Ha suscitato non poco clamore la decisione della Commissione europea di ospitare a Bruxelles martedì 23 una delegazione afghana in rappresentanza del regime talebano con alcune organizzazioni non governative che ne hanno criticato la scelta.
L’incontro a livello tecnico è stato incentrato sul rimpatrio di cittadini afghani, e nei fatti conferma il controverso giro di vite che i Ventisette stanno imprimendo alle politiche migratorie dell’Unione europea.
Per la prima volta funzionari dell’Unione europea hanno ospitato a Bruxelles una delegazione talebana afghana per colloqui tecnici incentrati soprattutto sui rimpatri di cittadini afghani che non hanno diritto a restare nell’UE, in particolare persone considerate una minaccia per la sicurezza o condannate per gravi reati. La Commissione europea sostiene che questi contatti non equivalgono a un riconoscimento politico del regime talebano, ma sono necessari per gestire concretamente le procedure di riammissione.
La decisione ha però provocato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, eurodeputati e figure pubbliche come Malala Yousafzai. I critici sostengono che dialogare con i talebani rischi di legittimare un regime accusato di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti di donne e ragazze, e che i rimpatri verso l’Afghanistan possano esporre le persone a persecuzioni o altri pericoli.
L’episodio si inserisce inoltre in una tendenza più ampia: negli ultimi anni molti Stati membri hanno chiesto un rafforzamento delle politiche di rimpatrio e l’UE sta effettivamente adottando un approccio più restrittivo in materia migratoria, con maggiore enfasi sull’espulsione di chi non ottiene protezione internazionale.
In sintesi, il nodo politico è questo: da un lato la Commissione considera il dialogo con le autorità de facto afghane uno strumento pratico per rendere possibili i rimpatri; dall’altro, ONG e difensori dei diritti umani vedono il rischio che tale cooperazione finisca per normalizzare o legittimare il governo talebano.
L’Italia è tra i Paesi europei che hanno sostenuto con maggiore convinzione la linea favorevole a una cooperazione operativa con le autorità afghane per facilitare i rimpatri.
Nell’ottobre 2025 il governo italiano ha firmato, insieme ad altri 19 Stati europei, una lettera indirizzata alla Commissione europea per chiedere un approccio più efficace ai rimpatri verso l’Afghanistan, in particolare per le persone che non hanno diritto a restare nell’UE e per quelle considerate una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale.
La posizione italiana si inserisce nella linea più ampia sostenuta dal governo di Giorgia Meloni, che negli ultimi anni ha insistito su:
- rafforzamento dei rimpatri;
- cooperazione con i Paesi d’origine e di transito;
- riduzione dell’immigrazione irregolare;
- maggiore ruolo dell’UE e di Frontex nelle procedure di rientro.
Non risultano invece prese di posizione pubbliche particolarmente critiche da parte del governo italiano verso l’invito della Commissione ai talebani. Al contrario, l’Italia appare più vicina al gruppo di Stati che considerano il dialogo tecnico con le autorità de facto di Kabul un mezzo pragmatico per gestire i rimpatri, pur senza riconoscere formalmente il regime talebano. Questa è anche la linea ufficiale difesa dalla Commissione europea.
Va però ricordato che all’interno del dibattito italiano esistono posizioni molto diverse: partiti di opposizione, ONG e associazioni per i diritti umani contestano l’idea stessa di collaborare con i talebani e sostengono che l’Afghanistan non possa essere considerato un Paese sicuro per i rimpatri.
In sostanza, sul piano europeo l’Italia si colloca oggi nel fronte favorevole a una politica migratoria più restrittiva e a un incremento dei rimpatri, anche se ciò comporta contatti tecnici con autorità che l’UE continua ufficialmente a non riconoscere.
