Alberto Scafella per Civico20News
L’attacco contro l’Iran è, senza dubbio, discutibile. Lo è sul piano del diritto internazionale, lo è per le conseguenze
imprevedibili che potrebbe generare, e soprattutto per l’effetto domino economico che rischia di colpire duramente un’Europa fragile e un’Italia energeticamente dipendente e politicamente irrilevante. Le guerre non sono mai chirurgiche quanto promettono i loro promotori: presentano sempre il conto dopo, spesso ai più lontani dal campo di battaglia.
Eppure esiste una verità che molti fingono di non vedere.
Per oltre quarant’anni il regime degli ayatollah ha seviziato il proprio popolo, impiccato oppositori, incarcerato donne per un velo indossato “male”, represso ogni libertà civile e alimentato terrorismo e instabilità regionale. Un potere fondato sulla paura interna e sulla minaccia esterna, capace di promettere apertamente la distruzione di altri Stati mentre costruiva la propria sopravvivenza politica sull’odio ideologico.
Di fronte a tutto questo, il messaggio immediato dell’azione militare è chiaro: non ogni regime è intoccabile. Non ogni tiranno è destinato a morire nel proprio letto.
Ed è qui che emerge il paradosso italiano, forse il più inquietante.
Nel nostro Paese c’è chi manifesta non contro la guerra in sé, posizione legittima e persino necessaria, ma a favore di chi quella repressione l’ha incarnata. Si sventolano slogan in nome della pace difendendo, di fatto, un sistema che la pace l’ha negata prima di tutto ai propri cittadini. Una torsione morale che trasforma i carnefici in vittime e le vittime in comparse ideologicamente scomode.
A questo punto, la satira diventa inevitabile.
Se davvero dovessimo seguire questa deriva di faziosità filoregime, tanto varrebbe organizzare in Italia, in concerto con i nuovi leaders iraniani, delle primarie: scegliere democraticamente, magari nelle piazze occidentali, i futuri capi del prossimo regime iraniano. Una macabra caricatura che però fotografa bene la pochezza politica di certi nostri rappresentanti, pronti a indignarsi selettivamente purché l’indignazione sia utile alla propria bandiera.
Il problema non è criticare un’operazione militare. Il problema è perdere il senso del male.
Perché quando una democrazia arriva a solidarizzare con chi opprime, tortura e minaccia il mondo da quarant’anni, non sta dimostrando superiorità morale. Sta semplicemente smarrendo la memoria, il giudizio e, forse, la dignità politica.
E questa, più dell’attacco stesso, è la vera sconfitta italiana.
