Digitalizzare non significa conservare per sempre: i nostri ricordi possono diventare illeggibili.
Abbiamo una convinzione ormai molto diffusa: digitalizzare significa salvare. Una vecchia fotografia viene acquisita con uno scanner, un documento trasformato in PDF, una videocassetta trasferita su un hard disk. A quel punto ci sentiamo tranquilli: l’originale potrà deteriorarsi, ma la copia digitale, pensiamo, resterà, per sempre. Pur troppo non è così.
Più di vent’anni fa ebbi occasione di assistere a una lezione che ricordo ancora oggi proprio per l’inquietudine che riuscì a suscitarmi. Era nell’ambito di “Mestieri Reali”, iniziativa piemontese dedicata alla formazione nel campo della conservazione e del restauro, alla quale partecipai anch’io e nella quale tenni lezioni dedicate al degrado del legno e al recupero delle strutture lignee.
A parlare quel giorno era una signora responsabile di un archivio universitario nell’ambito della facoltà di Architettura. Dopo tanti anni non ne ricordo il nome e preferisco non affidarmi a una memoria incerta. Ricordo però perfettamente il concetto centrale del suo intervento: la digitalizzazione non garantisce, da sola, la conservazione della memoria nel tempo. Allora poteva sembrare una preoccupazione quasi eccessiva. Erano gli anni nei quali il trasferimento dagli archivi cartacei a quelli informatici appariva come una conquista definitiva. Oggi quella lezione mi sembra quasi profetica.
Il primo equivoco nasce probabilmente dalla parola stessa: digitale. Il file ci appare immateriale. Non ingiallisce, non si strappa, non viene attaccato dai tarli. Ma per esistere deve comunque essere registrato su qualcosa di fisico: un disco magnetico, una memoria elettronica, un supporto ottico oppure i server di un centro dati. E la materia invecchia.
In un hard disk possono deteriorarsi componenti meccanici ed elettronici. Nelle memorie flash, come chiavette USB e SSD, l’informazione è conservata attraverso cariche elettriche che non restano necessariamente inalterate per un tempo indefinito. Anche CD e DVD sono costituiti da strati di materiali che possono degradarsi con l’età, la temperatura e l’umidità. In altre parole, non siamo passati dalla materia all’immateriale. Abbiamo semplicemente cambiato materia. E con essa sono cambiati anche i modi del degrado.
C’è poi un secondo problema: l’obsolescenza. Molti ricorderanno i floppy disk. Per anni li abbiamo utilizzati per conservare documenti importanti. Probabilmente ne esistono ancora migliaia dentro vecchi cassetti. Ma quanti computer, oggi, sono ancora in grado di leggerli? Sta accadendo qualcosa di simile persino a CD e DVD: molti computer nuovi non dispongono più del lettore. Non basta che il supporto sia intatto! Occorre un apparecchio capace di leggerlo, un collegamento compatibile, un sistema operativo che lo riconosca e spesso anche un programma in grado di interpretare quel particolare formato. Un documento digitale potrebbe quindi essere ancora perfettamente presente davanti a noi e risultare, di fatto, irraggiungibile.
Già nel 2003 l’UNESCO, con la Carta sulla conservazione del patrimonio digitale, indicava fra i rischi proprio la rapida obsolescenza dell’hardware e del software necessari per mantenere accessibili i documenti digitali.
Vent’anni dopo il problema è diventato ancora più evidente. Finché parliamo di grandi archivi può sembrare una questione riservata agli specialisti. Ma proviamo a guardare dentro casa nostra. Quante fotografie abbiamo scattato negli ultimi dieci anni? Migliaia, probabilmente. Quante ne abbiamo stampate? Pochissime.
Un tempo un album di famiglia poteva rimanere dimenticato per cinquant’anni in un armadio e poi essere ritrovato dai figli o dai nipoti. Le fotografie avrebbero forse mostrato i segni del tempo, ma sarebbero state ancora lì, immediatamente visibili. Oggi un’intera storia familiare può trovarsi dentro un telefono che non si accende più, su un vecchio hard disk oppure in un servizio online del quale nessuno, dopo di noi, conoscerà la password.
Abbiamo prodotto una quantità di immagini senza precedenti, ma questo non significa che le stiamo conservando meglio. Una fotografia di carta può scolorire lentamente e avvertirci che qualcosa sta accadendo. Un archivio digitale può invece apparire perfetto fino al giorno in cui proviamo ad aprirlo.
C’è infine il cloud, la nuvola. La parola stessa contribuisce forse all’equivoco. Sembra che i nostri ricordi siano stati trasferiti in un luogo immateriale, al riparo dai problemi degli oggetti fisici. Naturalmente non è così. Il cloud è composto da server, dischi e sistemi informatici continuamente controllati, copiati, sostituiti e aggiornati. Ed è proprio questa continua manutenzione che permette ai dati di sopravvivere. Non è l’immaterialità a conservarli. È il lavoro necessario per mantenerli accessibili.
La vera conservazione digitale, quindi, non consiste nel creare una copia e dimenticarla. Occorre conservarne più copie, possibilmente in luoghi differenti, verificarle periodicamente e trasferire i dati su nuovi supporti prima che quelli vecchi diventino inaffidabili o obsoleti. A volte è necessario anche convertire i documenti in formati più moderni e diffusi.
È un concetto molto vicino al mondo del restauro: la conservazione non è un atto compiuto una volta per tutte, ma un processo. Per tutta la mia vita professionale mi sono occupato di manufatti lignei che avevano attraversato cento, duecento, trecento o quattrocento anni. Sono arrivati fino a noi perché qualcuno li ha custoditi, riparati, restaurati o semplicemente ha avuto la saggezza di non distruggerli.
Anche la memoria digitale ha bisogno di una sua catena di custodia.
Ripenso così a quella lezione di Mestieri Reali ascoltata tanti anni fa. Allora poteva sembrarmi una questione soprattutto da archivisti. Oggi riguarda ciascuno di noi. Perché fotografie, lettere, documenti, registrazioni e filmati stanno diventando sempre più spesso esclusivamente digitali. Abbiamo forse commesso un errore molto semplice: abbiamo confuso la possibilità di fare copie perfette con la certezza della loro durata. Sono due cose completamente diverse.
Ed ecco il paradosso: siamo la generazione che ha registrato più memoria di qualunque altra prima di noi. Ma, se non impariamo a conservarla, potremmo anche essere quella che ne lascerà meno.
