Lo sconcertante opportunismo di Giorgio Napolitano
È ormai trascorsa una settimana dalle elezioni politiche in Ungheria e non riusciamo a capacitarci sulla sventatezza politica dai nostri soloni del c.d. “campo largo”.
Tutti insieme, appassionatamente hanno ripetuto lo stesso coro: “Ha perso Viktor Orbán! Ha perso Orbán!
Un altro chiaro segnale contro la Meloni”. A parte la solita ossessione per Giorgia, sembrano quasi aver vinto loro.
Peccato che ci sia un piccolo dettaglio che, evidentemente, sfugge a molti.
Il candidato vincitore, Péter Magyar, leader del Tisza Party, non è il campione della sinistra europea, non è il simbolo del progressismo radicale.
È un politico moderato, con posizioni di centrodestra, con qualche apertura di credito verso l’UE. Sarà più europeista e pro Nato, ma ha chiesto di non partecipare al prestito per Kiev e ha promesso un eventuale referendum sull’ingresso ucraino nell’Ue.
Quindi, la sinistra esulta perché perde Orbán, ma anche questa volta non riesce a vincere.
In Ungheria gli elettori hanno semplicemente scelto un leader dell’area moderata, non certo della sinistra radicale che con il ragguardevole risultato che non supera l’1%, non riesce ad entrare in Parlamento.
La sinistra italiana esulta come se avesse conquistato Budapest.
Ma anche questa volta, alla fine, gli elettori scelgono qualcuno che con la sinistra c’entra molto poco.
Per far tornare la memoria a un manipolo di ignorantelli, o smemorati che siano, è bene ricordare le ragioni storiche della scarsa attrazione del popolo d’Ungheria, verso il comunismo, che quando governò arbitrariamente quel Paese, lasciò dolorosi segni.
Tra le prodezze dei comunisti al potere in Ungheria, non dobbiamo dimenticare una data fatidica.
Il 3 febbraio 1949, dopo averlo imprigionato e torturato per 39 giorni, i dirigenti comunisti condussero il Cardinale Mindszenty in tribunale, rasato e vestito a nuovo, l’anello al dito. Con un processo farsa, lo condannarono all’ergastolo.
Da Roma, Pio XII fu il suo più forte sostenitore e in tutte le occasioni smascherò a voce alta “la giustizia” marxista. Il mondo libero ascoltò la voce del Sommo Pontefice e ne condivise lo sdegno.
Il cardinale rimase in carcere, fino all’ottobre 1956, quando, durante l’insurrezione degli ungheresi contro i sovietici, i suoi fedeli di Budapest lo liberarono. Pochi giorni di libertà, poi il buio ritornò in terra magiara, con i carri armati di Krusciov. Da allora, il Cardinale Mindszenty visse, senza poter mai uscire, neanche per andare ai funerali della sua vecchia mamma, ospitato all’ambasciata americana.
Come si comportarono allora in Italia, i nonni politici di Elly Schlein? Presero una pozione conseguente alla loro ideologia.
Nell’VIII congresso del Partito comunista italiano, che si tenne a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956, si mise in risalto Giorgio Napolitano che elogiò senza mezzi termini l’intervento dei carri armati di Mosca in Ungheria, sposando in pieno la linea dettata dal segretario Palmiro Togliatti. Che lo abbia fatto per obbedienza alla linea del partito oppure per carrierismo e perché non gli andava di rompere con “casa madre comunista”, poco cambia. Un uomo di 31 anni, deputato da tre, non era un bambino incapace di intendere e di volere.
L’Unione Sovietica aveva mandato l’esercito e i blindati a reprimere i moti di Budapest, e la dirigenza del Pci, con Napolitano, condannò la ribellione degli ungheresi bollandoli come controrivoluzionaria. Gli operai che si battevano per difendere la propria terra e la libertà vennero non solo criticati ma addirittura bollati (come scrisse l’Unità in quel periodo) come “teppisti” e “spregevoli provocatori”.
Napolitano arrivò addirittura a elogiare l’intervento di Mosca, e nel criticare duramente il compagno di partito Antonio Giolitti, che ne aveva preso le distanze, disse che “l’intervento sovietico in Ungheria” aveva contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, “non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”.
Nell’etica comunista la pace nel mondo doveva essere difesa dai carri armati sovietici in Ungheria.
