Il 5 settembre 2026, l’amministrazione Trump ha confermato le restrizioni di ingresso basate sulla nazionalità senza escludere ulteriori inasprimenti.
Dal 1° gennaio 2026 sono state sospese completamente le concessioni di visto per i cittadini di 19 Paesi e parzialmente per altri 19.
Trump ha imposto/esteso un ampio travel ban che limita o sospende l’ingresso dei cittadini di numerosi Paesi considerati ad alto rischio dagli Stati Uniti, molti dei quali a maggioranza musulmana.
All’origine di questa decisione abbiamo la motivazione ufficiale di sicurezza nazionale e il contesto politico più ampio dell’immigrazione trumpiana.
- La motivazione ufficiale: «non possiamo verificare adeguatamente chi entra»
La Casa Bianca sostiene che il problema non sia la religione dei viaggiatori, ma il fatto che alcuni governi forniscano agli Stati Uniti informazioni insufficienti per effettuare controlli di sicurezza affidabili.
L’ordine del gennaio 2025 chiedeva infatti di individuare i Paesi per i quali le informazioni disponibili fossero così carenti da giustificare una sospensione totale o parziale degli ingressi.
Le ragioni indicate dall’amministrazione comprendono:
- sistemi di identificazione e verifica considerati inadeguati;
- scarsa condivisione di informazioni con le autorità americane;
- presenza significativa di gruppi terroristici o terrorismo sponsorizzato dallo Stato;
- elevati tassi di permanenza oltre la scadenza del visto;
- difficoltà nel far riammettere ai Paesi d’origine i cittadini espulsi dagli USA.
La proclamazione di dicembre 2025 ha poi ampliato le restrizioni proprio sulla base di quelle che definisce «persistent and severe deficiencies» nei controlli e nello scambio di informazioni.
- Perché molti dei Paesi colpiti sono musulmani?
Qui nasce la controversia.
Molti dei Paesi sottoposti alle restrizioni sono effettivamente a maggioranza musulmana — Afghanistan, Iran, Somalia, Sudan, Yemen, Siria, ecc. — e questo rende la misura molto simile, nell’effetto pratico, al Muslim ban che Trump aveva promesso durante la campagna elettorale del 2015-16.
Ma giuridicamente la misura è formulata per nazionalità e condizioni di sicurezza, non per religione. Infatti nell’elenco compaiono anche Paesi non musulmani, e le restrizioni riguardano determinate categorie di cittadini, con varie eccezioni.
- C’è anche una continuità con il primo Trump
Non è una decisione nata nel 2026. È l’evoluzione di una politica iniziata durante il primo mandato di Trump, quando furono introdotte le prime restrizioni nei confronti di cittadini di diversi Paesi, inizialmente concentrate soprattutto sul Medio Oriente.
Nel 2025 Trump ha ripreso quella strategia e l’ha trasformata in un sistema più ampio: identificare i Paesi ritenuti incapaci o non disposti a fornire agli USA dati sufficienti sui propri cittadini e limitarne l’accesso.
- E c’è un elemento politico
L’immigrazione e il controllo delle frontiere sono da anni uno dei pilastri della piattaforma politica di Trump. La sicurezza nazionale è quindi la giustificazione giuridica e amministrativa, mentre il messaggio politico è più ampio: ridurre drasticamente l’immigrazione, rafforzare i controlli e mostrare agli elettori che l’amministrazione sta adottando una linea molto dura.
