L'Editoriale della Domenica di CIVICO20NEWS © tutti i diritti riservati - elaborazione grafica Èlater
Quando i governanti globali parlano peggio dei tamarri: se il linguaggio scade, decade il mondo
Rammentate il forbito fraseggio dei dialoghi di Quel che resta del giorno? o le eleganti, elaborate, allusive conversazioni dell’Age of Innocence?
Ebbene, scordatevele. Ecco piuttosto l’Età dell’Indecenza.
Non pretendiamo le tortuose acrobazie verbali atte a non suonare volgari od offensive, però sempre estremamente pungenti, adottate dall’impeccabile maggiordomo mister Stevens, narrato dalla fluttuante prosa lirica di Ishiguro e magnificamente filmato da Ivory (con l’ineccepibile interpretazione di Anthony Hopkins, affiancato dall’encomiabile Emma Thompson), o i ricercati eufemismi perbenisti e sussiegosi che l’inappuntabile Newland Archer intreccia come infiorettati merletti virtuali per approcciare l’enigmatica, scandalosa contessa Olenska (rispettivamente Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer nella splendida pellicola diretta da Martin Scorsese e tratta dall’omonima opera di Edith Wharton), ovvero la leggiadra soavità della favella del delicato sirventese trecentesco di carducciana memoria; basterebbe un po’ di bon-ton. Semplice educazione genitoriale. La creanza che abbiamo ovviamente obliato.
Il sottoscritto già ne trattò in un vecchio editoriale; spiace doverci tornare su.
I governanti (o le governanti) del Globo terracqueo adesso s’insultano peggio dei maranza delle periferie urbane degradate: ne abbiamo l’esempio lampante da quando alla Casa Bianca è stato rieletto il platinato MadDonald, che ha perso gli scarsi freni inibitori che si sforzava di fingere nel precedente mandato e ora – che perla da pirla! – vanta che tutti lo implorino di “baciargli il deretano” (si capisce che qui abbiamo addolcito l’inescusabile francesismo inglese originale). I recenti stizzosi attacchi vendicativi alla nostra fascinosa sorellina italica “Giòggia”, sedicente pontiera tra il superprepotente rapacissimo Aquilotto USA e l’arrendevole UE dell’Ursula, sembra abbiano completamente affondato la litigarella relazione amicale tansatlantica. E il naufragar ci è amaro in codesto marasma.
Un tragicomico, furioso conflitto fra tamarrani? Sorta di mediocre telenovela messicana, tra il tirannico titanico tycoon immobiliarista newyorchese e la romanesca “underdog pesciarola”, a pesci-in-faccia è giustamente andata a finire.
L’influencer presidentessa dello sconsiglio si è destata solo nel momento in cui Ciuffone l’ha umiliata personalmente in pubblico e, da astuta diplomata alberghiera, guardando ai sondaggi che vedono ai minimi nel Belpaesello il gradimento dello squilibrato Zione americano, da lei stessa recentemente stralodato – caldeggiandone la candidatura in pectore al Nobel per la Pace (!?!) –, gli ha risposto per le rime, con modi che somigliano ad una ripicca adolescenziale o al dissing tra trapper. In un amen, da fan a hater (per esprimersi nell’albionico slang social asociale): atteggia/mento schi/zoide che danneggia specialmente noi della Penisoletta dello Stivaletto. Saremo costretti a rimpiangere gli arguti arabeschi di Andreotti e le “convergenze parallele” del povero Moro…
E anche testate dagli appellativi assiomatici – che non menzioneremo – si son prese la libertà di replicare con colpi di garbati titoloni a caratteracci cubitali su nove colonne, tipo l’ineguagliabile ineffabile irripetibile “Trump è un co****ne” (evviva gli *asterischi*!): la noblesse obligée!
Così ci si abbassa al livello dell’insolente bulletto stellestrisciante, lungo una discesa lessicale, o abissale caduta di stile, che rischia di risultare inesorabile, per approdare all’infimità cavernicola del gergo triviale, nelle putride cloache postribolari.
In sintesi, si sa, il politicorretto è morto e sepolto. Assassinato e sostituito dalla dilagante oscenità bruta. Bravi, ottimo progresso!…
Se “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (Ludwig Wittgenstein, Tractatus, 1921, 5.6), costoro dimorano in un bugigattolo.
Insomma, “Le parole sono importanti”, citando l’immarcescibile Nanni (1978).
Nell’esergo di The Luck of Barry Lyndon (1844), romanzo magistralmente traslato sul grande-schermo da Kubrick nel 1975, William Thackeray osservava: “Non ci sono mai folle ad ascoltare un somaro che raglia da un pulpito, né mai viene acquistata la decima edizione del libro di uno stupido? Talvolta accade il contrario […]”. (Ogni riferimento a fatti o persone reali – vannaccia la miseriaccia! – è puramente casuale, credetemi.) Non scomodiamo neppure l’asin bigio di San Guido.
Non richiesto, suggerirei toni all’altezza della seria gravità della situazione (riesumando Flaiano). Vox (non iberica) clamans in deserto.
Io resto in silenzio.

