La vicenda della moschea di Torino entra in una fase nuova, non soltanto perché l’iter amministrativo del progetto è andato avanti, ma perché il confronto politico si sposta dal Comune al Parlamento e, potenzialmente, sul terreno della legislazione nazionale.
È soprattutto la posizione di Augusta Montaruli a segnare questo passaggio, l’esponente di Fratelli d’Italia, infatti, non si limita a contestare politicamente la scelta dell’amministrazione torinese, dice di avere già interessato il Ministero dell’Interno e lascia aperta la strada a una «iniziativa normativa» per bloccare il progetto.
È un’affermazione politicamente rilevante, perché, se tradotta in un’iniziativa concreta, significherebbe tentare di intervenire sul quadro delle regole per impedire che un procedimento urbanistico già avviato possa arrivare alla sua conclusione, la questione, dunque, non sarebbe più soltanto: questa moschea è opportuna? Diventerebbe: quali regole devono disciplinare la realizzazione dei luoghi di culto e chi deve stabilirle?
Montaruli lega la sua posizione alla «tutela dei torinesi», è una formula che porta il dibattito sul terreno della sicurezza, dell’integrazione e dell’interesse della comunità locale, ma proprio per questo richiede che alle dichiarazioni politiche seguano indicazioni precise, quali rischi vengono individuati, quali norme si intendono modificare e con quali criteri dovrebbero essere valutati i progetti di nuovi luoghi di culto.
La posizione di Montaruli presenta quindi una doppia dimensione, da una parte c’è una contestazione politica precisa dell’iter torinese e della scelta dell’amministrazione, dall’altra c’è l’annuncio di un possibile salto di livello, coinvolgere il Governo e, eventualmente, il legislatore.