Solo dopo diversi anni, tornando su quei tragici fatti di sangue, Napolitano, mirando al Quirinale, ammise di aver vissuto un tormento per quella dura presa di posizione, e spiegò poi di aver cambiato idea.
Il ripensamento lo manifestò, nero su bianco, nell’autobiografia “Dal Pci al socialismo europeo” (Laterza), uscita nel 2005, l’anno prima dell’elezione a Capo dello Stato. Quarantanove anni dopo Napolitano diede ragione ad Antonio Giolitti, riconoscendo che avevano ragione i dirigenti comunisti ungheresi che si erano opposti ai carri armati ma, loro malgrado, erano stati spazzati via. Con l’elezione a Capo dello stato, arriva la versione del “politicamente corretto, Giorgio Napolitano:
“Ho reso omaggio a nome dell’Italia, di tutta l’Italia in ricordo di quanti governavano il Paese nel 1956 e assunsero una posizione risoluta a sostegno dell’insurrezione ungherese e contro l’intervento militare sovietico e anche in nome di quanti nel corso del tempo hanno saputo riconoscere la straordinaria importante lungimiranza di quell’evento rivoluzionario”.
Così Giorgio Napolitano, il 26 settembre 2006,, in una conferenza stampa congiunta con il presidente ungherese Laszlo Solyom, durante la sua visita di Stato in Ungheria dove si stava preparando la celebrazione del cinquantenario della controrivoluzione del 1956, ha motivato la sua visita alla tomba del controrivoluzionario Imre Nagy, dove ha portato un mazzo di fiori con nastro tricolore ed è rimasto inginocchiato a lungo, e al memoriale dei cosiddetti “martiri” della controrivoluzione ungherese, dove ha deposto una corona di fiori.
Ma non tutti gli ungheresi lo accolgono «Riconoscere un errore – lo avverte Maria Schmidt, ideologa dell’opposizione e direttrice della “Casa del terrore” – non costa nulla. Il presidente italiano non è il benvenuto. Se fosse rimasto a Roma sarebbe stato più elegante. Ci aspettiamo che chieda scusa a tutto il popolo ungherese: non a nome del suo popolo, ma suo personale».
Dunque, non solo l’ex “comunista” eletto al Quirinale ha omaggiato la controrivoluzione ungherese del ’56, non solo ha esaltato i governanti italiani di allora che la appoggiarono in pieno ( la DC, i liberali, i fascisti del MSI, il Vaticano, i circoli militari filoatlantici e guerrafondai, in una parola tutti gli anticomunisti giurati di allora), ma ha anche assolto se stesso e tutti i rinnegati che come lui “nel corso del tempo” hanno fatto una completa abiura delle loro posizioni del passato, come quelle che espresse all’epoca dei fatti, quando da membro del Comitato centrale del PCI condivise la condanna dei moti controrivoluzionari di Budapest.
Non che non avesse già ampiamente e pubblicamente rinnegato quelle posizioni in altre occasioni nel passato, da socialdemocratico e riformista della prima ora quale egli è e si vanta di essere (sic!).
Appena eletto presidente della repubblica, il compagno Napolitano, aveva già fatto una prima pubblica abiura. Riconoscendo la controrivoluzione ungherese era andato a rendere omaggio ad Antonio Giolitti, che uscì dal PCI per entrare nel PSI di Nenni in dissenso con la posizione ufficiale di condanna dei fatti d’Ungheria e di appoggio all’intervento sovietico. Un modo eloquente per riconoscere le ragioni dell’allora avversario, ma anche una sorta di andata a Canossa per dimostrare di aver ormai completamente tagliato ogni legame anche ideale col suo passato di dirigente del PCI, sia pure della sua corrente più borghese, revisionista e riformista.
Così, con l’ avvicinarsi della ghiotta scadenza del cinquantenario, in cui la politica della destra e della sinistra riformista, si sarebbe distinta in una nuova testimonianza di anticomunismo, l’Inquilino del Quirinale aveva cercato di pararsi da ogni possibile attacco con un’abiura preventiva, la più esplicita e diretta possibile, dichiarando non solo che il PCI aveva torto sui fatti di Ungheria, ma anche che aveva ragione Nenni ad appoggiarli e a rompere per questo l’alleanza politica a sinistra per andare a destra imboccando con decisione la strada della socialdemocrazia.
Strada che porterà alla divisione del movimento operaio, all’alleanza del PSI con la DC nei governi di “centro-sinistra” degli anni ‘60, al craxismo, e infine alla trasformazione del PCI revisionista in un nuovo partito socialdemocratico, che ha preso il posto del PSI di Turati, Nenni e Craxi.
