Il 25 aprile segnato da cortei e violenze, ignorando il messaggio della Storia.
“L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, quanto torna profetica questa frase scritta da Lenin nel 1920, se riflettiamo sulle violenze, in parte “programmate” capitate quest’anno nel corso dell’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale!
Com’è noto, coloro che a diverso titolo presero parte alla guerra civile del 1943-45, da entrambe le parti, sono ormai morti, o in condizioni da non poter presenziare da protagonisti a manifestazioni che ogni anno a fine aprile si svolgono in Italia.
Purtroppo, oggi sono rimaste poche le voci e tra queste citiamo il professor Pier Franco Quaglieni, cofondatore e presidente del Centro Pannunzio che anche quest’anno, in pubbliche manifestazioni ci hanno ricordato” il ruolo e il sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia, degli internati militari in Germania, del corpo italiano di liberazione del Regno del Sud ,di partigiani come Mauri, Cordero di Montezemolo , Luraghi provenienti dall’Esercito, del Comitato Militare del CLN piemontese comandato dal Generale Perotti e composto, tra gli altri, da Balbis, Geuna, Fusi”. Nel corso della guerra di liberazione, oltre ai comunisti delle brigate Garibaldi operarono tanti partigiani aderenti alle organizzazioni cattoliche, monarchiche, liberali e socialiste, che si batterono per far tornare la democrazia nel nostro Paese.
Complice anche il dissolvimento dei partiti della prima repubblica, la rappresentanza delle singole brigate partigiane si è ormai dissolta. Anche i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi che, a differenza degli altri, si batterono per far transitare l’Italia, dalla dittatura fascista a quella commista, per la legge dell’anagrafe hanno subito la stessa sorte.
Ma l’Anpi ha aggregato le generazioni che seguirono e oggi è in grado di gestire in modo totalitario il ricordo di una pagina che caratterizzò la storia dell’Italia moderna. Negli ultimi anni invece di trasferire il significato del sacrificio e della narrazione storica, l’Anpi ha rivolto la scelta all’estremismo più becero e sanguinario. Alle loro manifestazioni sono comparsi i centri sociali e persone che, al ricordo hanno anteposto la violenza fine a sé stessa, recitando slogan che nulla hanno in comune con il significato storico.
I risultati si sono tristemente visti dappertutto. A Torino, mentre il sindaco Lo Russo pronunciava un subdolo discorso a difesa della Costituzione, ma contro il governo, i ragazzi dei centri sociali si sono arrampicati sulle impalcature di palazzo Madama, con le torce accese, provocando un incendio. Sempre a Torino è stata danneggiata la lapide a ricordo di un parigiano non comunista. A Milano e Roma sono stati allontanati dal corteo coloro che rappresentavano la Brigata ebraica, i giovani di Forza Italia con i loro simboli e i radicali.
La politica ufficiale, compresi coloro che non sono estranei a questi fatti violenti e antidemocratici, ha espresso indignazione.
Riportiamo la cronaca di quel che è successo, diffusa da Forza Italia: «Il danneggiamento della lapide ai caduti partigiani avvenuto in largo Montebello a Torino e l’aver incendiato la corona deposta vicino ad essa costituisce l’ultimo vile atto di una festa di tutti, a parole, inquinata da ignoranza, teppismo e intolleranza», ad affermarlo in una nota il senatore Roberto Rosso e Marco Fontana, rispettivamente segretario provinciale e cittadino di Forza Italia a Torino.
«Condanniamo con fermezza questo gesto, così come gli atti d’intolleranza che hanno subito i nostri Giovani, costretti ad abbandonare il corteo a Milano, gli esponenti di Radicali e +Europa aggrediti da frange estremiste durante i festeggiamenti e due esponenti dell’Anpi raggiunti a Roma da alcuni colpi ad aria compressa provenienti da un estremista. Questi episodi raccontano un’Italia che non ha ancora pacificato il confronto politico. Certamente il fatto che la Festa della Liberazione dovrebbe essere di tutti e invece viene monopolizzata da una parte, in una deriva antistorica e revisionista del vissuto italiano, non aiuta e porterà le nuove generazioni a non conservare una memoria condivisa ma di parte, che divide invece di unire, in revanscismi di fascismo e neofascismi travestiti da antifascismo» concludono i due azzurri.
Anche gli on Maccanti a Molinari della Lega, hanno espresso la loro esecrazione per il vile gesto di Torino.
Non meno preoccupanti sono stati gli attacchi verbali e le minacce rivolte a esponenti politici e istituzionali, inclusi sindaci democraticamente eletti, appartenenti a diversi schieramenti. Insulti, cori violenti, slogan che evocavano persino la morte: un linguaggio che stride profondamente con i valori che il 25 aprile dovrebbe incarnare.
A queste tensioni si sono aggiunti episodi simbolicamente altrettanto gravi: cartelli e targhe commemorative delle Foibe imbrattati, a testimonianza di una memoria storica ancora selettiva e divisiva, incapace di riconoscere il dolore altrui quando non coincide con la propria narrazione.
Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni colgono, al di là delle appartenenze politiche, un punto reale della situazione: se una giornata che dovrebbe celebrare la libertà contro ogni oppressione si trasforma in un’occasione di intolleranza e aggressività, allora esiste un problema profondo. Non si tratta di negare il diritto alla protesta o al dissenso, ma di interrogarsi su come questi vengano espressi e su quale idea di libertà li ispiri.
Ecco allora che diventa inevitabile una riflessione più ampia.
Forse il nodo non è soltanto negli episodi di violenza, ma nella difficoltà, tutta italiana, di costruire una memoria davvero condivisa.
Il 25 aprile continua a essere percepito da molti come una festa “di parte”, anziché come un patrimonio comune. Non basta condannare gli episodi di violenza, né limitarsi a ribadire principi astratti. Serve uno sforzo politico e culturale per costruire una memoria inclusiva, capace di riconoscere le diverse sensibilità senza trasformarle in fronti contrapposti.
All’altare della Patria a Roma si è svolto l’omaggio rituale al Milite Ignoto da parte delle autorità dello Stato.
Tra i tanti messaggi istituzionali diffusi, pochi ci hanno convinto perché è mancata l’oggettiva ricostruzione storica e l’ammonimento alla riconciliazione ed al ricordo di quanti, su opposti versanti si batterono e morirono a sostegno delle loro idee.

Complimenti Francesco. Un articolo analitico e puntuale su un tema che ancora fa soffrire molti italiani.
Ti ringrazio Elia.Nel rispetto che dobbiamo ai nostri lettori, dopo gli scempi perpetrati in questo 25 aprile, dobbiamo appronfondire ogni aspetto, ai di sopra dei miti
Giusto, caro Rossa, ricordare il valore plurale della Resistenza.
Piccola nota: credo che il Cordero a cui si riferiva il professore fosse il Marchese Cordero di Pamparato, ufficiale dell’esercito, monarchico e partigiano “azzurro”, ucciso dai nazisti a Giaveno.