Nonostante la strage di Vergarolla (Pola), il Governo Moro s’inchina dinanzi al regime comunista di Tito
Alcuni lettori dopo la lettura dell’articolo:
” 80 anni fa si compì la strage comunista di Vergarolla (Pola). L’inizio sanguinoso dell’esodo istriano “, pubblicato il 19 agosto su Civico20News, considerando la brutalità della strage ad opera del sanguinario regime comunista di Tito, ci hanno chiesto ulteriori notizie sui rapporti ufficiali intrattenuti dall’Italia nei confronti della Jugoslavia, nei periodi successivi. La ricerca di eventi significativi ci porta al Trattato di Osimo del 1975 che per il cinismo che esprime, merita una dettagliata trattazione.
Sono ormai trascorsi quasi 51 anni, quando a Trieste nel novembre 1975 arrivò all’improvviso la notizia che il governo Moro aveva firmato a Osimo nelle Marche, in gran segreto un accordo con la Jugoslavia. Con tale accordo, l’Italia pose fine alla questione bilaterale ancora aperta con la Jugoslavia (comunista, ma con rapporti privilegiati con le potenze occidentali nell’ambito della Guerra fredda) riguardo la definizione del confine nell’area di quelle che furono le Zone A e B del mai costituito Territorio Libero di Trieste.
La Repubblica italiana rinunciava alle rivendicazioni nei confronti della ex Zona B, su cui era ancora formalmente sovrana, essendo in vigore dal Memorandum di Londra del 1954 la semplice amministrazione civile jugoslava.
Come compensazione, si sarebbe dovuta realizzare una Zona Franca Industriale ZFI sull’altipiano carsico sopra Trieste. Ma la protesta dei triestini contro un progetto dal così pesante impatto ambientale e dalle dubbie ricadute economiche per il tessuto produttivo cittadino si saldò con le manifestazioni degli esuli che, dopo decenni di promesse, vedevano invece ufficializzare la cessione dell’ultimo lembo d’Istria ancora in sospeso tra Roma e Belgrado.
Tramontata la ZFI, definito il confine marittimo italo-jugoslavo in maniera tale da non penalizzare il porto sloveno di Capodistria, che così consolidava il suo ruolo di concorrente di Trieste, restava l’indennizzo che il regime jugoslavo si impegnò con successivi accordi a versare all’Italia con riferimento ai beni abbandonati dagli esuli, nazionalizzati e confiscati dalla dittatura titoista. L’implosione della Jugoslavia (sopravvissuta poco più di un decennio alla morte del Maresciallo Josip Broz Tito, suo dispotico padre e padrone) interruppe il flusso dei pagamenti pattuiti.
Slovenia e Croazia in quanto Stati successori ereditarono quest’onere per competenza territoriale e procedettero in maniera unilaterale a versare un risarcimento stabilito da Lubiana ovvero a procrastinare sine die quanto dovuto da parte croata.
La Farnesina non prese posizione al riguardo, pur intrattenendo cordiali rapporti e collaborando in svariati ambiti con le diplomazie delle vicine repubbliche.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo il Movimento Sociale Italiano), sembri quasi accorgersene, ma il clamore ci fu.
Il Trattato fu presentato al Parlamento da Aldo Moro, presidente del Consiglio e da Mariano Rumor, ministro degli Esteri, il 1° ottobre 1975. Il Movimento sociale italiano – Destra nazionale accese il dibattito sia alla Camera che al Senato, mentre Rumor affermò che era doveroso ratificare il Trattato per adeguare la prassi alla norma: si trattava di rendere formale ciò che già era definitivo.
Il 10 novembre 1975, a Osimo, l’accordo fu firmato poco solennemente, in una cittadina blindata e quasi alla chetichella, da Rumor e da Minic, i due ministri degli esteri, ma per la ratifica si dovette attendere ancora più di un anno.
L’iter fu particolarmente lungo: la ratifica alla Camera avvenne il 17 dicembre 1976, mentre quella al Senato fu approvata il 24 febbraio 1977. La ratifica formale dello Stato italiano, con relativa legge (n. 73/77) avvenne il 14 marzo 1977.
In effetti, a vederne gli esiti (a cominciare dalla zona industriale di Trieste che non decollò mai, il bilancio del Trattato di Osimo non può dirsi positivo, anzi, possiamo definirlo come una delle ultime porcate governative di Moro.
Esso non servì a tutelare meglio la comunità italiana oltreconfine, come dimostrò la vicenda di Borme, defenestrato dai comunisti croati poco prima della stipula del Trattato; non servì a migliorare la situazione economica di Trieste, la quale continuò ad essere assistita e a soffrire del confine troppo stretto per i commerci portuali; non servì neppure a definire il contenzioso con Belgrado perché se il confine era già definito con il Memorandum d’Intesa e lo era solo perché l’Italia non volle rivendicare subito i propri diritti e non attendere oltre un ventennio.
Infine, non servì neppure a puntellare il regime del Maresciallo Tito, perché la Jugoslavia implose dopo la sua scomparsa. Ma il comportamento vergognoso e rinunciatario dell’Italia non era ancora concluso.
Durante il primo mandato di Romano Prodi come Presidente del Consiglio (1996-1998), il governo italiano ritirò formalmente il veto che bloccava il percorso di adesione della Slovenia all’Unione Europea, permettendo a Lubiana di presentare la domanda ufficiale nel giugno del 1996. La rimozione del veto italiano aprì la strada all’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea (avvenuto nel 2004), inserendo i confini del Trattato di Osimo in una cornice di cooperazione sovranazionale e di frontiere aperte.
Si completò così, l’ultimo omaggio agli assassini dei martiri delle foibe, l’oltraggio morale ai depredati dai comunisti titini e a tutti gli italiani cacciati dalle proprie abitazioni.

Comunisti assassini gestirono il contrappasso nei confronti di un cattocomunista antiitaliano.
Factum est! Tutto è compiuto.
Non potranno mai dire che fu un obbrobrio fascista.
Anzi, è l’estto contrario, infatti questi argomenti sono stati oscurati ab initio