Napolitano fa propria ed esalta questa squallida deriva storica, e ne attribuisce il merito di averla provocata proprio a Nenni e alla sua rottura col “PCI sui fatti d’Ungheria. È questo, infatti, il senso della lettera che ha inviato a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, in cui dichiara: “La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal PCI, e da me condivise, nel 1956 e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti ‘di aver avuto ragione’ valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del PSI in quel cruciale momento”.
Anzi, negli estratti della sua autobiografia, Napolitano ammette che per lui “la giustificazione del sanguinoso intervento militare sovietico, per soffocare un moto popolare bollato come controrivoluzione, rimane motivo di grave tormento autocritico”. Napolitano cioè si pente e si vergogna di aver allora affermato, in linea con la maggioranza del PCI, dal vertice ai semplici iscritti, che – sono le sue parole di allora – “l’intervento sovietico, oltre ad impedire che l’Ungheria cada nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito a salvare la pace nel mondo”.
A che cosa sarebbe dovuto questo “errore” da cui Napolitano cerca di emendarsi definitivamente con la lettera a Tamburrano? “Mi mosse allora, ritengo, un certo zelo conformistico”, spiega nell’autobiografia, ma quella posizione nasceva anche dal “concepire il ruolo del PCI come inseparabile dalle sorti del ‘campo socialista’ guidato dall’Urss”. “La verità – scrive ancora – è che vedevamo poco, sentivamo poco le grandi questioni di principio – libertà e democrazia – che erano in gioco nel giudizio sui ‘fatti d’Ungheria’. O meglio restavamo nel chiuso di certezze ideologiche acquisite nel partito”.
Lo stesso grigio opportunismo e trasformismo di scuola togliattiana di Napolitano è ammesso senza imbarazzo anche dal revisionista Cossutta, che in proposito ha dichiarato: “Napolitano fa bene a dire quello che crede… ma la storia non si fa con i se e allora furono prese delle decisioni che, io credo, furono dettate inevitabilmente dalla condizione in cui si trovava il mondo. Il PCI avrebbe potuto fare una scelta diversa? Secondo me no”.
In conclusione, che razza di dirigenti aveva questo partito, che a parole stavano con la rivoluzione e il socialismo, mentre in cuor loro trepidavano per la controrivoluzione e solo per opportunismo non seguirono già allora Nenni, Saragat e gli altri traditori socialdemocratici?
Ai posteri il giudizio più distaccato e sereno.
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certe lezioni troppo presto nascoste sotto la sabbia della storia vanno raccontate, o meglio, nuovamente annodate anche così! Dovrebbero leggerlo tutti, ecco perché occorre aumentare il numero di lettori. Troppa cultura concentrata e dispersa!
Grazie Francesco Rossa, condivido l’articolo sui miei gruppi & su linkedin dove sono in contatto con Tajani e altri membri di governo
Post scritto: Giorgio Napolitano, per scherzo di somiglianza era identico a mio padre, il quale essendo piuttosto anziano aveva “vissuto” due guerre ed era tutto, tranne comunista e mi spiegò i tanti, umani perché…
Non parlo di un morto, Giorgio, ma faccio una riflessione a voce alta. Una volta, gli iscritti politici seguivano il quotidiano di partito, senza fare grandi ragionamenti, oggi non si comprano più, si seguono i social, che sono abilmente manovrati dai creator politici, senza fare grandi ragionamenti. È la seconda cosa che li accomuna, si segue pedissequamente la linea di partito senza accendere il cervello. Chi ha detto che i tifosi di ieri sono diversi dai tifosi di oggi?
Grazie del conforto e degli apprezzamenti, caro Carlo Mariano. .Il mio intento è quello di divulgare le notizie sovente dimenticate che possono contribuire a informarci sulla nobiltà o meschinità dei comportamenti umani, oltre a render noti fatti importanti del passato che possono farci meglio comprendere il presente. Circa le affemazioni del lettore Rodrigo, concordo sui comportamenti e manipolazioni di ieri e di oggi.Qui narriamo le fasi vissute da un uomo colto, deputato al Parlamento che, pur osservando la disciplina di partitio avrebbe fatto meglio, se non convinto a non smarcarsi come ha fatto nel 1956.Poi ogni lettore può trarre le sue conclusioni