Tra richieste di scuse, pressioni nazionaliste e interferenze russe, il passato riemerge mentre Kyiv guarda all’Unione Europea.
La natura dell’eccidio.
Tra il 1943 e il 1944, nelle regioni nord‑occidentali dell’attuale Ucraina, si consumò uno degli episodi più dolorosi della storia dell’Europa orientale. I massacri di Volinia furono una campagna di violenza sistematica contro la popolazione polacca locale, condotta dai gruppi nazionalisti dell’OUN‑UPA nel contesto dell’occupazione nazista. L’obiettivo era chiaro: eliminare la presenza polacca da territori contesi da decenni.
Le stime parlano di decine di migliaia di vittime, in gran parte civili, spesso uccisi con modalità brutali, in villaggi isolati, con armi rudimentali.
Non fu soltanto un eccidio: fu una frattura profonda nella fiducia tra due comunità che avevano condiviso la stessa terra e la stessa quotidianità.
Le scuse ucraine: passi avanti, ma percepiti come insufficienti.
Per molti anni, Volinia è rimasta una zona d’ombra nei rapporti tra Varsavia e Kyiv. Solo di recente l’Ucraina ha iniziato a riconoscere più apertamente la responsabilità dei nazionalisti ucraini nei massacri. Sotto la presidenza di Volodymyr Zelensky sono state avviate esumazioni congiunte, e nel 2023 il presidente ucraino ha partecipato a una commemorazione ufficiale con Andrzej Duda a Lutsk.
Sono gesti importanti, ma non per tutti risolutivi. In ampi settori dell’opinione pubblica polacca queste aperture sono percepite come tardive, troppo caute, prive di una condanna esplicita dell’UPA come responsabile di un genocidio. Da qui l’idea di scuse “blande”, che non riescono ancora a ricomporre la ferita.
Le medaglie e il nome “Eroi dell’UPA”: la memoria che divide.
A rendere il quadro più complesso c’è la rivalutazione, in Ucraina, di alcune figure e formazioni nazionaliste del passato. In questo contesto si inserisce la decisione di attribuire il nome “Eroi dell’UPA” a un reparto delle Forze per Operazioni Speciali ucraine: un gesto pensato come omaggio alla lotta per l’indipendenza, ma percepito in Polonia come un affronto alla memoria delle vittime di Volinia.
Per Varsavia e per molti familiari dei caduti, celebrare l’UPA significa ignorare o minimizzare la responsabilità di quei gruppi nei massacri. Per Kyiv, invece, la narrazione interna insiste sulla resistenza contro nazismo e comunismo, trasformando figure controverse in simboli nazionali.
È su questa ambiguità che si innestano tensioni politiche e accuse reciproche.
Le conseguenze attuali: Europa, nazionalismi e confini.
Volinia non appartiene soltanto al passato: continua a influenzare il presente europeo. In Polonia, alcuni settori della destra nazionalista hanno dichiarato di voler porre un veto all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea finché la questione dei massacri non sarà affrontata in modo pieno e definitivo, con riconoscimento formale del genocidio e restituzione delle salme.
La memoria diventa così una leva politica. Da un lato, strumento di pressione sulla candidatura europea dell’Ucraina; dall’altro, valvola di sfogo per sentimenti anti‑ucraini legati anche a dinamiche contemporanee, come l’arrivo massiccio di lavoratori ucraini in Polonia e le paure per i confini e gli equilibri territoriali.
In parallelo, la Russia sfrutta con cinismo questo terreno fragile: presenta l’Ucraina come una “nazione di criminali”, equipara Volinia alla guerra nel Donbas e alimenta diffidenze reciproche. È un uso strumentale della storia, che mira a indebolire l’alleanza tra Varsavia e Kyiv proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria.
La domanda che attraversa Volinia non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che può ancora accadere.
Fino a che punto un Paese può costruire la propria identità nazionale su memorie controverse senza fare i conti fino in fondo con le vittime? E fino a che punto l’Europa può chiedere giustizia storica senza trasformare la memoria in un’arma politica?
Tra esumazioni materiali e riesumazioni simboliche, Polonia e Ucraina continuano a muoversi su un crinale sottile, dove storia, confini e propaganda si intrecciano in modo inestricabile.
Come possiamo porci noi? La memoria, la politica e il futuro.
Il nuovo presidente polacco ha dichiarato che senza scuse chiare e non formali da parte dell’Ucraina non sosterrà il suo ingresso nell’Unione Europea. È una posizione che riapre ferite antiche e che contrasta con l’atteggiamento del resto d’Europa, più incline a distinguere tra le colpe dei padri e il cammino dei figli.
Ma la storia non vive mai da sola. E mentre l’Europa discute, la Russia osserva e alimenta, sottotraccia, ogni tensione possibile: non vede di buon occhio l’ingresso dell’Ucraina nell’UE e sfrutta ogni frattura, ogni risentimento, ogni memoria dolorosa per indebolire il fronte europeo.
E allora la domanda diventa inevitabile: come possiamo porci noi, cittadini di un continente che ha conosciuto tutte le forme di violenza politica?
Nazionalismi, fascismi, nazismi, comunismi: nessun popolo europeo è uscito indenne dal Novecento. Anche l’Italia porta le sue fobie, le sue ferite, le sue memorie difficili.
Non si tratta di “mettere una pietra sopra”, perché la memoria è necessaria: serve a impedire che gli errori si ripetano. Ma ricordare non significa restare prigionieri del passato. Significa imparare a guardarlo con lucidità, senza trasformarlo in un’arma contro il presente.
Viviamo in un mondo dove l’aria basterebbe per tutti, e le risorse — se distribuite con giustizia — non creerebbero popoli affamati e popoli spreconi, né imperatori convinti di poter dominare. I conflitti che oggi ci circondano — dallo scontro tra Stati Uniti e Iran all’odio antico tra israeliani e palestinesi — ci ricordano quanto sia fragile la pace e quanto sia difficile costruirla.
Eppure, nonostante tutto, resta un desiderio semplice e ostinato:
svegliarsi un giorno in un mondo che ha finalmente scelto la pace.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/volinia-quei-massacri-sospesi-tra-passato-e-presente/
Immagine generata da AI Microsoft 365 Copilot
Scarica in PDF
