La nuova arma di Washington
La strategia economica di Donald Trump verso l’Iran può essere descritta, in tono satirico, come una guerra combattuta con il
“bancomat americano”: sanzioni finanziarie e commerciali usate per trasformare l’accesso al denaro in uno strumento di pressione politica. Forse, a prima vista, questa soluzione può sembrare preferibile ai missili e alle bombe. Le sanzioni non producono esplosioni, non distruggono immediatamente edifici e non mostrano immagini di città colpite.
Ma questa differenza rischia di essere soltanto apparente. Secondo Reuters, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato nuove misure contro circa sessanta entità iraniane, estendendo la pressione ai settori della navigazione, dell’aviazione, della tecnologia, dell’oro e della finanza. Washington intende inoltre ampliare il ricorso alle sanzioni secondarie contro soggetti stranieri che continuino a fare affari. La logica è ridurre le entrate iraniane, limitare l’accesso ai mercati e aumentare i costi per le aziende straniere che collaborano con Teheran.
Ma ogni strategia economica ha anche un costo umano, e spesso quel costo ricade soprattutto sulla popolazione. Il petrolio è centrale perché rappresenta una delle principali fonti di entrate dell’Iran. Le sanzioni possono ridurre le risorse disponibili e rendere più costose le attività economiche di Teheran, ma non dimostrano automaticamente quale sarà l’effetto sulle sue capacità militari o sulle sue scelte politiche. La pressione sul settore energetico è dunque una componente della politica di “massima pressione”, non una garanzia di indebolimento strategico del regime. Il rischio più grave è che la riduzione delle entrate statali si trasformi in una riduzione delle risorse essenziali per la società: medicine, alimenti, energia, servizi pubblici e occupazione.
Anche quando le sanzioni sono formalmente rivolte al governo, le loro conseguenze possono raggiungere ospedali, famiglie, lavoratori e imprese. In questo senso, la povertà e la fame possono diventare una forma di guerra indiretta. Non producono lo stesso spettacolo immediato delle bombe, ma possono provocare sofferenze più lunghe, diffuse e difficili da documentare. I morti causati dalla fame, dalle malattie non curate e dal collasso dei servizi sanitari non sono meno reali di quelli provocati dai missili. In alcuni casi, possono essere persino più numerosi.
Il principale problema internazionale è la Cina. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e alcune raffinerie cinesi continuano a utilizzare greggio iraniano attraverso circuiti destinati ad aggirare le sanzioni. La questione può quindi trasformarsi da controversia con Teheran in una disputa più ampia tra Washington e Pechino. La formula “scegliete tra l’Iran e il dollaro” è una sintesi polemica del rischio di escalation economica, non un ultimatum formalmente documentato.
Sanzionare soggetti cinesi potrebbe ampliare il conflitto economico, ma l’esito di una simile escalation non è prevedibile sulla base delle fonti citate. Una pressione eccessiva potrebbe inoltre aumentare il prezzo dell’energia e aggravare le difficoltà economiche non soltanto dell’Iran, ma anche di altri Paesi. La Pressione economica, non è resa automatica.
L’argomento descrive un grave deterioramento dell’economia iraniana, citando il crollo del rial, l’elevata inflazione e la riduzione delle esportazioni petrolifere. In assenza di dati comparabili e di un periodo di riferimento preciso, è più prudente parlare di deterioramento economico documentato dalle fonti citate. La distinzione decisiva è questa: una crisi economica non implica automaticamente il crollo del regime. Le sanzioni possono ridurre le risorse, aumentare l’inflazione e accrescere il malcontento, ma non garantiscono una resa politica.
La crisi potrebbe colpire il governo, la popolazione o entrambi, con conseguenze difficili da prevedere. Il problema è che il regime può riuscire a proteggere una parte delle proprie strutture di potere, trasferendo invece il peso della crisi solo sui cittadini. In questo modo, la pressione economica non indebolisce necessariamente chi governa, ma può impoverire ulteriormente chi non ha alcuna responsabilità nelle decisioni politiche o militari.
Washington sembra cercare di trasformare la pressione economica in una leva negoziale. Non è però possibile affermare che tale strategia sia destinata a provocare il collasso del regime o che sia vicina al successo. È possibile, invece, che produca una ulteriore tragedia sociale senza raggiungere l’obiettivo politico dichiarato. Un Paese può essere impoverito, isolato e stremato senza essere convinto a cambiare linea. La sofferenza della popolazione, da sola, non garantisce la caduta di un governo.
Un ulteriore punto critico riguarda il petrolio e lo Stretto di Hormuz. Le news riferiscono che l’Iran abbia minacciato di bloccare le esportazioni petrolifere attraverso il Golfo Persico e il traffico nello Stretto. La fonte segnala il rischio di escalation, ma non chiarisce pienamente il contesto, il livello ufficiale delle minacce o la probabilità che vengano attuate.
È quindi più corretto considerarle un possibile scenario di reazione, non un piano operativo certo.
Se la pressione americana riducesse ulteriormente le esportazioni iraniane o provocasse una risposta nello Stretto, il mercato energetico internazionale potrebbe risentirne. L’impatto dipenderebbe dalla durata dell’interruzione, dalla risposta degli Stati Uniti e dalla capacità di altri produttori di compensare l’offerta.
In questo scenario, la popolazione iraniana potrebbe trovarsi stretta tra due forme di violenza: quella diretta di un eventuale conflitto militare e quella lenta delle sanzioni, della fame e della povertà. La prima distrugge rapidamente; la seconda consuma nel tempo. Entrambe possono produrre vittime innocenti. In sintesi la strategia attribuita a Trump combina sanzioni finanziarie, pressione sul petrolio, misure contro le reti commerciali e minaccia di sanzioni secondarie. Queste misure possono aumentare il costo economico delle politiche iraniane e limitare l’accesso di Teheran a risorse e mercati, ma non garantiscono concessioni politiche.
Forse le sanzioni sembrano una soluzione migliore dei missili e delle bombe perché evitano, almeno in apparenza, la distruzione immediata. Ma non bisogna confondere l’assenza di esplosioni con l’assenza di vittime. La fame, la povertà, le malattie e il collasso dei servizi essenziali possono uccidere quanto una guerra, e talvolta provocare conseguenze ancora più estese e durature. Il popolo iraniano rischia di pagare il prezzo più alto di una strategia decisa da governi stranieri e da élite politiche che raramente subiscono direttamente gli effetti delle proprie scelte.
La questione decisiva è se la pressione possa produrre risultati senza provocare una crisi energetica, un conflitto economico più ampio con la Cina o una nuova escalation militare. Ma è altrettanto importante chiedersi quale sia il costo umano di questa politica e se sia accettabile sacrificare una popolazione nella speranza di ottenere un cambiamento politico. La differenza tra indebolire un Paese e convincerlo a firmare ciò che si vuole resta fondamentale. Il bancomat può chiudere molti conti. Può anche svuotare le tasche di un popolo.
Non può, da solo, scrivere l’ultima riga della diplomazia ma sembre che sia l’unica soluzione meglio delle bombe che fanno più rumore.
Alberto Scafella
