FdI risponde: «Era solo una considerazione dovuta alla vecchiaia, non fateci caso»
C’è una domanda che, prima o poi, qualcuno alla Farnesina dovrebbe rivolgere a Edmondo Cirielli: ma lei, esattamente, di cosa si
occupa? Perché mentre il mondo cambia, le guerre ridisegnano gli equilibri internazionali, l’Africa diventa il nuovo terreno di competizione tra potenze, il Mediterraneo è una polveriera e l’Europa cerca disperatamente una politica estera degna di questo nome, il viceministro degli Esteri italiano ha trovato la sua battaglia strategica ed un suo ipotetico alleato: Roberto Vannacci. Non è uno scherzo. Cirielli, da Ischia, ha dichiarato di augurarsi di poter governare insieme al generale e ha persino immaginato di chiamarlo per chiedergli se volesse fare il ministro e quali responsabilità intendesse assumersi.
Una grande intuizione diplomatica. Dopo anni di politica estera italiana, finalmente qualcuno ha capito che il destino dell’Occidente si decide a Ischia. Peccato che Fratelli d’Italia abbia dovuto immediatamente precisare che Cirielli parlava a titolo personale e che quella non era la posizione del partito. Vana e debole azione difensiva. Insomma: il viceministro parla, il partito, con imbarazzo, corregge. Una forma particolarmente raffinata di collegialità. Ma il problema non è soltanto Vannacci. Il problema è soprattutto Cirielli. Perché questa uscita racconta molto di più di una semplice opinione personale. Racconta la difficoltà di una parte della destra di governo a resistere alla tentazione di inseguire la destra più radicale. Cirielli sostiene addirittura che Futuro Nazionale potrebbe dare una «spinta maggiore» sulla sicurezza e indurre Fratelli d’Italia a concentrarsi maggiormente su questo tema.
Che è un’affermazione straordinaria. Perché se dopo anni di governo Fratelli d’Italia ha bisogno di Vannacci per ricordarsi che esiste la sicurezza, allora forse il problema non è Vannacci. È chi governa. E qui arriviamo alla vera parabola di Cirielli. Un uomo cresciuto dall’Accademia di Modena nell’Arma dei Carabinieri, arrivato ai vertici della politica nazionale e oggi seduto alla Farnesina. La sua biografia ufficiale racconta una carriera militare limitata e una politica lunghissima: dall’elezione in Consiglio regionale nel 1995 fino alla Camera, alla presidenza della Provincia di Salerno, alla questura della Camera e infine alla vicepresidenza degli Esteri. Una carriera, insomma, che non ha avuto esattamente bisogno di un navigatore.
Eppure resta curioso osservare come, in Italia, alcuni uomini riescano a trasformare una divisa in una carriera politica con una naturalezza che altri impiegano una vita a comprendere. Sulla sua uscita dall’Arma sono circolate nel tempo ricostruzioni e valutazioni politiche che meriterebbero di essere documentate con precisione prima di essere trasformate in dubbiose affermazioni accusatorie. Ma il dato politico incontestabile è un altro: Cirielli ha costruito una carriera politica straordinariamente lunga e solida, passando da Alleanza Nazionale a Fratelli d’Italia e arrivando oggi al governo. E forse è proprio questo il punto. Dopo una carriera politica così lunga, uno si aspetterebbe dal viceministro degli Esteri una visione del mondo. Africa. Mediterraneo. Europa. NATO. Cooperazione. Energia. Sicurezza internazionale. Piano Mattei……????
Invece Cirielli ci offre Vannacci. È come andare al ristorante stellato e chiedere il menù degustazione per sentirsi rispondere: «Abbiamo la porchetta e i rigatoni alla pagliata». Il problema, naturalmente, non è che Cirielli parli di Vannacci. In democrazia si può parlare con tutti. Il problema è l’entusiasmo con cui sembra volerlo portare dentro il governo. Perché una cosa è rispettare il consenso degli elettori. Un’altra è trasformare il consenso elettorale in una patente automatica per occupare posti di governo. Cirielli sembra aver già fatto il casting. A Vannacci: «Vuoi fare il ministro?». A questo punto manca soltanto la telefonata al Quirinale. E magari, per completare l’opera, una delega agli Esteri. Così Cirielli potrebbe finalmente dedicarsi alla sua vera vocazione: la politica interna. Il paradosso è che un viceministro degli Esteri dovrebbe contribuire a costruire l’immagine dell’Italia nel mondo.
Invece Cirielli sembra impegnato soprattutto a spiegare come dovrebbe cambiare l’Italia dentro casa. E questa è forse la cosa più interessante della sua ultima uscita. Non tanto perché abbia «scoperto» Vannacci. Ma perché, nel tentativo di corteggiarlo, ha involontariamente ammesso che una parte del centrodestra teme di perdere voti sulla destra e quindi pensa di rincorrere chi sta ancora più a destra. È la vecchia politica italiana trasformata in una gara di velocità. Uno corre verso destra. L’altro lo segue. Il terzo gli corre dietro per non perdere il primo. E alla fine qualcuno si accorge che non sta più governando.
Sta semplicemente inseguendo il sondaggio. Cirielli, naturalmente, può continuare a dire che si è trattato soltanto di una considerazione personale e teorica. Lo ha già precisato dopo la reazione gelida del partito. Ma la politica ha una caratteristica fastidiosa: le parole dette da un viceministro restano parole dette da un viceministro. Soprattutto quando il viceministro parla proprio del possibile futuro della coalizione di governo. E allora forse la domanda da fare a Cirielli non è se Vannacci possa fare il ministro. La domanda è molto più semplice:
Cirielli, lei che fa il viceministro degli Esteri, quando pensa di occuparsi degli Esteri?
Perché Vannacci, almeno, una cosa l’ha già capita. Che in politica italiana, per diventare ministro, qualche volta basta che qualcun altro lo chieda al posto tuo. E Cirielli, con questa uscita, ha appena presentato la domanda.
Alberto Scafella
