondi.
Oggi la vittima è stata la Meloni, domani potranno esserlo altri politici, o semplicemente qualsiasi cittadino che si troverà “ritratto” in chissà quale atteggiamento sconveniente, o peggio ancora delittuoso, idoneo a minarne la credibilità individuale e professionale, sino – in casi estremi – a distruggerne la stima collettiva.
Certo, ci sarà la magistratura, la quale indagherà e perverrà (allo stato attuale, nella migliore delle ipotesi, dopo un paio di anni) a una sentenza che accerterà la denigrazione calunniosa e – laddove si riesca a individuare il colpevole – a comminare pene e risarcimento danni. Per intanto, chi ha subito un simile affronto, ne pagherà le conseguenze emotive, economiche e relazionali.
Su di un piano politico, invece, l’esempio della “disinformazione creata ad arte” a danno della Meloni – che, da quanto apprendiamo da un articolo de Il Foglio, parrebbe essere stata reiterata in diverse occasioni e con un numero importante di utenti coinvolti –, può dare vita a (perlomeno) tre considerazioni.
La prima ruota intorno al concetto di autorevolezza. Infatti, l’immagine di un capo di stato o di governo in atteggiamento denigrante (immaginiamoci un finto Sergio Mattarella che fa il saluto romano o, per tornare indietro nel tempo, un Luigi Einaudi in canottiera e mutande) è indubbiamente idonea a incrinarne il prestigio, sminuendo il credito di cui gode.
Parallelamente, l’autorevolezza di un capo di Stato o di governo, o di chi ricopre posizioni nella Pubblica Amministrazione, specie se di un certo rilievo (si pensi a un sindaco o a un carabiniere), non è esclusivamente di tipo privato, ma si tramuta nell’autorevolezza delle istituzioni stesse, se non anche della nazione che quell’individuo rappresenta.
Non si tratta di considerazioni marginali, come erroneamente qualcuno potrebbe immaginare, perché l’autorevolezza è uno dei principali fattori su cui da sempre poggia la legittimità del potere, e comprometterne ingiustamente i capisaldi (perché – sia chiaro – il diritto di critica, laddove esercitato in maniera fondata e corretta, è principio costituzionale irrinunciabile) inficia innegabilmente l’immagine complessiva del sistema e, quindi, il suo corretto funzionamento.
La seconda valutazione segue al fatto che, specie negli ultimi anni, la battaglia politica abbia troppe volte smesso di vertere sulle proposte programmatiche (dopo la caduta del muro di Berlino, non ci permettiamo di parlare di ideologie) e sulle ricette economico-giuridiche utili a risolvere i tanti problemi che affliggono la nostra epoca, puntando viceversa sulla denigrazione dell’avversario (come rappresenta il caso Meloni) in quanto emotivamente molto persuasiva.
La terza riflessione parte dalla premessa che, porre in discussione un sistema come quello dell’autorevolezza – fondato sul rispetto, sulla stima e sul riconoscimento delle altrui competenze – attraverso un costante stillicidio di notizie false, rischia nel tempo di erodere quel “legame di fiducia” – già di per sé flebile nei decenni successivi al crollo del muro di Berlino e, per l’Italia, del ciclone giudiziario di Mani pulite – su cui si basa la democrazia.
In altre parole, il fenomeno delle fake news politiche è maggiormente pericoloso e preoccupante delle pur analogamente gravi fake news che coinvolgono aspetti o tematiche non politiche, in quanto, nel medio-lungo termine, le prime sono idonee a indebolire l’immagine e il significato più profondo delle istituzioni rappresentative. E dove l’autorevolezza si riduce – e con essa la legittimità basata sulla fiducia –, la partecipazione politico-elettorale declina, creando le premesse teoriche per l’avvento di regimi autoritari dove la costruzione dell’obbedienza passa primariamente attraverso l’utilizzo della violenza e della paura, o dove comunque la democrazia è snaturata perché monopolio di ristrette, quanto mai potenti, oligarchie.
Dunque, al pari di ogni grande sfida che ha caratterizzato la storia dell’umanità, il tema dell’intelligenza artificiale e della creazione delle fake news necessità di opportuni aggiornamenti normativi e della necessaria ed efficace implementazione di sistemi di sicurezza atti a inibire la diffusione di notizie false.
Non a caso, su spinta dell’Unione Europea (più specificatamente del regolamento UE 2024/1689), l’Italia è intervenuta con Legge n. 132/2025 che reca “Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale”, da un lato introducendo nuove previsioni delittuose (tra cui l’Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale), dall’altra istituendo le Autorità nazionali per l’intelligenza artificiale, individuate sia nell’Agenzia per l’Italia digitale sia nell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
Parallelamente, al Governo è stato dato il compito (entro i successivi 12 mesi) di emanare uno o più decreti legislativi nell’obiettivo di dettare una regolamentazione giuridica che individui con maggiore precisione “i diritti e gli obblighi” gravanti su chi utilizza l’intelligenza artificiale e di tratteggiare un complessivo “apparato sanzionatorio”, anche tramite la previsione di “strumenti di tutela di carattere risarcitorio o inibitorio”.
Inoltre, alle Autorità nazionali per l’intelligenza artificiale saranno assegnati “poteri di vigilanza, ispettivi e sanzionatori”, con la contestuale “previsione di strumenti, anche cautelari, finalizzati a inibire la diffusione e a rimuovere contenuti generati illecitamente anche con sistemi di intelligenza artificiale, assistiti da un sistema di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive”, nonché a dettare tempistiche giudiziarie più rapide rispetto alle attuali che non coincidono con quelle velocissime del web.
L’efficacia del quadro normativo e organizzativo che si verrà dunque a creare inciderà – e in maniera significativa – sulla serenità e sulla dignità di noi cittadini, oltreché sull’autorevolezza e sul positivo funzionamento delle istituzioni. Speriamo quindi che venga fatto un buon lavoro, perché ne abbiamo assolutamente bisogno.
